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Presentato a Cles il libro di Margherita de Cles

Si intitola «Le radici costruiscono il futuro», è autobiografico ed è destinato a entrare nel progetto editoriale «Experience Woman Enterprise»

È stata un grande successo la presentazione del libro scritto dalla baronessa Margherita de Cles, intitolato «Le radici costruiscono il futuro».
È stato presentato questo pomeriggio dalla collega Chiara Limelli di Radio Italia e accompagnata alla chitarra dalla cantante e musicista Elisa Maitea (foto).
Un triangolo femminile adatto al contenuto di un libro destinato a essere inserito in un progetto dedicato a venti donne imprenditrici italiane che raccontano le loro esperienze lavorative che le hanno portate al successo.
Il nostro giornale provvederà a pubblicare una recensione per la rubrica «Letteratura di Genere» di Luciana Grillo.
Ma intanto – per gentile concessione dell’autrice – pubblichiamo qui di seguito le prime tre pagine del libro, certi che invoglierà i lettori a proseguire la lettura.
 

 

1. Le radici
«Le radici di una pianta sono ciò che ne determinano resistenza e stabilità nel tempo...»
La storia inizia nel 1982, poco prima che l’Italia diventasse campione mondiale di calcio a spese della Spagna.
Erano le 18.00 del 22 marzo, orario da gin&tonic, lo stesso giorno della nascita del pittore Van Dick e di Massimiliano I d’Asburgo, personaggio spesso ricordato da mio padre per i suoi legami con l’antenato Bernardo Clesio, principe-vescovo di Trento e cardinale.
Il 22, numero che nella simbologia cabalistica indica l’universo, le idee spirituali e il servizio disinteressato, è correlato alla pace e all’armonia.
A quel tempo, non potevo pensare che nascere femmina potesse creare tanto scompiglio, ma ben presto mi fu chiaro che ogni cosa ha la sua ragione di essere...
Il primario all’ospedale di Trento aveva rassicurato mio padre, Leonardo Beniamino Maria, tanto voglioso di diventare padre alla veneranda età di 49 anni, del fatto che avrebbe avuto il suo erede, e maschio.
La mia famiglia è sempre stata molto legata al clero e alla cultura cattolica. In merito, mi sono sempre fatta molte domande, alle quali non ho avuto risposta, forse sbagliavo a chiedere agli altri, solo col tempo la mia curiosità e i miei dubbi sono stati messi a bada...
Questo bisogno di capire mi ha allontanato dagli altri, che cominciarono a temere il mio bisogno di dibattere.
Capii allora che talvolta è meglio tacere che esprimere la propria opinione, per questo motivo spesso preferivo isolarmi leggendo e disegnando.
Altre culture parlano molto di famiglia carnale e famiglia spirituale, la prima è quella di coloro che ci hanno dato i natali, l’altra è fatta delle persone incontrate e scelte.
Mi sono sempre sentita estranea agli ambienti che mi facevano frequentare, il mio pensiero e il mio cuore mi portavano lontano rispetto all’educazione familiare rigida e distaccata; io ero attratta dal dialogo e dagli altri.
Per alcuni, dal di fuori, potevo essere una privilegiata e invidiata, «nascendo bene», ma la maggior parte delle persone si fermavano alle apparenze, senza sapere che in ogni realtà ci sono segreti e difficoltà.
La mia famiglia, di sicuro, è stata «perfetta» per le sfide che ho dovuto affrontare e, soprattutto, per le prove da superare, nelle vesti di una donna nata in un ambiente da medioevo ma costretta a vivere nel Ventesimo secolo.
Un detto popolare recita: «Beata la famiglia che ha per prima una figlia»...
La conquista della libertà è stata una prova continua che, ancora oggi, donna di 40 anni matura e realizzata, mi vede caparbiamente impegnata in nuove sfide.
Mi sono occorse molte fatiche e molta introspezione per superare la ferita di avere deluso le aspettative familiari.
Ci è voluto poco tempo per conquistare, comunque, l’affetto di mio padre, ero la sua copia.
Mia madre, Augusta, rimasta vedova con due pargoli, si era risposata l’anno prima con mio padre. Primogenita di padre siciliano e madre tirolese, aveva vissuto sotto il rigore di una figura paterna severa e austera.
Impegnato nella ricerca medica, nonno Vincenzo nutriva lo stesso desiderio di avere un figlio maschio, ma fu graziato di ben tre figlie, Augusta, Maria Grazia e Giuseppina. I due opposti si erano incontrati.
Nonno Vincenzo era siciliano e nonna Anna Maria tirolese che masticava più il tedesco dell’italiano. Si conobbero durante la seconda guerra mondiale mentre nonna offriva servizio come infermiera e nonno come medico al fronte.
Entrato giovanissimo in massoneria, una volta divenuto medico lasciò il piccolo borgo di Gualtieri Siccaminò da cui proveniva la famiglia, cugini dei duchi di Avarna, caduti in disgrazia con l’ultimo proprietario del palazzo, il duca Giuseppe Avarna di Gualtieri, un intellettuale, eclettico e poeta, scrittore stravagante, che collaborò con il Partito Nazionale Monarchico e poi con il Movimento Sociale Italiano.
Aveva un debole per le belle donne e, una volta sposatosi e avuti tre figli con Magda Persichetti ma poco dopo separatosi, si risposò con una hostess americana, conosciuta su un volo Catania-Roma. Ciò che li rese famosi, oltre alla differenza di età di 33 anni, era l’abitudine del duca di suonare la campana della cappella di famiglia ogniqualvolta avessero dell’intimità, rendendo partecipi e facendosi beffe degli abitanti di Gualtieri.
Fu un uomo colto e amante della libertà, conoscitore dell’animo umano, che si adoperò per cambiare la realtà. Perse la vita nel suo stesso palazzo quando il fuoco divorò la biblioteca che lui amava tanto e dove trascorreva la maggior parte del suo tempo a scrivere e leggere.
Morì nel tentativo di salvare i suoi scritti e i suoi libri.

Chi volesse leggerlo per intero, lo chieda a Margherita de Cles, margheritadecles@gmail.com.

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Stefania Malosto 02/09/2022
Viene voglia di leggerti.
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