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Renzi lascia il Partito Democratico e fonda «Italia Viva»

Le ragioni della sua pragmatica decisione e i commenti di alcuni Presidenti di Regione

Tanto tuonò che piovve. Matteo Renzi lo aveva annunciato e puntualmente lo ha fatto, con un tempismo degno di un grande politico. Ha aspettato che il Secondo Governo Conte venisse formalmente completato per poi annunciare la decisione.
Questo ha allarmato il premier Conte, che si è lamentato di non essere stato avvisato prima. Renzi ha confermato l’appoggio al governo, ma adesso ne è l’ago della bilancia. Sosterrà il governo se realizzerà il programma condiviso da tutto il PD e staccherà la spina se uscirà dai binari.
«Quello che mi spinge a lasciare è la mancanza di una visione sul futuro. I parlamentari che mi seguiranno saranno una quarantina, più o meno. Non dico che c'è un numero chiuso, ma quasi». 
Così Matteo Renzi ha motivato la scissione dal Pd in un'intervista a Repubblica.

Le ragioni della sua decisione le ha spiegate lui stesso. Il Partito Democratico è un insieme di correnti potenti come altrettanti partiti. È un po’ la storia della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista, dalla cui fusione è nato il PD attuale.
Renzi rappresenta la terza generazione dei due partiti storici: non più due anime messe insieme per convenienza ma la logica derivata da chi non ha più legami con il passato.
Come sappiamo, nel PD ci sono ancora comunisti come D’Alema e Democristiani come Rosy Bindi, che hanno sempre combattuto la forza innovatrice di Renzi. Infatti Renzi ha vinto due volte le primarie col 70% dei consensi, senza poi trovarsi a guidare il partito.
 
Quando ha vinto le elezioni politiche prima e stravinto le europee poi, il PD aveva capito che Renzi non se lo sarebbero cavato più dai piedi, e così alla prova dei referendum lo hanno boicottato.
Bisogna dire che il premier aveva tagliato un po’ le curve nelle sue riforme costituzionali. La riforma del Senato o la cancellazione delle province erano state delle decisioni prese da lui al termine di inutili discussioni, ma i risultati non erano certo dei migliori.
Una cattiva riforma non è meglio di una riforma non fatta, per cui i detrattori hanno avuto buon gioco a fargli perdere i referendum. E Renzi ha dovuto dimettersi perché il Paese aveva bocciato buona parte del suo lavoro svolto fin lì.
 
Renzi ha dalla sua una quarantina di parlamentari, che però non è detto che lo seguano nella scissione. La nuova formazione politica, Italia Viva, non parteciperà alle prossime elezioni amministrative, per cui la scissione rimane per il momento solo una grossa incognita per il governo e per il Partito Democratico.
Di certo se fosse rimasto un «semplice senatore», sarebbe pian piano scomparso dalla scena politica. Adesso, nel giro di un mese, è stato il promotore della nuova alleanza tra PD e M5S e diventato leader di un nuovo partito.
Tra gli obiettivi di Renzi, come quelli di Zingaretti, c'è il contrasto a Matteo Salvini. Non sappiamo quanto possa contrastare la Lega nella prossima tornata elettorale, ma al momento Salvini è stato tagliato fuori.
 
Come si può immaginare, i commenti sono arrivati puntualmente sia dal PD che non è riuscito a impedire la scissione, che da Salvini che si è sentito attaccato frontalmente.
Sono arrivati commenti anche da Di Maio, ma solo perché il leder 5 Stelle non sa stare zitto.
Interessanti invece i commenti dei vari presidenti di regione, dei quali ne riportiamo alcuni qui di seguito.

Il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, sottolinea che «Ogni volta che fa un gesto buono, e sicuramente è stata una buona cosa il contributo che Renzi ha dato alla costruzione di questo Governo, poi, è più forte di lui, ne fa sempre uno al contrario».
 
Giovanni Toti, presidente della Regione Liguria e fondatore di “Cambiamo!”, è convinto che «continueranno tutti ad appoggiare il governo, l'hanno fatto fino a ieri.
«È vero che da Renzi mi aspetto capriole di ogni genere ma è uno dei padri putativi di questo esecutivo e ne porta tutta la responsabilità politica. Sarebbe un eccesso di trasformismo anche per lui far nascere un governo e sconfessarlo con nuovi gruppi due giorni dopo.»
 
Per il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, «la mossa di Renzi era prevista e studiata e non mi ha stupito.
«E credo anche che ora, senza Renzi, senza Boschi ed altri elementi che potevano generare attrito tra le due forze di governo ora in carica, non c'è più alcun ostacolo alla fusione di Pd e M5S. Prima o poi il Movimento sarà inglobato dal Partito Democratico.»
 
«Questa scissione – sottolinea il Presidente della Lombardia, Attilio Fontana – rende il governo ancora più debole e inviso agli italiani.»
 
«Aprire oggi questo passaggio – riflette il Presidente della Regione Marche, Luca Ceriscioli – mi sembra veramente una grande contraddizione.
«Lo ritengo un errore, spero sempre, dato che la sinistra in generale, il centrosinistra è abituato ad avere queste uscite, queste scissioni, ci possa essere un momento in cui la riflessione porti ad altro.»
 
Il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, vuole cogliere l'aspetto migliore: «l'idea di voler occupare una posizione di centro, di stampo liberale e in questo modo combattere anche su un terreno diverso la destra. Mi pare che questo spazio possa esserci.
«Naturalmente bisogna che sia molto chiaro che il rispetto deve essere reciproco. Bisogna anche che le parole forti siano messe da parte, non servono, approfondiscono le rotture in un momento in cui c'è bisogno di unità anche di unità nella pluralità. C'è bisogno di confronto, di alleanza.»

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