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«Non può esistere un lavoro senza l'uomo»

Intervengono sul tema un economista, un filosofo e un manager ad un incontro a cura dell’AIF Associazione Italiana Formatori

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Può esistere un lavoro senza l'uomo? 
Questa la questione posta sul tavolo di Antonello Calvaruso e Maurizio Milan, rispettivamente direttore scientifico e presidente nazionale di AIF e del filosofo Maurizio Ferraris. 

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In un tempo di cambiamento come il nostro, dove vi è la reale difficoltà di definire la robotica e la trasformazione digitale, quello che prevale è un senso di incertezza: possiamo descrivere ciò che sta avvenendo, gli impatti sulla società, i risvolti economici, possiamo solo ipotizzare come questo sistema economico sarà in grado di modificare le dinamiche generate dalla trasformazione in atto.
Come l'impatto della digitalizzazione dominante, ovvero il pericolo di avere elementi di digitalizzazione che diventano nuovi ambienti di dominio, dove noi subiamo la rivoluzione tecnologica e ne vediamo le conseguenze solo in momenti di crisi.
La grande trasformazione che stiamo vivendo sta provocando un cambiamento profondo e trasversale.
L’evoluzione è iniziata nel 1700 ed ha prodotto con discontinuità ma soprattutto ad una velocità impressionante un cambiamento che oggi genera molta preoccupazione. Sono cambiate molte cose, il modo con cui si producono le cose e il modo di generare valore.
È la velocità del cambiamento che lascia sgomenti. Le nuove professioni che incontreranno il mondo della produzione saranno sicuramente gli esperti di cyber security e chi dovrà interpretare i dati all’interno delle organizzazioni.
Secondo il filosofo Maurizio Ferraris, non si può pensare al lavoro senza l’uomo, perché una macchina che produce qualcosa non sta lavorando. Il lavoro inizia quando c’è un’interazione tra la macchina e l’uomo, sono le condizioni dell’uso umano che definiscono in generale l’attività industriale.
 

 
Un economista, un filosofo e un manager intervengono ad un incontro a cura dell’AIF Associazione Italiana Formatori, dal titolo «Cosa ci darà e cosa ci toglierà il futuro?» sulla trasformazione in atto determinata da nuovi modelli economici.
La questione al tavolo di Antonello Calvaruso e Maurizio Milan, rispettivamente direttore scientifico e presidente nazionale di AIF e del filosofo Maurizio Ferraris, è la seguente: può esistere un lavoro senza l'uomo?
Nel suo intervento, Antonello Calvaruso spiega come in un tempo di cambiamento come il nostro, dove vi è la reale difficoltà di definire la robotica e la trasformazione digitale, quello che prevale è un senso di incertezza: possiamo descrivere ciò che sta avvenendo, gli impatti sulla società, i risvolti economici, possiamo solo ipotizzare come questo sistema economico sarà in grado di modificare le dinamiche generate dalla trasformazione in atto.
Calvaruso quindi spiega cosa si intende per robotica sociale e come questa entrerà nelle nostre vite, partendo dall’esempio della cultura giapponese, dove è già una realtà.
Infatti, la robotica sociale è ben rappresentata dai fumetti giapponesi, dove l’elemento robotico non contrasta l’umanità ma viene in suo aiuto.
Nel mondo occidentale essa trova applicazioni sperimentali, come nella cura infantile di malattie, ad esempio l’autismo.
Essa fornisce degli strumenti per facilitare la socializzazione tra le persone. Un ambito che apre su cosa significa la mente umana, su come riusciamo ad ampliare il nostro apprendimento, interagendo con gli altri e con soggetti artificiali.
La robotica sociale non tende a creare dei sostituiti ma ad affiancare.
 

 
«Infatti – spiega Calvaruso – non avremo mai un robot infermiere, ma un robot che affianca un infermiere. Il direttore scientifico di AIF affronta inoltre un altro tema: quale impatto ha la digitalizzazione dominante, ovvero se può essere reale il pericolo di avere elementi di digitalizzazione che diventano nuovi ambienti di dominio, dove noi subiamo la rivoluzione tecnologica e ne vediamo le conseguenze solo in momenti di crisi.
«In verità – dice Calvaruso – la nostra concezione occidentale di digitalizzazione è basata su algoritmi invisibili che prendono decisioni sulla base di decisioni prese da altri.
«Un aspetto che richiama la concentrazione del potere di questo sistema in mano di pochi. In verità – aggiunge Calvaruso – nella questione ci sono anche risvolti interessanti, come l’ampliamento delle nostre capacità cognitive.
«Il problema è il dominio invisibile dei sistemi digitali: siamo sempre noi l’ultimo anello della catena cognitiva oppure è l’intelligenza artificiale? Siamo ancora noi che produciamo conoscenza o è la macchina? Chi è il possessore del segreto?
«Questa situazione ci porta ad una riflessione economica importante, – spiega Antonello Calvaruso. – Tutte le riflessioni sono fatte all’interno di questo sistema di digitalizzazione dell’umanità.
«La differenza con il sistema capitalistico, che ha sempre cercato di sostituire le macchine all’uomo, è che questa sostituzione non si vede, la narrazione dell’umanità è delegata alle macchine.
«La soluzione possibile bisogna trovarla al di fuori di questo sistema, perché all’interno ogni elemento è funzionale al sistema stesso.»


  
Maurizio Milan parla della grande trasformazione che stiamo vivendo e che sta provocando un cambiamento profondo e trasversale.
L’evoluzione è iniziata nel 1700 ed ha prodotto con discontinuità ma soprattutto ad una velocità impressionante un cambiamento che oggi genera molta preoccupazione. Oggi ci sono molte sperimentazioni.
Sono cambiate molte cose, il modo con cui si producono le cose e il modo di generare valore. Non solo dalla vendita ma anche dal consumo e dall’utilizzo.
È la velocità del cambiamento che lascia sgomenti. Questi i numeri: dal 2015, è cambiata la forza lavoro, entro il 2020 il 75% sarà composta da Millenials, mentre il 20% sarà contingente.
Una delle competenze richieste per i lavori futuri sarà, ad esempio, la capacità di saper interpretare i dati, ma il 35% delle competenze potranno essere definite solamente nei prossimi 5 anni.
Le nuove professioni che incontreranno il mondo della produzione saranno sicuramente gli esperti di cyber security e chi dovrà interpretare i dati all’interno delle organizzazioni.
Quali competenze serviranno? Oltre alle conoscenze tecniche, verranno richieste attitudini personali come responsività (consapevolezza della responsabilità), significatività (costruire significato) e inventività (anticipare il nuovo), elementi originali che si aggiungono a quelle competenze trasversali tra preesistenti e future learning agility, intelligenza sociale e self-management.
Le stesse organizzazioni stanno cambiando tantissimo - spiega Milan - la risposta non c’è, si sta sperimentando molto. La stima dei fabbisogni occupazionali, nei prossimi anni, presenta un fortissimo mismatch tra domanda e offerta, il 78% delle nuove entrate sostituirà la forza lavoro esistente.
Si calcolano 400 mila posti di lavoro nei settori dell’industria 4.0.
Tra le cause di questo mismatch c’è un’offerta formativa didattica molto lontana, c’è una diffusione di giovani che entrano nel mondo scolastico e trovano programmi di studio che non introducono sufficientemente alla tecnologia.
 
L'intervento del filosofo Maurizio Ferraris si sofferma sul valore delle discipline umanistiche nell’ambito dell’Industria 4.0.
Con la velocità della trasformazione - spiega Ferraris - il rischio di studiare cose che non servono realmente nel mondo del lavoro è altissimo.
Le competenze date dalle discipline umanistiche sono invece un punto fermo. Rispondendo poi alla domanda cardine del confronto, Ferraris ammette che non si può pensare al lavoro senza l’uomo, perché una macchina che produce qualcosa non sta lavorando.
«Il lavoro – afferma Ferraris – inizia quando c’è un’interazione tra la macchina e l’uomo, sono le condizioni dell’uso umano che definiscono in generale l’attività industriale.
«In effetti, essendo il lavoro definito intrinsecamente nel rapporto tra un uomo e la macchina chi interagisce sui dispositivi sta lavorando, sta producendo ricchezza.
«Non è l’intelligenza che sancisce la superiorità dell’uomo sulle macchine, le macchine infatti sono intelligenti, ma sono il corpo, le percezioni e un tempo di vita finito propri dell’uomo, organismo responsivo a differenza della macchina.»

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