Home | Interno | Parità di Genere | Anche la cultura ha bisogno di fatti – Di Simonetta Fedrizzi

Anche la cultura ha bisogno di fatti – Di Simonetta Fedrizzi

«Per prevenire la violenza maschile contro le donne, cambiare la politica e la cultura»

Lontano dalle date in cui i riflettori si accendono sulle violenze maschili contro donne e bambine e la violenza domestica (la giornata internazionale del 25 novembre, On Billion Rising V-Day il 14 febbraio, la giornata della donna l’8 marzo), la Commissione provinciale Pari Opportunità tra uomo e donna ritiene necessario ribadire alcuni punti, tutti ugualmente importanti e interconnessi, riguardo le azioni mirate a prevenire le violenze di genere, a proteggere le donne e le loro figlie e figli, e a punire gli uomini maltrattanti, come stabilito dalla Convenzione del Consiglio d’Europa - Istanbul ratificata anche dall’Italia ed entrata in vigore nel 2014.
La ratifica dell’accordo comporta la sua effettiva attuazione, per questo il Consiglio d’Europa ha affidato il monitoraggio al gruppo di esperti GREVIO che quest’anno è chiamato a verificare l’efficacia degli strumenti messi in atto nel nostro paese.
 
Il primo punto riguarda la necessità di tenere i riflettori sempre accesi, in qualsiasi giorno dell’anno, perché purtroppo è in ogni giorno dell’anno che i maschi violenti umiliano, annichiliscono, schiavizzano, picchiano e uccidono le donne, spesso nella ingannevole tranquillità delle mura domestiche.
 
Il secondo punto riguarda la necessità di concepire le violenze di genere al plurale, perché il femminicidio - cioè l’omicidio di una donna in quanto donna, un crimine che giustamente ma troppo spesso occupa spazio nei media rappresenta solo il più drammatico epilogo di varie altre forme di violenza, tutte dolorose, discriminanti e invalidanti per chi le subisce e per chi vi deve assistere, come inevitabilmente capita ai minorenni in famiglia.
Queste forme sono davvero tante: violenza psicologica e persecutoria (stalking), fisica, sessuale incluso lo stupro, ricatti affettivi, economici, molestie, matrimonio forzato, mutilazioni genitali, aborto e sterilizzazione forzata, ma anche complicità e favoreggiamento del reo, che inducono addirittura all’ostracismo sociale e mediatico contro le vittime.
Queste forme vanno tutte riconosciute per essere efficacemente contrastate.
 
Il terzo punto riguarda la necessità di riconoscere che le radici delle violenze di genere affondano in un tessuto socio-culturale arcaico ma non ancora affatto sepolto nel passato.
Il mondo contemporaneo è ancora patriarcale, in alcuni paesi in misura eclatante, con la negazione dei diritti civili alle donne, e in altri in maniera subdola, che mostra la conquista delle pari opportunità, ma lascia nascosta una cultura che nutre la conservazione della gerarchia di genere con un riconoscimento parziale, una sistematica seppur sottile sottovalutazione e addirittura talora un disprezzo per la figura femminile in tutti i ruoli sociali.
Il nostro territorio appartiene a questo secondo gruppo e con soddisfazione abbiamo registrato la volontà diffusa di superare gli ostacoli alla piena attuazione delle pari opportunità, in occasione dello scorso 25 novembre quando sono state realizzate numerose e diverse iniziative per contrastare le violenze maschili sulle donne bene messe in luce dalla stampa locale.
 
Appare evidente che il pieno raggiungimento delle pari opportunità ancora necessita di ulteriori misure di tipo economico, sociale e culturale, pur non sottovalutando la necessità di perseguire con efficacia le violenze dal punto di vista penale.
La Commissione Pari opportunità che ha operato nella XV legislatura ha osservato sempre e congiuntamente i principi cardine della Convenzione di Istanbul (prevenzione, protezione e punizione) nella propria attività di promozione di politiche e iniziative formative ed educative rivolte a «favorire la parità tra le donne e gli uomini e l'emancipazione e l'autodeterminazione delle donne» (art. 6).
La Convenzione è chiara al riguardo, laddove sottolinea che la violenza maschile sulle donne trova la sua origine nei rapporti diseguali tra i sessi e prolifera laddove vi siano forti stereotipi di genere.
 
Dunque, combattere gli stereotipi di genere è importante non solo per la creazione di una società più equa e libera da discriminazioni e trattamenti economici impari, ma anche per la prevenzione della violenza maschile contro le donne – una piaga di stampo primitivo e barbaro che ancora affligge il nostro progressista e civile territorio, in misura non inferiore al resto d'Italia e d’Europa.
Vale a dire in una misura scandalosa, che rivela quanto sia ancora difficile e discriminatorio essere donne in Europa: 13 milioni di donne che hanno subito violenza fisica e 3,7 milioni che hanno subito violenza sessuale, il 22% in maniera ripetuta e da parte del partner, il 18% di donne che hanno subito atti persecutori, il 50% di donne che dichiarano di evitare luoghi e situazioni perché ritenuti pericolosi per sé.
 
In queste condizioni, denunciare atti di violenza è un gesto eroico. Prima di tutto non dovrebbe essere un martirio, quindi dovremmo fornire immediatamente tutte le condizioni di sicurezza per sé e i propri figlie e figlie alla donna che si rivolge alla legge.
Ma con eguale priorità dovremmo fare in modo che non vi sia più necessità di denunciare. Dovremmo far sì che questo carattere selvaggio e primitivo non macchi più la nostra civiltà. Questo è possibile con il perseguimento attivo e materiale di strumenti educativi e culturali diffusi, attenti alla rappresentazione in parole ed immagini, capaci di curare ogni traccia di patriarcato nel nostro pensiero e linguaggio che determinano e definiscono la nostra azione.
 
Anche la cultura ha bisogno di fatti, non è mai solo parole.
Un fatto prodotto da un cambio di parola sarebbe un passo in avanti: smettere di chiamare vittima colei che denuncia, colei che dice «no» al maschio violento.
Colei che denuncia è un modello di civiltà, un’eroina, una pioniera di una società in cui le pari opportunità sono una realtà.
È un'eroina non solo perché salva se stessa e protegge i suoi figli ma perché conduce tutta la nostra società fuori dalla barbarie. Un’educazione che ci insegna ad ammirarla produce anche una cultura e quindi una società capace di sostenerla nel cambiamento di cui tutte e tutti abbiamo bisogno se vogliamo uscire dalla barbarie della violenza di genere che ancora affligge questa che chiamiamo la nostra civiltà.
 
Le azioni messe in atto nei cinque anni della XV legislatura dalla Commissione Pari Opportunità sono state tutte mirate al raggiungimento di questo obiettivo.
Auspichiamo che la Commissione che succede alla nostra voglia portare avanti il cammino che purtroppo è solo iniziato.

Simonetta Fedrizzi
Presidente della Commissione Pari Opportunità

Condividi con: Post on Facebook Facebook Twitter Twitter

Subscribe to comments feed Commenti (0 inviato)

totale: | visualizzati:

Invia il tuo commento comment

Inserisci il codice che vedi sull' immagine:

  • Invia ad un amico Invia ad un amico
  • print Versione stampabile
  • Plain text Versione solo testo

Pensieri, parole, arte

di Daniela Larentis

Parliamone

di Nadia Clementi

Musica e spettacoli

di Sandra Matuella

Psiche e dintorni

di Giuseppe Maiolo

Da una foto una storia

di Maurizio Panizza

Letteratura di genere

di Luciana Grillo

Scenari

di Daniele Bornancin

Dialetto e Tradizione

di Cornelio Galas

Orto e giardino

di Davide Brugna

Giovani in azione

di Astrid Panizza

Nella botte piccola...

di Gianni Pasolini

Campi da golf

di Francesco de Mozzi

Cartoline

di Bruno Lucchi

Amici a quattro zampe

di Fabrizio Tucciarone

L'Autonomia ieri e oggi

di Mauro Marcantoni