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L'Alitalia cesserà di esistere il prossimo 15 ottobre

Al suo posto una ciofeca: una società denominata ITA con la metà di aeromobili e un terzo dei dipendenti

Dopo anni e anni di tentativi, revisioni, analisi, studi, commissariamenti, confronti, progetti e controprogetti, si sta arrivando alla conclusione di una vicenda italiana per eccellenza: dal prossimo 15 ottobre l’Alitalia non esisterà più, né come nome, né come marchio, né come logotipo.
Al suo posto ci sarà la nuova società denominata ITA, Italia Trasporto Aereo. Il logotipo è quello che vediamo: la scritta ITA tricolore con la A che richiama il timone di un aereo.
La flotta sarà di soli 52 aerei, estendibile a entro il 2022 a 78. A fine 2025 gli aerei potranno essere 105, 81 dei quali di nuova generazione.
 Il finanziamento della nuova compagnia inizierà con 700 milioni entro l’anno corrente, continuerà con altri 400 nel 2022 e 250 milioni nel 2023.

Con la prima iniezione di quattrini la nuova società potrà acquistare dall’Alitalia i primi 52 aerei del ramo «aviation» e potrà partecipare ai bandi di gara per il marchio e per le attività di «handling» (i servizi per l'assistenza a terra agli aerei e ai passeggeri) e di manutenzione.
La nuova società ITA dovrà rinunciare a una parte degli slot a Linate, a Fiumicino e in altre città europee.

Verranno assunti solo 2.800 dipendenti su un totale attuale di 8.550 persone in forza all’Alitalia. Entro il 2025 i dipendenti potranno salire a 5.500 unità, sempre che i risultati del piano industriale lo consentano. Parte di questi potranno essere impiegati nelle nuove attività di handling e manutenzione che cresceranno con la società.
Gli assunti avranno una riduzione di stipendio.
Va da sé che i sindacati non accettano il piano di cui sopra, peraltro l’unico approvato da Bruxelles. D’altronde, la ristrutturazione dell’Alitalia proposta nel 2017 con una minore riduzione (rispetto a oggi) di personale e di aerei era stata bocciata da un assurdo referendum interno.
Vedremo come andrà a finire, perché non è ancora chiaro che fine faranno gli esuberi.
 
A questo punto il nostro commento. Quando nel 2017 il citato referendum respinse la proposta di ristrutturazione di allora, noi avevano annunciato che si sarebbe arrivati a soluzioni ben più drastiche.Oggi le tocchiamo con mano.
Ma non condividiamo l’operazione per altri aspetti. Il primo è che il valore principale dell’Alitalia erano l'immagine, il marchio e il logotipo. Per la newco cambiare nome e marchio significa ripartire da zero. E quanto costerà il marchio Alitalia che verrà messo all’asta? Rischiamo di vedere un’Alitalia concorrente alla neonata ITA?
Anche il numero ridotto di aeromobili è fortemente penalizzante perché la colloca a livello di piccola compagnia in un mondo di colossi.
 
Infine due considerazioni.
La prima è affettiva. Come si fa a dimenticare quelle tante volte che, nell’altro capo del mondo, reduci da una disavventura di qualche genere, il solo vedere lo slot o il timone tricolore di Alitalia ci faceva sentire già a casa? Quel vissuto sta per scomparire. Addio all'avamposto d’Italia nel mondo.
La seconda è uguale e contraria. Quante volte ci è capitato di subire ritardi spaventosi della compagnia di bandiera per problemi di varia natura, come mancanza di ricambi, agitazioni, disorganizzazioni e quant’altro?

Insomma, non siamo riusciti a trovare un raccordo tra la necessità di avere una Compagnia di Bandiera con i relativi vantaggi e far quadrare i conti, per la felicità del Tesoro.
L’Alitalia è costata finora al paese 2 miliardi di euro. Difficile dare torto al Ministero dello sviluppo economico.
E così, come dice un proverbio, la gatta frettosola fa i gattini ciechi: dopo anni e anni di discussioni inconcludenti si è forse deciso un po' frettolosamente.

GdM

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