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Francesca Merz: «Il Natale mi piace, non mi piace, ma se vuoi.»

Si avvicina il Natale. Pubblichiamo un dolce racconto della giornalista trentina Francesca Merz. Una semplice storia d'amore, in cui l'autrice parla di un suo amore per voce del suo innamorato...

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Non mi ha più invitato a casa sua.
Dopo pomeriggi interi seduti su scomode sedie da campeggio.
A mangiare sul tavolo scrostato dell'ingresso. Fare e disfare cene, progetti, lenzuola.
Osservare la vicina che sempre alla stessa ora si denuda. E riderne.
Salutarsi dal balcone con la mano.
E gli occhi puntati verso il cielo, i miei.
Verso il piazzale e i vasi di fiori e i cerchioni delle bici, i suoi.
E incontrarsi a metà strada.
In uno spazio imprecisato ma solo nostro.
È che volo via, spesso. Con la fantasia. E Marta. Beh, lei mi lega a sé con fili sottili, ricamati da mani ancora più fini.
E proprio lei siede altrettanto spesso direttamente sul marmo freddo del pavimento. Ama sentirsi il sedere ghiacciato: le permette di avvertire meglio il sangue, che le pulsa nel resto del corpo - dice.
Si sente viva così, stando ferma.
L'ultima volta che i nostri sederi hanno appoggiato superficie e mutande sul marmo di casa era sera. Una sera fredda di qualche settimana fa.
Avevo finito di lavorare alle sei.
Un mese intero ad incartare i regali di turisti e locali al piccolo mercatino natalizio, che da qualche anno costringe la mia città ad anticipare le feste di almeno un mese.

Fa un freddo da morire oggi..
Due vetri di plastica e assi di legno a limitare il perimetro dell'abitacolo ricoperto di muschio, che profuma di sintetico. Due scatole di cartone infagottate dentro fogli lucidi e taglienti, sul piccolo davanzale di legno. Una collana di luci sul tetto, che, ad ogni raffica di vento, si sfila da finti rami di abete.
Fa troppo freddo oggi, già..
Toc toc..
- Accendi lo stereo appena ti faccio cenno.
..
Eccolo, il cenno.
Un occhio che si chiude appena, in maniera impercettibile, e mi resterà sempre il dubbio che sia solo un tic o un bruscolino portato dal vento.
Che palle sta musica. Sempre uguale: troppo alta per i venditori del mercatino, troppo bassa per i curiosi. Per me, solo noiosa.
A fine giornata ho il mal di testa.
E poi, i peruviani all'angolo della via, che quest'anno si sono pure dotati di un amplificatore di tutto rispetto.
Toc toc..
- Mi scusi.. è qui che si possono far incartare i regali?
- Certo signora.
E sfodero un sorriso da dentifricio in promozione.
- Quanti pacchetti le servono?
- Dunque.. ho una candela, due quadretti e queste matite colorate. Facciamo quattro.
Prendo la candela. Viola e gommosa. Ha uno stoppino lungo, a cui c'è legato un biglietto. Dice: produzione artigianale. Scelgo la carta. La più grossa perché il cero colorato ha una forma irregolare e non riuscirei ad incartarlo bene, altrimenti.
Finito, passo ai quadretti.
- È possibile avere due carte diverse? Sa.. è per distinguere i regali.
La faccenda si fa seria.
- Certo. Carta verde e carta rossa?
- Oddio no. La carta verde proprio no. Color oro non ce l'ha?
- Mi manca.
- Ah.
Comincio ad incartare il primo quadro con la carta rossa, ma noto, con la coda dell'occhio, le smorfie della signora.
- Ha scelto l'altro colore?
- Senta, caro..
- Sì..
'Sta tipa è una gran seccatrice. E ha troppi anelli alle sue mani grasse.
- Potrebbe differenziare solo i fiocchi? Carta rossa per entrambi, ma nastro oro per uno e argento per l'altro.
- Certo. Nessun problema.
I problemi ce li ha lei.
Tocca alle matite, grosse come pezzi di rami.
Infilo l'intero mazzo in un sacchettino, fabbricato in precedenza dalle mie mani di ghiaccio.
- Ecco. Buon natale.
- Grazie.. posso avere anche della carta verde?
- Come? Ma prima non le piaceva.
- Ora sì.
Allungo la mano oltre la finestra. Tocco il mondo esterno e mi ritraggo, di fretta.
La signora scompare alla mia vista, inghiottita da cappotti e sciarpe di lana.
Chiudo ed alito sulle mie mani fiato caldo e vaporoso. Mi vengono in mente i ghiaccioli che si formavano sul cancello di casa, durante l'inverno. Ricordo che li staccavo per sentire il rumore secco del mio gesto. Mi piaceva la superficie lucida che restava tra le mie dita di bambino e la leccavo come fosse gelato. Mi inventavo dolci sapori di frutta davanti al mio amico Carlo, che, per non essere da meno, ne staccava a sua volta uno e mi diceva «il mio sa di fragola. Buonissimo».
Toc toc..
- Buongiorno signora.. Cosa le serve?
- Può incartarmi questo, cortesemente?
- Un ferro da stiro?
- Sì perché? Non si può regalare a Natale?
- No! Cioè sì. Ma non questo. No no.. volevo dire… dove lo ha comprato? qui si possono incartare solo oggetti acquistati al mercatino.
- Ma io l'ho comprato qui vicino.
Il ragionamento non fa una piega, apparentemente.
- Non posso. Mi dispiace.
- Oh. Che peccato.
- Già..
E le allungo un fiocco rosa, immaginando che il ferro da stiro sia per una donna e non per un uomo.
Le si illumina il volto pallido, chiuso in uno scialle lavato, steso e stirato innumerevoli volte.
- Buon natale, ragazzo..
- Buon natale a lei, signora..
Sorrido. L'odore di muschio finto mi ha profumato la mano, quella sinistra. Quella del cuore.
Oggi si lavora poco, per fortuna. Molti curiosi vagabondano tra le bancarelle solo per farsi «un'idea».
Cosa significhi poi farsi un'idea di un regalo non l'ho ancora capito.
Io mi faccio un'idea di un libro, di un film, di una vicenda politica che conosco poco ma su cui mi esprimo comunque.
Ma di un regalo. Beh. Può piacermi o no. Essere costoso o molto economico. Adatto o meno per la persona scelta. Ma un'idea..
Dicevo, comunque.
Che non la vedo da un po'.
Non so dove sbagliai. L'aiutai pure ad apparecchiare la tavola, disponendo le stoviglie al posto giusto. Forchetta a sinistra, coltello a destra. E non a caso come faccio di solito.
E lei. Lei era bellissima.
Con l'eye-liner sbavato e le labbra gonfie di un rossetto brillante e rosa chiaro.

Mi presentai da lei in orario.
Trovai il portone aperto. E salii contando le scale.
Di solito prendo l'ascensore.
Cinquanta scalini ed eccomi di fronte alla sua, di porta.
Profumo di zucchine e acqua salata che bolliva sul fuoco.
Appoggiai la bottiglia di vino rosso, comprato dopo il lavoro, sul tappetino dell'ingresso.
Ed estrassi dalla tasca dei jeans un biglietto.
Che poi era un pezzo di carta natalizia, rubato dalla mia casetta di Natale.
Sul retro di due orsi rosa, scrissi «Ciao. Sono Cabernet. Alla festa ho invitato un amico. Potevo?»
Dalla borsa di velluto liso come le mie mani tirai fuori un pezzo di scotch, che si era incollato alla zip della tasca interna.
Lo incollai sul biglietto, che incollai sulla bottiglia.
Suonai il campanello. Due volte come i postini provvisti di raccomandata.
E scappai, trovando riparo sul 47esimo gradino.
Da lì, sbirciai appena.
Sentii la voce gracchiare attraverso il citofono.
E vidi uscire di corsa i quattro figli della famiglia sudamericana che vive dall'altra parte del pianerottolo.
La porta si aprì. Sbucò lei. O almeno credetti - visto che alla cena ero invitato solo io.
Sentii rumori di carta che si stropicciava.
E piccole risate. Come note appena accennate.
- Dove sei?
- Qui.
E sbucai io.
Con il cappotto sbottonato, ché cominciava a fare caldo.
Le lenti degli occhiali scivolate sul naso.
E le mani che si stringevano l'una con l'altra per farsi forza.
- Vieni dentro o mangiamo qui?
- Dentro.. È più caldo.
Sorrise. E mi sembrò di non ricordare un sorriso più bello.
Batteva di gran lunga persino quello che mi regalò mio padre il giorno della laurea.
Sorrisi anch'io.
Con le labbra screpolate e troppo fini per contenere più di due parole alla volta.
Mi ricordarono quelle di Babbo Natale.
Quello che, all'ingresso del mercatino, sbatte la campana molte volte al giorno.
E lo sforzo gli ha sciupato persino le labbra, rendendole magrissime.
Entrai in casa, pensando al Natale. Ai folletti, alle spremute d'arancia la mattina e alle bocce di plastica, ricoperte di paillette come zucchero velato sui dolci della nonna.
Guardai i miei piedi camminare vicini e pensai che al profumo di zucchine si era aggiunto anche l'aroma di incenso al cedro.
Mi sembrò di stare in un altro posto.
Non nella mia piccola città vestita a festa.
Marta era già per terra.
Con una sigaretta accesa in una seducente bocca rosa.
L'ho baciata una sola volta.
Meglio, sfiorata.
Ad una festa di capodanno, ubriachi entrambi.
Ma io.
Io ero lucido a sufficienza per coglierne la forma a cuore.
E il sapore di liquirizia.
Cosa aveva bevuto, non so.
Al solo ricordo, l'intera collana di luci del mio abitacolo si spezzò dentro il mio corpo, disordinando membra e funzioni vitali e dando vita ad un cortocircuito.
Avrei voluto allungarmi su di lei.
Mangiarle le labbra e la pelle.
Guardarla negli occhi un istante e poi baciare anche loro.
Mi riuscì solo di dirle «cosa hai preparato di buono?»
Toc toc..

Toc toc!
- Scusi.. stavo pensando..
- A cosa giovanotto? Al fatto che si è formata una coda chilometrica e lei non ha voglia di lavorare? Fa bene.
Guardo al di là del vecchio. Un cappello di lana grigio. Due sacchetti grassi di caramelle, lecca lecca a forma di bastoni e pupazzi di neve e monete di cioccolata. Un ombrello, chiuso. Ma si vede che è rotto. Pende tutto da una parte. O forse è la mano che lo regge, a pendere.
Il cielo, grigio. Come il cappello di lana. Come gli occhi del vecchio. Come la barba del signore che vende caldarroste sotto casa mia.
- Allora? Mi incarta la befana e la composizione di sabbia colorata?
- Prego?
- LA BEFANA E LA COMPOSIZIONE DI SABBIA COLORATA?!
- Ah sì. Pensavo..
- Non pensi e mi faccia il pacchetto che ho fretta.
Il Natale rende buoni, ma solo durante il pranzo del venticinque.
Quando, davanti ai cannelloni e al bicchiere di vino bianco, ci si arrende ai buoni propositi di fine anno.
Buoni non si è, né prima né dopo.
- Senta.. fa lo stesso se le do la carta e il pacchetto lo fai lei a…
Non finisco la frase.
Si ghiaccia sulle mie labbra finissime.
«Casa» rimane in bilico sull'unica parte sporgente del mio corpo.
- Casa di Marta…
- Marta?! MA CHI DIAVOLO È MARTA?
La parola «casa» era piovuta giù - all'improvviso - da quelle linee parallele, che marchiano, da sempre, il mio viso con il simbolo dell'uguale.
Scivolata. E con lei anche un nome. Femminile. Malinconico.
Con un suono sordo come un vaso che cade dal cornicione.
- Mi dia la carta ragazzo che faccio da me!
Prendo la carta.
Con la scritta «Buon Natale» in tutte le lingue.
La allungo al vecchio. Gli occhi gli si sono ristretti per il freddo dentro un viso rugoso.
- Buon Natale.
Il viso rugoso mi guarda. Fa uscire per un attimo gli occhi.
Tutti e due.
Come le antenne delle lumache, dopo che le hai toccate.
- Buon Natale.
Mi rispondo.
Com'era bella Marta, quella sera.
Con la gonna di velluto rosso.
E la spallina del reggiseno che ammiccava ogni volta che la manica della camicia assecondava le leggi della fisica, scoprendo un morso di pelle.
Com'ero inadeguato, io.
Con la cintura dei pantaloni, che penzolava a destra invece che a sinistra.
E due buchi neri, che cerchiavano i miei occhi, oscurandone la luce verdastra e facendo splendere di candore la mia pelle.
E la sua mano che si appoggiava sulla mia.
- Com'è ruvida.. vado a prenderti la crema idratante.
- È per colpa del freddo.. in casetta la stufa si è rotta..
Tornò, Marta, con un tubo di crema vellutata al sapore di miele e vaniglia.
L'avrei mangiata insieme alle sue mani.
Si schiacciò un po' di contenuto sul palmo della mano destra e me la spalmò addosso.
Prima sul dorso, lungo le vene, che solcano le mie mani come girandole nell'orto.
E poi su, lungo le nocche, le dita ossute, le unghie, i polpastrelli molli.
Fece l'amore con le mie dita per una decina di minuti.
E quando si staccò, aprii gli occhi di colpo.
Come quando la domenica vorresti dormire a lungo, ma il trillo del telefono ti sveglia sempre.
Troppo presto.
- Vado a vedere se le tagliatelle sono cotte..
- Sì.
Dissi io. E rimasi con le mani incollate di crema.
Perpendicolari al mio stomaco.
Immobili nell'aria.
Mi sentivo felice. E molto molto stupido.

Bip bip.
Oh, un messaggio.
«19 dicembre 10.45.. aiuto..»
Mi cade la forbice con cui sto tagliando i fogli di carta in tanti quadrati perfetti.
Pronti per vestire oggetti e dolciumi con stoffe scintillanti, bollate: "Mercatino di Natale 2008".
Mi cade la forbice. E con lei la mano destra.
Il muco dal naso. E una parola. Una sola. Che affonda nella mia pelle come un boomerang, le cui estremità tagliano come la lama che usa mia madre per affettare l'arrotolato, la domenica di Natale.
- ..Marta..
Toc toc..
Alzo lo sguardo, lo rovescio nuovamente sullo schermo luminoso del telefono e rimango incantato.
Come se ci vedessi dentro lei. E la sua bocca gonfia e la sigaretta e il suo sedere abbandonato per terra.
- Scusi.. è aperto? Si può?
Al di fuori del vetro, un viso smerigliato a guardarmi.
Mi volto.
Apro la porta.
Cerco la bici con gli occhi. Non c'è. Non la trovo. Non ricordo più com'è fatta.
Il viso smerigliato all'improvviso si fa liscio davanti a me.
- Scusi.. Ma non dovrebbe essere aperto?
- No. Non dovrebbe!
Esce a me questa volta la frase che ferisce il viso smerigliatooraliscio con la lama del boomerang.
Comincio a correre.
Supero un tale che pedala lentamente ai bordi della strada.
Il semaforo dell'angolo.
Il ristorante cinese.
E arrivo a casa di Marta.
Ma non devo salire.
Lei è lì.
Ha i piedi scalzi dentro la neve.
Eh sì.. Ha cominciato a nevicare e non mi sono accorto.
Il parcheggio ovale sotto casa sembra una grande pizza alla ricotta.
E Marta, vestita di nero, una grande oliva nel centro.
Sono sudato.
Esanime, con le scarpe slacciate e senza borsa.
Cavolo.. L'ho lasciata in casetta… Speriamo non mi rubino nulla.
- Allora?! Cosa fai lì in piedi! Vieni qui a darmi una mano!
Ride Marta.
Ridono i suoi grandi occhi scuri, i denti, le narici, il neo sul mento, i capelli fini e le ciglia.
Il viso intero ride.
- Sì. Ora ti aiuto.
E mi avvicino a lei, come la bussola al nord, compiendo l'unico tragitto possibile.
Mi chino per terra.
Tra la neve piccoli fogli bianchi. Altri rossi, più grandi.
- Pensa che cretina. Stavo scrivendo i biglietti di Natale in balcone. Con tutta la neve che cadeva mi pareva di essere più ispirata. Poi… un colpo di vento. Un maledettissimo colpo di vento. Ed i fogli son caduti giù.
Avranno creduto di essere fiocchi pure loro - penso.
- Ma perché scalza?
- Ero scalza quando son volati giù. Mi piace sentire il freddo addosso, lo sai.
Rido.
E con me il mio viso, il cui sangue è tornato a circolare. Le mie mani gelate. Gli occhi piccoli. Le labbra magrissime.
Il viso intero mi deride.
Mi tolgo le scarpe.
I calzini.
Li appoggio sul primo gradino della scaletta che porta all'entrata.
Li affondo nella neve.
Uno alla volta, come cucchiaini nella panna.
E penso.
Il Natale mi piace, moltissimo.

Francesca Merz

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