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I Calendari dell’Adigetto.it – Dicembre 2010: Afghanistan

La luna ascolti il canto notturno di un pastore errante dell'Asia

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Come avevamo anticipato, il calendario di dicembre l'abbiamo voluto dedicare all'Afghanistan.
Lo scorso anno abbiamo dedicato il calendario di luglio al terremoto dell'Abruzzo, che ci è sembrato un modo di far sentire la vicinanza dei nostri lettori ai terremotati e ai volontari che stavano lavorando freneticamente per costruire dei tetti sicuri prima del sopraggiungere dell'inverno.
Quest'anno lo dedichiamo all'Afghanistan, dove ho avuto modo di andare per verificare di persona quanto fa la popolazione militare trentina per alleviare le sofferenze della popolazione civile di quella martoriata terra.
E lo faccio riportando quanto mi è accaduto a notte fonda di un giorno di fine novembre.

Avevo passato la giornata di pattuglia nelle aride pietraie del deserto che sta tra Herat e Shindand, evitando le piste battute e soprattutto i collettori d'acqua (peraltro asciutti) che sono facili ripostigli di esplosivi.
Eravamo passati da centri abitati dove i ragazzini a volte ci salutavano festoni e altre ci tiravano sassate, forti della certezza che noi non avremmo mai reagito. Qualche sasso aveva rotto un GPS, uno aveva colpito il nostro mitragliere.
Eravamo stati anche a vedere il ponte costruito dagli italiani per gli Afghani, scoprendo che gli stessi abitanti della cittadina vi stavano di guardia armata per proteggerlo. E ho visto persone che preferivano comunque passarlo a guado…
Avevamo evitato accuratamente le zone dove possibili terroristi avrebbero potuto collocare indisturbati esplosivi e comandarli a distanza, a vista. Era come andare in gommone con un mare forza quattro. Bloccati entro l'abitacolo dei lince, mi sembrava di essere un astronauta in partenza.

Dopo essere passati da un avamposto a mangiare qualcosa e a organizzare altri quattro Lince di pattuglia, siamo usciti per una missione notturna.
Lo scopo di quelle sortite, mi avevano detto, era quello di far palesare la presenza dei nostri militari. La notte non deve essere a disposizione dei pochi terroristi che continuano a minacciare la popolazione civile e i soldati.
Secondo piani ben definiti dai comandi militari, le pattuglie dovevano spostarsi di volta in volta prestando la massima attenzione per raggiungere posti sempre diversi, secondo le tavole dei numeri a caso. Nulla è più pericoloso di una stessa operazione condotta due volte allo stesso modo.

Tutti i militari delle autoblindo sono collegati tra loro via blue tooth con cuffie e, tramite gli operatori radio, con le basi di appartenenza. Ogni mossa è monitorata in tempo reale tramite una lavagnetta chat, sulla quale si scrivono gli spostamenti e gli avvenimenti suscettibili di comunicazione.
Viaggiando a fari spenti e con i soli visori notturni, l'unica fonte di luce spenta era quella lavagnetta luminosa in rete, una sorta di collegamento con la civiltà e la sicurezza da remoto.
Giorni dopo avrei visto anche l'utilizzo tecnico di quelle chattate. Ma quella sera si trattava di un'operazione militare e tutto doveva proseguire con la massima attenzione e seguendo precise disposizioni di movimento.

Ad un certo punto siamo arrivati in un pianoro ghiaioso leggermente sopraelevato e protetto da un lato da una bassa cresta collinare. Le auto blindate si sono disposte in cerchio, come una specie di caravanserraglio delle carovane del West.
Un po' alla volta gli occupanti sono scesi dai loro mezzi, lasciando in postazione solo i mitraglieri, due con MG 7,62 e due con Browning 12,7.
Mi hanno lasciato scendere e i soliti amici di scorta si sono messi attorno a me, forse più per impedirmi di fare sciocchezze che per proteggermi veramente.

Altri due accesero i visori infrarossi per verificare la presenza di esseri umani. Una volta pronti, mi fecero guardare i dintorni. La cosa più spettacolare era vedere che le rocce avevano qualcodsa che sembrava l'ombra del sole.
«La montagna si raffredda in tempi diversi.» - Mi ha anticipato la domanda uno di loro.
Un paio di volte mi si sono avvicinati per chiedermi di rientrare nel mezzo finché non avessero stabilito la natura dell'essere vivente che avevano individuato.
«Come facciamo ad essere sicuri che dei nostri compagni non ci scambino per terroristi?» - Chiesi a un successivo passaggio.
«Tutti noi abbiamo sulla spallina delle luci stroboscopiche nere. - Me le mostra e da vicino vedo che qualcosa sta ruotando sotto una piccola copertura di plastica trasparente. - Ora guardi con il visore notturno.»
Sembrava che i ragazzi avessero sulla spallina una luce gialla roteante come quelle che si vedono sulle auto del soccorso autostradale.

Io, con il mio normalissimo binocolo e la mia macchina fotografica (entrambi Nikon), stavo in agguato in attesa dei tartari che da quel deserto non sarebbero mai arrivati.
Feci alcune foto nel buio della notte stellata, una delle quali è sotto il titolo. Quella che segue è il cielo di una zona imprecisata tra Shindand e Adraskan.



D'un tratto noi, che stavamo guardando verso sud, abbiamo visto la scia di un primo proiettile tracciante in lontananza che illuminava la propria corsa.
Non mi fecero entrare nel veicolo di protezione, perché l'evento si era verificato ad almeno tre o quattro km da noi e la scia si era spostata da destra a sinistra. Si limitarono a mantenere l'allerta.
L'apparato di sicurezza però si era messo in moto prima che il proiettile esaurisse la propria carica luminosa. Tutti i comandi (perfino Roma) erano già al corrente di quanto avevamo visto. Anche le altre pattuglie, dislocate in tutt'altri teatri, erano a conoscenza della nostra allerta.
Poi, un secondo tracciante, un terzo, un quarto, un quindi e un sesto. Nessun rumore. Nessuna reazione da parte nostra. Nessuna disposizione dai nostri comandi mi era stata comunicata, né io l'avevo chiesta.

Dopo una decina di minuti, abbiamo visto sul posto delle luci bianche, rosse e verdi intermittenti, che secondo me rispondevano alle luci di posizione di elicotteri.
In teatro di guerra gli elicotteri non portano segnalazioni luminose. Avevo fatto un paio di voli notturni con dei Black Hawk americani, che volavano nel buio più totale. In coppia, ovviamente. Dalla cabina vedevamo le mitragliere a destra e a sinistra dell'abitacolo, con due inservienti dotati di visori notturni.
Per quale motivo quegli elicotteri avessero le luci di posizione, utili per capire la direzione (rosso, a sinistra - verde, a destra), non l'ho saputo. Le luci di posizione, forse, servivano ai piloti di conoscere per tempo la direzione dei colleghi.
Così come non ho saputo che cosa sia accaduto quei pochi km a sud dal nostro caravanserraglio.

Ad una certa ora, guardai il cielo. La volta stellata era di una nitidezza che ormai nella vecchia Europa non ricorda più, per colpa dell'inquinamento luminoso.
Lì c'era solo la Luna piena, in leggera fase calante. Più in alto, vedevo Orione. Fantastico, stupefacente essere in quell'incredibile posto, nel più assoluto silenzio, con la sensazione di essere spiati da qualcuno, con la sola consapevolezza che quella Luna era la stessa che tutto il mondo vedeva girare attorno a sé da milioni di anni.
Mi venne in mente Il «Canto notturno di un pastore errante dell'Asia» di Giacomo Leopardi.
«Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai, silenziosa luna? Sorgi la sera e vai, contemplando i deserti, indi ti posi…»
Riscoprii Leopardi, domandandomi se mai avesse potuto davvero immaginare un luogo come quello dove mi trovavo io in quel momento. Impossibile, pensai. Il suo pastore, errante nelle desolate distese desertiche dell'Asia, interrogava la luna sul perché delle cose e sul senso del destino umano. Le sue domande non trovavano risposte e la Luna, che in qualche modo potrebbe essere consapevole di ciò che l'uomo ignora, col suo silenzio confermava la piccolezza della condizione umana e del vuoto che la comprende.
Io non la penso come Leopardi, io sono positivo. Guardo quella stessa Luna sapendo che la mia vita ha un ruolo importante anche se mi rendo conto che l'universo, più lo conosci e meno ha senso.
Certo però avvertivo l'assurdo di quello che stava accadendo. Le pattuglie, i combattimenti, gli attentati subiti dai miei ragazzi, le sparatorie, le sassate, i bisogni della gente civile, le rigorose precauzioni dei nostri soldati, le loro sofferenze, le loro legittime paure, il loro rischiare la vita per proteggere un giornalista che non conoscevano.

Ed è lì che è accaduto qualcosa che mi ha, forse assurdamente, emozionato e che non scorderò più. Un'interferenza che Leopardi non avrebbe potuto immaginare nel suo pessimismo esistenziale.
Mentre guardavo le volte stellate pensando alla luna, indifferente ai bisogni dell'umanità, vidi passare una stella cadente che per un breve tratto si accese in cielo.
Rimasi sorpreso ed emozionato come un ragazzino, ma non dimenticai di esprimere un desiderio.
«Signore, fai che finisca questa merda di guerra…»
Un uomo della mia scorta mi si avvicina, si è accorto del mio turbamento.
«Tutto bene direttore?»
«Sì, grazie. È solo che… mi sono sorpreso a pregare

Guido de Mozzi
g.demozzi@ladigetto.it

© Proprietà riservata. Citare la fonte.

 

Ringraziamenti

Ringrazio anzitutto il Ministero della Difesa per aver accettato di portarmi sul teatro operazioni di Herat, nonostante la mia non più giovane età.
Ringrazio tutti i militari che ho incontrato, dal primo caporale al generale comandante, per l'accoglienza riservatami. Mi hanno fatto sentire sempre a casa mia, sempre protetto, spesso privilegiato.
Ringrazio per avermi dato l'opportunità di verificare di persona quanto le Forze Armate siano migliorate in questi anni, diventando una forza di eccellenza. Se la gente del posto preferisce i nostri ragazzi al resto del mondo, credetemi, ci sono mille validissime ragioni.
Ringrazio i miei colleghi compagni di viaggio, che si sono dati da fare per aiutarmi quando incontravo difficoltà.
Ringrazio i miei familiari che hanno preso la mia decisione di partire con la stessa determinazione di sempre. Mi hanno sostenuto, ancora una volta.
Ringrazio amiche e amici che mi hanno seguito da vicino, proprio da veri amici.

Infine ringrazio i miei sponsor: la Distilleria Bertagnolli, l'agenzia Idea Viaggi, il mio fornitore di attrezzatura fotografica Alla Rotonda e la ditta Bailo.
Senza di loro avrei fatto solo due settimane di vacanza, in un posto dove la vacanza proprio non c'è.

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Nella prima serie di foto che seguono, l'avvicinamento alla base avanza di Shindand, 100 kim a sud di Herat. Il cane che ho ripreso è un cercatore di esplisivi, in procindo di salire con me sul C 130. Si chiama Rock e ha sei anni, al limite del suo servizio perché per lui trovare un esplosivo è un gioco. Come dice il suo padrone, che se lo terrà per tutta la vita, quando trova un esplosivo, è l'unico che si diverte...
Le foto del territorio sono state carpite da uno degli angusti finestrini dell'aereo da trasporto militare.
La base avanzata di Shindand accoglie una compagnia del 2° Genio guastatori di stanza a Trento, il cui comandante è il maggiore Colombo.
La ripresa della bomba da mortaio da 120, recuperata dolcemente da un gigantesto Bufalo in dotazione al Genio, è disinnescata.
Nel capannone mobile si vedono i Freccia in manutenzione e nel cortile quelli schierati.
Il comandante della base è invece il colonnello comandante del 5° Reggimento Alpini di stanza a Vipiteno. Si chiama Giovanni Coradello, è di Mattarello. Lo vediamo mentre mi stringe la mano davanti alla Bandiera di Guerra del 5° Alpini.



















Le immagini che seguono in questa seconda serie di foto riportano i preparativi per una sortita in missione e la marcia in direzione di un villaggio. Il paesaggio dell'Afghanistan si presenta in questo posto alternando immense distese di pietraie desertiche a piccole superfici verdi coltivate.
Da notare che il ponte ricostruito dal Governo Italiano è presidiato da gente del luogo, armata di kalashnikov, come si vede in una delle ultime foto.
 

















Nelle foto che seguono in questa terza serie di scatti, si riportano le immagini registrate nel corso di una visita in un villaggio che aveva chiesto l'assistenza medica e un intervento tecnico da parte dell'Esercito Italiano.
La missione non è stata indolore, perché per portare un medico e un ingegnere sono state ritenute necessarie 6 autoblindo Lince armate di tutto punto. Tanta capacità di fuoco ha infastidito non poco i giovani e si sono verificati sono stati momenti di tensione.
Mi hanno lasciato fare le foto al villaggio e alle abitazioni, solo per dar modo di prendere atto delle condizioni in cui vivolo. Un anziano ha voluto che gli fotografassi la schiena, dove aveva evidenti cicatrici di ferite provocata dall'esplosione di una granata.
Sul tetto di una casa c'era un pannello fotovoltaico per l'energia elettrica (che altrimenti non c'è), grazie alla quale può guardare la TV via satellite. I ricchi ci sono dappertutto, ma mediamente il reddito procapite non supera i 1.000 dollari annui.
Come si vede, quando siamo andati via alla fine della ricognizione, i ragazzi hanno tirato sassate alle nostre autoblindo. D'altronde, i finestrini antiproiettili sono protetti con grate di ferro apposta per impedire che i sassi incrinino la capacità protettiva della blindatura. Il fatto dunque non è inusuale.
Comunque sia, dato che sono rare le immagini relative alla popolazione civile, il servizio fotografico è certamente interessante.




























In questa ultima serie di foto presentiamo il Predator, un drone, ovvero un aereo radiocomandato utilissimo per osservare in silenzio dall'alto dei suoi 3.000 metri di altezza quanto accade, senza richiedere la presenza a bordo di un pilota. Ovviamente il pilota a terra c'è e deve essere più abile dei suoi colleghi, perché non può sentire le normali sollecitazioni di chi pilota dal vero.
L'ufficiale della Guardia di Finanza, che punta il fucile nel tubo di plastica immerso nella sabbia, sta semplicemente scaricando l'arma al momento del rientro alla base.

A seguire, le foto ricordo, di famiglia. In testa il generale Marcello Bellacicco, a ragione considerato da tutti i suoi soldati il migliore comandante dell'Afghanistan. Poi, il colonnello comandante del 5° Reggimento Alpini, Giovanni Coradello, trentino di Mattarello, un vero guerriero. Infine il mio amico, il colonnello Scaratti, comandante del 2° Reggimento Genio Guastatori, uno stratega di sistema.
Infine, tutti gli altri, i cui nomi dicono tanto al sottoscritto, ma probabilmente poco ai miei lettori. Fra tutti cito solo il Primo Maresciallo Corrado Costa, di Trento, che ha avuto la bontà di cercarmi lui; per me sarebbe stato impossibile.
E due dei colleghi, un uomo e una donna, venuti con me in missione giornalistica in Afghanistan.

























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