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Donne al centro della scena – Di Luciana Grillo

Intervista alla scrittrice trentina Isabella Bossi Fedrigotti

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«Al centro della scena», accolte nella sala della Biblioteca Pari Opportunità, sono quattro scrittrici, invitate – su proposta dell'assessora Sara Ferrari – dall'assessorato provinciale alle Pari Opportunità, in collaborazione con il Servizio Attività Culturali della P.A.T.

Isabella Bossi Fedrigotti, la scrittrice trentina sicuramente più nota a livello nazionale, è stata accolta come una vecchia amica da un bel pubblico, prevalentemente femminile, che comprendeva sia abituali frequentatrici di incontri letterari, sia giovani studentesse del Liceo Psicopedagogico «Rosmini», accompagnate da una insegnante.
Dopo un sentito e doveroso omaggio a Inge Feltrinelli, recentemente scomparsa, ha avuto inizio dunque l'incontro: Isabella Bossi Fedrigotti si è confrontata amabilmente sia con lettrici attente dei suoi romanzi, sia con chi, sui suoi scritti, studia e riflette.
Avevo presentato l'autrice nel giugno 2011, durante la prima edizione del Trentino Book Festival, perciò ritrovarci ha reso familiare il nostro incontro: abbiamo parlato dell'età che avanza (siamo coetanee!), delle nostre famiglie, dell'amore per la scrittura e per la lettura che ci accomuna.
 
Le ho chiesto quanto abbiano contato nella sua vita professionale l'origine trentina e la sua «buona famiglia».
«Hanno contato molto sia la nascita a Rovereto che l'impostazione data dai miei genitori all'educazione di noi figli. Ma la molla che mi ha spinto verso il giornalismo è stato il mio amore per la scrittura.
«A 12 anni scrissi il mio primo romanzo (orribile!) che rilegai con cura e che solo ai miei figli, forse per amore nei miei confronti, piacque quando lo lessero da adolescenti.»
 
È stato facile farsi assumere al Corriere della Sera?
«Ci sono arrivata, partendo dai livelli più modesti, dopo aver lavorato per un settimanale femminile. E siccome arrivavo dalla campagna, mi avevano chiesto di occuparmi di cucina... Telefonavo ogni giorno a mia madre per consigli, suggerimenti, precisazioni!»
 
Come è riuscita a conciliare le esigenze della famiglia con i tempi del lavoro?
«Con tanta fatica, lasciando a casa i miei bambini quasi in lacrime quando dovevo tornare in redazione nel pomeriggio...
«E oggi è ancora peggio. Se non ci fossi io ad aiutare mio figlio e mia nuora, occupandomi dei bambini, certo mia nuora non potrebbe lavorare. È davvero difficile conciliare!»
 
In che modo è passata dal giornalismo alla stesura di un romanzo?
«Mia madre rovistando in vecchi bauli aveva trovato alcune lettere: io le presi in mano, eliminai particolari superflui, aggiunsi i frutti delle mie ricerche storiche... e nacque Amore mio, uccidi Garibaldi
 
Quanto c'è di autobiografico nei suoi romanzi?
«In ogni romanzo c'è autobiografia, ma c'è anche molto di simile al vero.»
 
Ed esiste ancora una scrittura «femminile»?
«Credo che la mia sia l'ultima generazione di scrittrici. Oggi, le donne parlano, lavorano, vivono, amano come gli uomini, quindi ogni differenza si è annullata. Forse resta ancora una sensibilità femminile...»
 
L'incontro si avvia a conclusione, le chiedo cosa pensi dei premi letterari che quest'anno hanno privilegiato le donne (Bagutta, Strega, Campiello).
«Alcuni, quelli che fanno vendere tante copie, risultano pilotati; quelli meno influenti, sono ancora genuini, soprattutto se i giurati sono sconosciuti.»
 
Dal pubblico una signora chiede alla scrittrice chi siano state le sue «maestre».
Isabella senza esitazione le cita subito: Natalia Ginzburg, Lalla Romano e Marguerite Yourcenar.
Una studentessa vuol sapere per quale romanzo abbia lavorato di più e anche qui, immediatamente, l'autrice cita «Di buona famiglia», il suo romanzo forse di maggior successo, scrivendo il quale ha lottato strenuamente perché la storia di due sorelle non fosse confusa con la propria storia.
 
Chiudiamo questa piacevole conversazione ricordando che Isabella Bossi Fedrigotti ha generosamente aderito a due progetti solidali di volumi collettivi, uno sulla disabilità infantile, l'altro sulle donne del nord est.
Ed è con gioia che Isabella ricorda il racconto dedicato alle Zigherane, donne semplici, poco alfabetizzate, che lavoravano alla Imperial Regia Manifattura d'Austria e Ungheria e che ottennero, con coraggio e determinazione, a costo di pesanti sacrifici, che fosse costruito un ponte sul Leno, che fosse istituito un nido aziendale, che si costituisse una specie di banca che erogava prestiti e custodiva risparmi.
Con la descrizione del fabbricato ben visibile dalla casa Bossi Fedrigotti e del bel monumento dedicato alle Zigherane, Isabella Bossi Fedrigotti ci saluta e promette di tornare ancora fra noi.
 
Luciana Grillo – l.grillo@ladigetto.it

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