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Vescovo Lauro, Omelia della Seconda domenica di Pasqua

Messa celebrata a porte chiuse e trasmessa in streaming in cattedrale di Trento

I discepoli sono chiusi in casa bloccati dalla paura: aspettano che si calmino le acque dopo la morte del Maestro. Anche noi viviamo un’analoga situazione: bloccati in casa, speriamo che si attenui la pandemia.
Le nostre comunità, come quella del cenacolo, sono attraversate da grande timore, poca fiducia e tanta incertezza.
Ci ritroviamo ben descritti dalle parole di Geremia: «Anche il profeta e il sacerdote si aggirano per il paese e non sanno che cosa fare» (Ger 14,18).
Lo stesso effluvio di parole che - dai social ai grandi media - provano a leggere la situazione in cui ci troviamo, nascondono, in verità, lo smarrimento che abita un po’ tutti.
 
In questo clima così fragile, si nasconde forse la madre di tutte le paure: la paura di noi stessi, accompagnata dalla fatica di aprirci alle novità.
Questa paura viene da lontano, ben prima di questa emergenza così pesante che vorremmo provare ad esorcizzare, sperando che sia solo un brutto sogno.
Ma ecco, per tutti, la buona notizia: il Risorto, in modo assolutamente inaspettato, varca le porte chiuse e sta in mezzo a noi.
Non ai margini, ma in mezzo alle nostre paure, ai nostri rimorsi, alla nostra vita.
Il suo «Pace a voi» non è un semplice augurio o una promessa, ma una certezza.

Il dono dello Spirito Santo fa scendere dentro di noi la pace che proviene da Dio: pace sui nostri timori, sui nostri sensi di colpa, sui sogni non raggiunti, sulle insoddisfazioni che scolorano i giorni.
Non sono i discepoli che cercano il Risorto, è Lui che visita i discepoli e sta in mezzo a loro.
Non aspetta il loro cambiamento, è Lui a cambiarli. Non si scandalizza della loro incredulità, fa il primo passo ed essi si arrendono all’Amore.
Ma, soprattutto, li abilita a rileggere i fatti: questo è il senso profondo del mostrare le piaghe.
Quelle ferite sono la gloria di Dio, il punto più alto dell’amore, e allora resteranno eternamente aperte.
 
Potendo oggi rileggere con il Risorto i fatti di questi giorni, ritroviamo con sorpresa che anche la gloria dell’uomo ha nell’amore il suo habitat.
Lo documentano le storie di tenerezza e di commozione che – oltre al dolore estremo per chi non ce l’ha fatta – narrano un ritorno alla vita, accolto con un entusiasmo tale da suscitare perfino l’applauso.
A questo punto è chiaro che credere è raccontare dopo aver visto, come ci ricorda anche Giovanni: «Quello che abbiamo veduto e udito noi lo annunciamo a voi» (1 Gv 1,3).
 
Nessuno può credere senza fare un’esperienza, senza incontrare la persona del Cristo Risorto.
Alla luce di questa osservazione, possiamo rileggere anche le parole di Gesù a Tommaso: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto» (Gv 20,29).
Potremmo tradurle così: coraggio Tommaso, oggi mi vedi e credi, ma ci sarà gente che vede e crede non perché vedrà me, ma perché vedrà te.
Questo è il mandato affidato a ciascuno di noi e alle nostre comunità: mostrare attraverso di noi il Risorto.
Non lasciamoci scappare l’occasione di illuminare quest’ora drammatica con una vita credibile e affidabile.

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