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Il 15 aprile 1986 Gheddafi lanciò due missili Scud su Lampedusa

Caddero in mare prima di raggiungere l’isola, ma lo Stato Italiano fu a due passi dalla più ardita reazione di rappresaglia della sua storia repubblicana – Il racconto

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Ogni riferimento a cose persone o fatti è puramente casuale e ci si scusa con coloro che dovessero, casualmente, riconoscersi tra i personaggi citati nel seguente racconto, che è frutto di pura fantasia.

 Quella terribile notte del 15 aprile 1986 
(Racconto di pura fantasia)

Era la sera del 15 aprile 1986 e mi trovavo a Roma, nell’ufficio del sottosegretario agli interni, Francesco Marcucci. Io ero il giornalista che l’aveva aiutato nella campagna elettorale, facendogli prendere un 4% in più rispetto al suo partito che invece aveva perso il 3,5%.
Non che io fossi del suo partito, sia ben chiaro, un professionista resta un professionista. E un giornalista che appartenesse a un partito non sarebbe più sereno nei giudizi.
Fatto sta che quella sera lo stavo intervistando per sapere come fosse la vita di un sottosegretario con delega alla Polizia e, per esteso, come funziona la stanza del bottoni. Il dialogo si svolgeva tra amici ed eravamo del tutto rilassati e in attesa di andare a cena con la sua scorta, quando balzò dentro l’ufficio il suo segretario. Il quale non bussa mai, ma quella volta era evidente che era successo qualcosa di grosso.
«Senatore, presto! – Esclamò. – Deve andare a Palazzo Chigi immediatamente. Il presidente Craxi ha convocato il Gabinetto di Crisi.»
«Cosa diavolo è successo, Mariano? – Incalzò Marcucci, alzandosi in piedi come me. – Cos’è cascato, il mondo?»
«Beh, potrebbe cadere... Gheddafi ha lanciato due missili Scud contro Lampedusa…»
«Dimmi che scherzi…!»
«Affatto. I due ordigni sono caduti al largo dell’isola, ma è un attentato gravissimo e il Presidente vuole reagire immediatamente.»
Saltammo sulla Tema blindata e filammo con la sirena a Palazzo Chigi.
 
All’ingresso non fecero storie per la mia presenza e prima di salire al piano di sopra mi fecero firmare un sacco di carte.
«Se scatta il Segreto di Stato, – mi spiegò il funzionario di Polizia – lei è impegnato al silenzio più assoluto. Di cosa si occupa al Ministero dell’Interno?»
Intervenne il senatore.
«È il mio consigliere politico personale.»
Mi diedero un passi e mi fecero passare.
«Se dicevi che eri un giornalista ti avrebbero buttato fuori…»
Non dissi nulla.
Al piano di sopra c’era un viavai infernale. Sale e controsale piene di persone con carte in mano, agenti del Sismi e del Sisde erano evidenti come fagiani nel giorno di caccia.
Prima di entrare nell’ultima stanza, quella veramente dei bottoni, un agente mi avvisò.
«Se entra, non può più uscire finché la crisi non sarà finita.»
«Nessun problema – risposi, – sempre che ci sia un bagno…»
Non commentò. Prese il nome dal passi con un lettore laser e mi fece entrare.
 
Dentro c’era il Ministro della Difesa Spadolini che parlava con il Ministro degli Esteri Andreotti e il Ministro dell’Interno Scalfaro, il quale fece cenno al mio amico senatore di avvicinarsi.
«Craxi è in riunione con le opposizioni, – disse Scalfaro. – Per la prima volta il Presidente del Consiglio ha convocato anche le minoranze. Non so se sia una buona idea…»
Il senatore non fece tempo a commentare, perché si aprirono le porte del Gabinetto e uscirono i leader dei partiti non al governo. Bianchi in volto anche loro e anche loro costretti ad aspettare il risolversi della crisi.
Ci fecero cenno di entrare.

Nel salone c’era un tavolo più grande di quello dove si svolgevano i Consigli per la sicurezza nazionale all’Interno, ma meno grande di quello che accoglieva il Consiglio dei Ministri. I ministri convocati presero posto e, al loro fianco si sedettero i rispettivi sottosegretari. I capi di gabinetto o di struttura stavano seduti al fianco opposto.
Noi stavamo in piedi, con un funzionario che si assicurava che non facessimo nulla.
Craxi riassunse i fatti, precisando che il Capo di Stato Maggiore della Difesa lo aveva informato che i missili non erano partiti da una nave, come sembrava in un primo tempo, ma dalla terraferma.
«L’ipotesi di lavoro sul tavolo non è più dunque l’affondamento di una nave da guerra Libica – disse, – ma di una rappresaglia contro una base militare in terraferma.»
Seguirono fruscii e gesti di intolleranza.
«Sono contrario, – disse Andreotti. – Non posiamo farci nemica la Libia. Abbiamo troppi interessi in comune.»
«I rapporti d’affari continueranno anche dopo. – Commentò Craxi. – Non sono così stolti.»
Andreotti fece uno dei suoi rari amari sorrisi, come dire che Craxi non ci vedeva molto bene nei rapporti con il dittatore.
«La Difesa è pronta, – annunciò Spadolini soddisfatto. – Il CSM dell’aeronautica ha il piano pronto.»
«I servizi segreti cosa dicono?» – Chiese ancora il Presidente, rivolto all’ammiraglio Martini del Sismi e al collega del Sisde.
«In Libia sono sicuri che non faremo ritorsioni di sorta.» – Disse Martini.
«All’interno la popolazione è contro Gheddafi.» – Aggiunse l’altro.
«Quale sarebbe l’obbiettivo scelto per la rappresaglia?» – Chiese allora al Capo di Stato Maggiore Difesa.
«All’estremo ovest della Libia, sulla costa, c’è una base radar piuttosto isolata dal resto del paese. Difficile fare danni collaterali.»
«I nostri piloti sono in grado di distruggerla?» – Chiese al CDSM dell’Aeronautica.
«Sempre, – rispose il generale a quattro stelle. – Abbiamo sempre i piani pronti per qualsiasi base a portata dei nostri aerei. E anche più in là.»
«Quanto impiegherebbero a partire?»
«In due minuti, signore. – Rispose. – Sono allertati quattro F 104 e i piloti sono a bordo. Un aereo radar è già in volo.»
«Alcune navi della Marina sono in rotta per l’appoggio del caso.» – Aggiunse il CSM della Marina.
«Nel caso che succeda qualcosa…» – Aggiunse Spadolini. – I Tedeschi avevano sempre il piano B anche quando erano certi di vincere…»
«Andreotti, manca il tuo parere.» – Disse Craxi finendo il giro.
«Lasciatemi avvisare i libici che stiamo per distruggere la loro base, – rispose Giulio Andreotti. – Così evitiamo che muoia qualcuno.»
Craxi lo guardò con compassione, poi domandò ai militari una precisazione.
«Se avvertiamo adesso l’ambasciata Libica, quanto dobbiamo attendere per essere sicuri che la base sia evacuata?»
«Se Andreotti telefona di persona, gli aerei possono partire anche subito. I libici sono sempre all’erta»
«Perfetto allora. – Commentò soddisfatto Craxi. – I generali vogliono entrare in contatto con le rispettive forze operative in attesa del via?»
I comandanti alzarono la cornetta, sapendo che la linea c’era già.
«Signori, è un momento drammaticamente storico. – Aggiunse con solennità il presidente del Consiglio. Se qualcuno vuole dire qualcosa un’ultima volta prima del via, gli concedo un minuto.»
Fece un giro con gli occhi e vide solo la mano alzata del mio amico senatore, sottosegretario all’Interno.
«E lei chi è?»
«È il sottosegretario all’interno.» – Gli sussurrò il capo di gabinetto.
«Avanti allora. Ha un minuto.»
«Me ne basta meno, – rispose. – Ma preferirei che i tecnici lasciassero la sala.»
«Sta scherzando? Si perde almeno un quarto d’ora!»
«Consiglio di perdere cinque minuti, – fu la risposta. – Ne va la sicurezza dello Stato.»
Craxi rimase attonito, per cui tutti i non politici lasciarono il posto e uscirono senza attendere ordini.
Stavo per andarmene anch’io, ma il senatore mi fece cenno di restare.
«Forza, senatore. – Disse Craxi spazientito. – Siamo tutti in attesa di sentire cosa ha da dire di tanto catastrofico.»
«Il Governo non può attivare un’operazione di guerra senza l’approvazione preventiva del Parlamento. E' un dettato della Costituzione»

Quello che accadde dopo non lo ricordo bene, tanta era l’emozione che aveva sconvolto il Gabinetto di Crisi.
Lasciammo Palazzo Chigi alle 4 di mattina, io venni accompagnato all’Hotel Plaza, il senatore alla sua abitazione protetta dalla Digos.
Io fui vincolato per anni dal segreto di Stato, per cui non commentai la dichiarazione che Craxi fece l’indomani in Parlamento. Era impensabile chiedere di appoggiare un’azione di guerra a sorpresa, se il parlamento avesse discusso pubblicamente l’operazione.
Per cui Craxi fece buon viso a cattivo gioco.
«L’Italia è un grande Paese. – Disse nell’emiciclo. – Per questa volta ci limitiamo a inviare una vibrante protesta a Tripoli, avvisando Gheddafi che se effettuasse altre iniziative folli come quella di Lampedusa, chiederò al parlamento l’autorizzazione a compiere una rappresaglia adeguata, certo che il Parlamento ci autorizzerà.»

Gheddafi comprese l’avvertimento e tutto finì lì.
I militari italiani non seppero mai che cosa fu detto per convincere Craxi a desistere dall’iniziativa che lo avrebbe portato sullo stresso piano di Reagan.
E, visto che ancora oggi si pensa che il presidente alla fine abbia rinunciato per debolezza o buonsenso, ho deciso di raccontare come sono andate le cose, precisando ancora che ogni riferimento a fatti, persone o cose è puramente casuale, trattandosi di un racconto frutto della fantasia.
 
GdM

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