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Intervista a Cesarina Seppi: «le parole che non ti ho mai detto»

Il racconto Paola Gabrielli, a otto anni esatti da quel triste giorno

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Trento, 29 dicembre 2014.
Sono passati esattamente otto anni da quel triste giorno. Correva l’anno 2006 ed era un venerdì, quando Cesarina Seppi ci ha lasciato.
Aveva 87 anni, ma ancora lo spirito vivace di un giovane combattente.
Così l’aveva definita Alessandro Franceschini: «Un’artista guerriera» e per questo, in qualche modo, sento di esserle affine.

Non per caso, infatti, mi sono laureata con una tesi sulla sua opera nel contesto dell’arte trentina, e non solo, del Novecento.
Ma allora, non sapevo ancora il motivo che mi aveva portato a scegliere quell’argomento. L’ho appreso dopo, quando la mia vita ha iniziato a snocciolarsi negli accadimenti che mi hanno portato nel qui ed ora della scrittura.
Attraverso velocemente via Diaz e mi dirigo con spasso spedito verso piazza Italia.
Un luogo eclittico, ma che da sempre mi ha coinvolto nel profondo. Come se qui, avessi dovuto incontrare qualcuno di molto particolare.
O forse ad attrarmi così tanto, sono state solo le cicatrici storiche che porta impresse, in parte nascoste in questo periodo dalle casette in legno di Babbo Natale.
Quest’anno sono arrivate anche qui, oltre che in piazza Fiera, ma manca l’albero, solo e maestoso, a consolarmi.
Così qualcosa è andato perso nel mio cuore; così qualcosa si è aggiunto per i turisti.
 
All’imbocco della piazza, prima di gettarmi nel mare dei prodotti trentini, vengo accolta dal «Fiore lunare», una scultura in acciaio corten di Cesarina Seppi.
Appare un po’ soffocato allo sguardo, lì tra le casette, e penso che di questo lei non sarebbe stata per nulla contenta.
Mi ricordo infatti, che se solo il suo Fiore lunare veniva graffiato o molestato - a suo dire - si preoccupava di farlo ripulire al più presto.
Non ci potevano stare delle cicatrici sulla sua creatura, eppure sta lì l’opera, in quella piazza. Lì è stato messo.
 
Passo oltre, verso la casa dell’artista che mi sta aspettando. Un appuntamento rimandato da anni e precisamente da quando mi sono laureata.
Suono il campanello e aspetto che mi risponda. La sua voce non è cambiata: guardinga e vibrante come un tempo.
«Chi è? – Mi chiede. – Sono la Paola.»
«Sali».
Entro e prendo il vecchio ascensore sulla destra. Arrivata, mi dirigo verso il suo appartamento percorrendo il lungo corridoio.
Cesarina è lì ad aspettarmi sulla porta, vestita di blu e d’azzurro, il suo colore preferito. Ricordo che in lei, tutto è sempre stato d’azzurro: gli occhi, il trucco, i vestiti, tanto da traboccare anche nelle sue opere, coni di luce in cieli limpidi e luminosi d’inverno.
«Ti aspettavo», mi dice.
«Lo so», le rispondo. Mi sento emozionata, dopo tutti questi anni.
Le stringo la mano.
«Non è passato molto tempo, in fondo», mi fa notare.
Quanto di nostro passa attraverso le mani. Lascio la sua stretta.
«Per lei no, ma per me il tempo dell’attesa è infinito.»
«Quale attesa?» – Mi chiede.
«Di cogliere una rosa d’inverno tra la neve.»
«Cerchi l’impossibile…, non credi?» – E sorride sotto i baffi.
«Eppure ieri l’ho vista.»
«Significa che è arrivato il momento. Entra.»
Mi siedo al tavolo del soggiorno ed appoggio la borsa sulla sedia accanto.
«E l’ho colta. Vedi?»
La osservo sprofondare nella poltrona in velluto che mi sta di fronte.
«Non mi hai fatto aspettare anche tu, in fondo, in tutti questi anni?»
«Non tutto mi è stato possibile portare subito tutto alla luce. La vita è fatta di scelte, non crede?»
«Ad ogni modo hai fatto molto e il possibile ed ora sei qui.»
«L’ascolto.»
«Ti mostrerò alcune opere.»
«Immagino realizzate dalla fine degli anni Sessanta.»
«Giustamente; per riprendere il filo del discorso da dove lo avevamo lasciato.»
«Dalle opere materiche: i Paesaggi lunari, le varie Cronache di paesaggio
 
Prendo appunti e penso che questo sia proprio il momento giusto per rivederla, ora che anche la nostra trentina Samantha Cristoforetti è volata nello spazio.
«Almeno ora non sento più la stanchezza di queste vecchie ossa.»
«Mi ricordo con quanta fatica combatteva per portare alla luce le sue opere, le sue creature, come lei amava definirle”.
«Non ho avuto figli, infatti. L’arte è stata per me la mia vita.»
Cesarina ha le lacrime agli occhi.
«Ed ha lasciato un segno importante per il Trentino.»
Mi sorride. Lei sa…
«Ti ringrazio.» Poi si alza e va verso lo studio a prendere alcuni quadri.
Ritorna. «Questo è il primo da cui partiamo per la nostra intervista.»
S’intitola Messaggio del 1969.
«Cercavo il verbo che decifrasse i segreti dell’esistenza» – mi dice.
«La parola che salva» – le faccio notare.
«L’artista è sempre alla ricerca di un messaggio da portare nel mondo per il mondo,» – puntualizza.
 
Ora capisco questo suo modo di vedere.
«È così; io lo noto nella scrittura.»
«Lo so che scrivi; lo avevi detto anche alla giornalista quando ti aveva chiesto cosa volessi fare della tua vita, da grande.»
Mi ricordo. «Fu una risposta automatica allora. Non ci pensai.»
«Ma un senso c’è.»
 
Infatti un senso c’è sempre in tutto ciò che ci accade. Osservo i fasci di luce gialli che s’intersecano all’azzurro dello sfondo.
«Ed oggi lei mi porta un messaggio.»
«Proprio per questo ho voluto iniziare da quest’opera. Ho compreso il senso del verbo che si fa carne nel mondo.»
Comprendo. Il nostro incontro è l’inizio di un viaggio.
«Guarda ora questo quadro qui, Trappola per il sole del 1968.»
Lo prendo in mano. Il raggio di luce che scende dall’alto è stato catturato dal movimento del colore e da due spicchi di luna.
«Perché proprio il sole?» – le chiedo?
Cesarina ribatte: «Non sarebbe forse meglio che ti domandassi il perché di quelle due lune?»
Ci penso.
«La risposta la troverai in uno dei miei Paesaggi della memoria dipinti negli anni Ottanta.»
Li ho travati sempre molto belli quei quadri; così essenziali nel tratto tanto da far emergere solo il simbolo che volevano trasmettere.
«Rappresentano forse delle bivalve che galleggiano sul mare, i fossili che lei amava tanto raccogliere durante le sue passeggiate sulle Dolomiti?»
«Certo, ma io ci vedo ancora delle lune.»
«Ora galleggiano quiete ed il sole non c’è» – osservo.
Cesarina Seppi si risiede nella sua poltrona.
«Avevo trovato pace nel mio femminile lunare, ma non nel mio maschile solare» – e mi indica l’altro quadro.
Il suo sole era stato intrappolato.
«E cosa mi dice delle sculture luminose degli anni Settanta? Lì la luce è molto forte.»
«Accecante. Per questo ci ho messo del vetro a fare da schermo alla sorgente luminosa. Per riuscire a sostenerne lo sguardo, così da poter osservare la luna in tutto il suo splendore.»
«Possiamo parlare di pacificazione tra la parte maschile e quella femminile nelle opere di questo periodo?»
«L’equilibrio e’ stato in parte raggiunto: il sole dialoga con la luna e la sua forza luminosa mette in mostra la bellezza dell’astro signore della notte, ma anche qui, come puoi notare, la luce del sole è stata intrappolata, o meglio schermata.»
«E ciò che abbiamo dentro si riflette fuori…»
Cesarina Seppi allunga le gambe. «Sono sempre stata una donna forte.»
«Per questo il suo sole è stato intrappolato!»
«C’è un prezzo da pagare, comprendi?»
«Ho colto l’equilibrio necessario tra le parti.»
 
L’artista sembra soddisfatta. Le chiedo un’ultima cosa: «Abbiamo un messaggio finale da portare al mondo?»
«Il mio Fiore lunare
«L’uomo da cui sboccia la poesia, così lo ha definito.»
«La vita è un’opera d’arte, è poesia; a noi spetta la scelta di cosa farne. Io la mia l’ho fatta a suo tempo, nel bene come nel male, e tu casa vuoi farne?»
Cesarina Seppi sta un attimo in silenzio e mi guarda; poi continua: «Ma già tu lo sai, tu…»
Mi alzo e m’avvicino alla sua poltrona.
«Le sue parole sono il Messaggio, Cesarina.»
Anche lei si alza. So che il tempo è scaduto. Cesarina Seppi deve andare, ritornare da dove è venuta.
L’abbraccio forte.
«Buon anno, Cesarina.»
«Buon anno, cara», mi risponde. Poi svanisce e resto sola nella sua grande casa.
Non mi resta che chiudermi la porta alle spalle ed allontanarmi, ascoltando in silenzio il rumore dei tacchi sulla pietra che mi riportano alla vita, al mio “Fiore lunare” che mi sta aspettando.

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