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«I due presidenti» – Decino capitolo

Spy story di Guido de Mozzi

IL PERIODO DEI DUE PRESIDENTI


PERSONAGGI

MARCO BARBINI
IMPRENDITORE ITALIANO

GINA BARBINI
MOGLIE DI MARCO

SAOUL GROWE
AGENTE SPECIALE DELL'FBI

JILL MOORE
AGENTE NSA

JEFF FLIT
CAPO OPERAZIONI NSA

A. CHITTUM E P. VINERY
AGENTI NSA

ROLAND GARCIA
VICEDIRETTORE AIR & SPACE SMITHSONIAN ISTITUTION

GREGORY LEVITAN
DIRETTORE DEL MUSEO DI DAYTON

MANNY LARSEN
CAPO DELL'UFFICIO STORICO DELL'USAF

COLONNELO KENNETT, MRS DOLAN, MR JACOBS
DELL'ARCHIVIO STORICO DEL PENTAGONO

GEORGE BUSH
PRESIDENTE USA USCENTE

BILL CLINTON
NUOVO PRESIDENTE USA

A mia Madre, che mi ha insegnato ad amare,
a mio Padre, che mi ha insegnato a scrivere.





Capitolo 10.


Il caffè, per quanto spaventoso, la mattina va sempre bene. Guardai Jill che me lo offriva e poi l'orologio, che segnava le 8. Non avevo idea se fosse presto o tardi. Sentivo le ossa rotte, ma non avevo mal di testa.
"Non ricordo come siamo rimasti." - Dissi. - "Quand'è che li dobbiamo incontrare?"
"Ci hanno pregato di non uscire, stamattina. Non hanno ancora deciso il livello di protezione che devono attivare per noi."
"Io vado lo stesso." - Dissi.
"Tu vieni, lo stesso. Ce l'hai così da ieri sera?" - Si spogliò e si infilò in letto.
"No. E' normale che la mattina..."
"Hai voglia di lavorare?" - Mi disse prendendomelo in mano.
"E perché me lo chiedi in questa maniera?"
"Riprendiamo il discorso sospeso ieri sera."
"Da dove?"
"Da dove preferisci."
Si mise sul fianco per girarmi la schiena. Non rimasi indifferente e mi feci subito vicino. Il contatto a cucchiaio mi piaceva da morire. Da dietro le vedevo gli occhi socchiusi con un sorriso di complicità sulle labbra. Sapeva di piacermi un sacco.
"Non dici nulla?" - Le chiesi provocatoriamente.
"Ti eccita sentire maialate?"
"Dai che hai capito. Devi raccontarmi la tua parte."
"Parla prima tu. Io sto benone così." - Si era rilassata attendendo la mia iniziativa.
Mi feci vicino vicino per parlarle in un orecchio.
"Ieri, quando eravamo riusciti a stare soli all'Indian Creek, Levitan mi aveva detto chiaramente che secondo lui la morte di Larsen era da collegare alla mia ricerca."
"Ti ha detto così?"
"Mi disse che Larsen si era messo subito al lavoro e che aveva isolato tutto il materiale che gli avevo chiesto. Si era accorto a prima vista che non si trattava di missioni aeree richieste a caso, ma secondo una logica ben precisa." - Jill seguiva troppo attentamente il mio racconto e allora le infilai la lingua nell'orecchio.
"Dio mio!" - Sospirò. Le venne la pelle d'oca e fu scossa da un brivido.
"Aspetta, non ho ancora detto la cosa più importante..."
"Mi riferivo alla lingua."
"Ah sì? Allora, dopo ti faccio impazzire... Ma adesso ascoltami. Il punto che lo aveva colpito di più" - proseguii col discorso - "era la citazione delle missioni R.A.L."
"Ma perché? Cos'avevano di tanto importante?"
"Nell'alta Italia, durante la guerra, c'erano dei piccoli aerei che tutte le notti colpivano bersagli luminosi o mobili. Colpivano indiscriminatamente tutto ciò che si muoveva. Avevano apparentemente lo scopo di impedire movimenti notturni e creare tensione. Curiosamente, in tutto il Paese l'aereo veniva chiamato dalla popolazione con lo stesso nomignolo: Pippo. Anche quello che imperversava su Trento."
"Ti ascolto."
"A Trento vi furono 15 incursioni di caccia notturni singoli attribuiti a Pippo, che provocarono 14 morti e 20 feriti dal dicembre '44 al 25 aprile 1945. Tutte le incursioni avevano la stessa matrice fascista."
"Come fai a dirlo?"
"Beh, anzitutto Pippo era diventato operativo solo alla fine della guerra. Inoltre, le azioni erano tutte state mirate a degli obiettivi assolutamente non militari. E infine, partiva da Bogliaco, sul Lago di Garda."
"E allora?"
"Le prime due caratteristiche le conoscevo già. Ma che la base di Pippo fosse sul Lago di Garda, l'ho saputo da Levitan. Prima non lo sapevo affatto."
"Ah! Ed è importante?"
"Cazzo se lo è! Bogliaco è a pochi km. da Gargnano, dove c'era la sede della Repubblica Sociale Italiana. Ti dice nulla questo, dopo ciò che ho detto ieri?"
Provò a valutare l'importanza delle mie parole e a mettere in ordine i tasselli che le avevo proposto. Io ne approfittai per farmi sotto e prenderla così da dietro. Lei mi accettò volentieri, ma capii che pur partecipando come si deve, aveva la testa in funzione. Allora mi diedi nuovamente da fare con la lingua sul collo, ma la distolsi del tutto solo muovendomi in maniera concentrica fino a farla venire mentre stropicciava il cuscino tra le braccia.
Io non volli venire e ci riuscii, ma dovetti togliermi. Per non interrompere il suo orgasmo le diedi alcune studiate sculacciate e lei urlò di piacere sobbalzando pancia sotto.

"Tutto chiaro?" - Chiesi rilassandomi.
Attese qualche minuto. - "No. E' chiaro solo che Levitan ne sa di più di quanto dice di sapere, e che nelle tue parole c'è un'incongruenza storica."
"Esatto." - Dissi tirandomi a sedere. - "Primo, le incursioni di Pippo avevano un raggio d'azione fuori portata per gli Alleati, e questo lo avrebbero dovuto capire anche i Tedeschi. Secondo, sono informazioni che neanche Levitan poteva sapere senza che Larsen gliele avesse dette."
"Dannazione!" - Fece lei alzandosi. Corse al telefono e chiese di Growe. Passarono decine di secondi, mentre io la guardavo nuda al telefono.
"Growe? Bisogna attivare la sicurezza attorno ai coniugi Levitan. Senza perdere un minuto!" - Poi rimase ad ascoltare cosa le rispondeva. - "Come? Ah!" - Esclamò. Rimase ancora in attesa e poi concluse la telefonata. - "D'accordo. Grazie."
Messa giù la cornetta, tornò da me e si infilò nel letto pensierosa.
"Qualcosa non va?"
"No, no. Mi ha risposto che li aveva già fatti mettere sotto protezione."
Rimase a meditare un po'.
"Beh?" - Mi disse poi. - "Non vai avanti?"
"No, non ora. Io non sono venuto affatto." - Me la avvicinai.
"Al diavolo voi maschi!" - Disse con tono di rimprovero. - "Se non venite, non avete fatto l'amore."
"Beh, sarebbe quantomeno un rapporto improprio. No?"
Riprese facilmente la sua femminilità e le tornò il sorriso. - "Tu va' avanti a parlare e non preoccuparti. Faccio tutto io."
Mi scoprì, mi mise una guancia sul ventre e una mano sul sesso. Provai a riprendere il discorso da dove l'avevo sospeso con Growe, anche se così la situazione era molto ma molto diversa.
"Se ben ricordi, ieri avevo detto che dopo il 25 luglio del '43, quand'era caduto il fascismo, il Trentino Alto Adige aveva avuto una sorte diversa dal resto del Paese. Anche se Hitler fin dai tempi dell'Anschluss, l'annessione dell'Austria alla Germania, aveva dato più volte assicurazioni al Duce che il confine italiano non sarebbe mai stato violato, già dal 26 luglio aveva fatto preparare a Jodl, comandante in capo dell'esercito tedesco, un piano che consentisse l'infiltrazione in Trentino, in modo per così dire indolore, di un paio di divisioni corazzate per facilitare l'eventuale occupazione militare dell'Italia nel caso ciò si fosse dimostrato necessario. L'operazione era talmente importante dal punto di vista strategico che Jodl chiamò ad eseguirla nientemeno che il Feldmaresciallo Rommel. E così, all'epoca dell'armistizio dell'8 settembre, il Trentino-l'Alto Adige e il Bellunese erano praticamente già in mano tedesca. Nulla a quel punto avrebbe potuto impedire l'invasione tedesca dell'Italia."
Lei continuava a giocare inutilmente con la parte più sensibile di me, alternando le labbra alle mani, quindi capivo che mi stava ascoltando con attenzione.
"Quello che Hitler non poteva immaginare, probabilmente perché aveva sempre sottovalutato il proprio alleato mediterraneo, è che l'occupazione strisciante del Trentino Alto Adige era invece stata tenuta sotto controllo passo a passo da un particolare servizio segreto italiano, un servizio assolutamente segreto."
"Nel senso che erano riservati come noi?" - Ironizzò sospendendo la piacevole attenzione.
"E' che nessuno ne ha mai saputo nulla."
"Neanche oggi?"
"Neanche oggi."
"Come fai ad esserne sicuro?"
"Non ne sono sicuro. Certo è però che nessuno ne ha mai parlato, finora."
"Te lo ha detto tuo padre?"
"Lui lo aveva scritto. Io sono venuto a verificare questa sua teoria."
"Ah, non ne sei sicuro neanche tu?"
"Più o meno."
"E saresti venuto in USA a scoprire se tuo padre aveva ragione?" - Chiese incredula.
"Più o meno."
"Studiando le disposizioni di alcune missioni aeree alleate?"
"Più o meno."
"Non ti pare di cercare un ago nel pagliaio?"
"Più o meno."
Ma dopo quattro risposte evasive da parte mia, il suo scetticismo divenne solo strumentale. - "Mi sembri troppo sicuro di te. Non vorresti dirmi, più o meno, cosa ti fa pensare di aver ragione?"
"Semplice. Lo aveva capito anche Larsen."
Rimase stupita. Ora avrebbe avuto di nuovo bisogno di pensare. Poi, vedendo che non ostentavo più l'orgogliosa sessualità maschile, tornò dedicarsi a me con amore. Lo risvegliò con un bacio e vi si sedette dolcemente sopra, prima girandomi la schiena e poi guardandomi in faccia. Allora si chinò a baciarmi e quando lo ritenne opportuno si sostituì con le labbra, impegnandosi con femminilità. Rimasi lì a godermi in tutto relax il piacere di essere amato.

"Ma l'idea che qualcuno da terra, anzi addirittura dei concittadini, pilotassero gli obiettivi dei bombardamenti alleati," - disse più tardi, iniziando da un altro punto di vista, - "rimane poco credibile. Che cosa aveva fatto pensare a tuo padre che le cose stessero così?"
"Sapeva che il primo bombardamento della città, quello del 2 settembre, 6 giorni prima dell'armistizio, era stato orientato in quella zona semplicemente per vendicare il saccheggio della Casa della GIL (Gioventù Italiana del Littorio) fatto dagli antifascisti dopo la caduta del regime del 25 luglio. E quel 2 settembre la Casa della GIL fu rasa al suolo insieme a tutto il rione. Una vendetta oltretutto tardiva, tanto che al momento dell'incursione la casa era stata completamente abbandonata."
"Vuoi dire che avrebbero provocato una strage per vendicare una razzia?"
"Esatto."
"E' ancora meno credibile. E a tuo padre come sarebbe venuta in mente una cosa del genere?"
"Glielo dissero i responsabili qualche giorno dopo."
"Chi?"
"Coloro che avevano dato le informazioni da terra per definire l'obiettivo da colpire."
"Stai scherzando? E per quale motivo glielo avrebbero detto, dopo una bravata del genere!"
"Lui aveva collaborato con la Gioventù Italiana del Littorio, aveva insegnato ai giovani fascisti e... e pensavano di dargli una bella notizia, i coglioni!"
"Dio mio... Dio mio. Cosa deve aver provato!"
"Da allora mio padre si sentì mortalmente ferito nell'anima. Non parlò più di fascismo. Mi raccomandò più volte di non occuparmi mai, mai di politica nella mia vita. Aveva 33 anni e iniziò a scrivere in silenzio la fine del Fascismo nel Trentino. Quella che ti ho detto di aver trovato scritta di suo pugno."
"Dio mio." - Ripeté alzandosi.
"Non so se riuscirai a concludere la ricerca." - Mi disse dopo un po'. - "Non è ancora stato tolto il Segreto di Stato sui fascicoli della Seconda Guerra Mondiale."
"Lo so. Era una delle cose che avrebbe dovuto fare l'Amministrazione Clinton. Ma non dispero. Growe può fare in modo che i permessi siano concessi anche adesso."
"Insomma, se ho ben capito, il tuo obiettivo è quello di dimostrare che in un piccolo lembo di terra dell'Europa Centrale, sconosciuto ai più, la collaborazione agli alleati venne da parte di una Stay-Behind fascista. Se dovessi riuscirci, la tua scoperta sarebbe davvero clamorosa. Avresti il successo assicurato."
"Sì, tagliando un po' le curve, è così. Ma non me ne importa niente di avere questo tipo di successo. Non devi sempre monetizzare, io non sono Americano. Non sono sicuro di pubblicare questo libro di mio padre, perché non so se ne sarebbe contento. Dipende proprio dal casino che potrebbe causare. Potrebbe risultare che la cosa migliore fosse anzi quella di mettere tutto a tacere."
"Ma allora perché ti interessa tanto?"
Non risposi, perché era questa la domanda giusta da fare. - "Ora tocca a te mettermi al corrente di quanto sai." - Dissi invece.
Pensò un minuto prima che dicesse qualcosa.
"Io non sono stata messa al corrente dell'intera faccenda." - Disse poi sedendosi per guardarmi negli occhi. - "Ma si tratta quantomeno di un curioso caso di incrocio di piste. Ciò che riguarda te in questo frangente risale all'epoca dello sbarco degli Alleati in Sicilia. Siamo quindi un po' prima, anche se non di molto, del periodo cui fai riferimento tu."
Mi feci più attento. Forse aveva deciso di parlare davvero.
"Non si sa bene come siano andate in realtà le cose," - proseguì dopo aver raccolto i pensieri. - "Ma un luogo comune vuole che senza la Mafia lo sbarco in Sicilia non ci sarebbe stato. Gli ambienti vicini ai politici e ai militari di allora ritenevano, e nessuno li ha mai smentiti, che la scelta della Sicilia avvenne per questo motivo."
"Infatti," - intervenni - "la logica militare conforterebbe l'ipotesi. Perché sbarcare in Sicilia, se poi devi ripetere uno sbarco per passare dall'isola al Continente? In effetti, oltre al Fascismo che aveva iniziato a piegare la Mafia combattendola con metodi piuttosto sbrigativi quanto efficaci, si era aggiunto l'isolamento forzoso dagli USA provocato dal conflitto mondiale. Si andava sfasciando l'impero di Mamma Santissima. O per lo meno quello derivante dalla rendita di posizione."
"Esatto." - Proseguì puntuale. - "La guerra aveva fermato il flusso di denaro destinato alla Sicilia, sicché ad un certo punto qualcuno si adoperò per giungere ad un accordo vantaggioso per tutti. Così potrebbe essere nata l'idea dello sbarco in Sicilia."
"Infatti, guarda caso," - continuai io, - "caddero le isole del Canale di Sicilia praticamente senza colpo ferire, e lo sbarco in Sicilia non incontrò resistenza. Fu facile anche occupare l'isola. Solo nella piana di Catania, i paracadutisti italiani della Folgore e i Grünen Teufel tedeschi offrirono una tenace resistenza alle truppe alleate, e probabilmente proprio perché costoro erano dei professionisti al di fuori della politica. Ma va' avanti col tuo racconto."
Si mise sui gomiti vicino a me per guardarmi mentre parlava.
"Sei tu lo storico. Quello che devi sapere, però, è che la terza generazione di una famiglia mafiosa si integra nella società, si accupa solo di affari puliti, entra in borsa, si dà alla politica. In poche parole, i nipoti dei boss prendono addirittura le distanze dai propri nonni e dalle altre famiglie mafiose con cui i loro progenitori avevano spartito il crimine organizzato."
Annuii. - "Lo comprendo. Ed è qui che si intreccia lo spazio politico con le indagini dell'FBI?"
"Avrei voglia di fumare."
"Anch'io. Mi è rimasta da quando ho smesso. Dopo il caffè e dopo il sesso. E, se posso precisare, dopo il tuo sesso sì, dopo il tuo caffè, no."
"Te lo attizzo io l'avana, se vuoi." - Scherzò, ma poi proseguì seria. - "Nell'ambito delle normali indagini svolte dal Bureau attorno ai personaggi che mirano al Congresso, al Senato o addirittura al Governo del Paese, ogni tanto vengono riscontrati tentativi di infiltrazione di questo genere. Nessuno in questo paese può vietare la carriera politica ad una persona a postissimo con la legge, come indubbiamente potrebbe essere un discendente di Al Capone, ma la stampa non perderebbe un solo minuto ad organizzare una campagna per smantellare l'immagine di chi discende da famiglie di dubbia moralità."
"Succede anche da noi." - Precisai.
"Ah! E in questi casi i giornali vendono di più?"
"No. Riescono a scroccare di più." - Ma da buona americana non mi aveva capito.
"Dal punto di vista funzionale dell'FBI, sarebbe già uno scandalo che a scoprirlo fosse un giornale anziché il Bureau. Quindi, in realtà, il più delle volte troviamo che è la stessa FBI a passare le notizie alla stampa."
"E l'uomo non separi mai ciò che è stato unito da Dio e dal danaro."
"Di che parli?"
"Del matrimonio tra magistrati e giornalisti."
"Non sei un giornalista anche tu?"
"Appunto."
"E allora?"
"Voglio dire che lo so, proprio perché sono un giornalista."
"Ah. Sì, certo. Ora pare, e dico pare perché ovviamente io non posso esserne informata, almeno ufficialmente, che qualcuno molto vicino a Clinton potesse offrire il fianco a questo genere di critiche pericolose. I Federali avrebbero avvertito Clinton il quale, però, prima di bruciare qualcuno che aveva fatto tanto per lui e in maniera conforme alla legge, avrebbe chiesto delle prove. Niente di particolare, ma quanto possa bastare per convincerlo."
La seguii con attenzione. Mi spiegò come le indagini fossero partite proprio dalla ricerca di antichi legami esistenti tra uomini male apparentati e politici o militari che frequentavano il Dipartimento di Stato e il Pentagono durante la Seconda Guerra Mondiale.
"E qui," - mi spiegò, - "arrivarono ad un punto morto, perché trovarono delle fonti coperte dal Segreto di Stato."
"Beh," - dissi, - "è una sciocchezza, perché se non riescono i Federali a superare il problema del Segreto di Stato..."
"E invece il punto sta qui. E' ovvio che nessuno si sognerebbe di negare l'accesso di segreti all'FBI, anche se in linea teorica ciò sarebbe possibile. Ma in questo caso, così vicino alla Casa Bianca, il permesso dovrebbe essere concesso solo dal Dipartimento di Stato. O, naturalmente, dal Presidente in persona."
"E allora?"
"Puoi arrivarci da solo. Come si fa a chiedere a Bush di concedere l'autorizzazione ad un'indagine su fatti coperti dal Segreto di Stato che in qualche modo potrebbero coinvolgere Clinton? Al Presidente uscente non sembrerebbe vero."
"Basterebbe non parlare in chiaro nella domanda di autorizzazione..."
"Bravo. Questo a volte viene fatto dai Servizi. Anche da noi della NSA, ritengo, solo che gli attuali massimi dirigenti sono Repubblicani e sanno che salteranno non appena si attesterà l'Amministrazione Democratica di Clinton. Chiaro?"
"Sì, è chiaro. Clinton non vuole giubilare nessuno senza averne la giusta causa. Per avere queste prove deve prima diventare Presidente. Ma se scoppiasse lo scandalo a Presidente appena insediato, finirebbe la sua carriera prima ancora di averla cominciata. I millantatori di discredito..."
"Esatto." - Disse senza aver capito il mio neologismo. - "Sono i tipici casini che accadono nel Periodo dei due Presidenti."
Seguì una pausa. Poi mi chiese se avevo idea se l'organizzazione segreta di cui parlava mio padre avesse operato anche dopo la fine della guerra..
"Naturale." - Risposi candidamente. - "Mio padre lo aveva scritto. E' la chiave di quanto successe poi nel dopoguerra."
Jill trattenne malamente lo stupore e si rimise in piedi davanti a me per capire se scherzavo o dicevo sul serio.
"Tu sai tutto?"
"Praticamente..."
"Sulla, diciamo... organizzazione?"
"Più o meno..."
"Non incominciare di nuovo..."
"OK, scusa."
"Hai trovato anche il nome di qualche persona?"
"I nomi dei massimi dirigenti e l'intero funzionamento strategico dell'organizzazione."
Seguì una pausa di meraviglia da parte sua.
"Ma perché non lo hai detto prima?" - Mi chiese cercando di dominare la sua eccitazione.
"Te l'ho detto adesso."
"Perché non lo hai detto a Growe?"
"E lui cosa c'entra? Anzi, cosa gliene importa? Lo dico a te perché ho rapporti di intimità con te, non con lui."
"Ma se sai tutto, che cosa sei venuto a fare?"
"A verificare se mio padre aveva ragione. Te l'ho detto."
"E poi?"
"Ci penserò. Ti ho detto anche questo."
Jill rimase in silenzio pensando in accelerazione.
"Ora cosa facciamo?" - Le chiesi.
"Ora telefono a Growe e sentiamo."
"D'accordo. Ah, senti. Vorrei avere anch'io un'arma. Mi daresti la piccola Beretta?"
"No. Non sono d'accordo. E' pericoloso."
"Al diavolo! Sto rischiando la vita. Mi hanno sparato. Hanno ucciso e ferito della gente attorno a me, so usare le armi ed ho una buona mira..."
"Sei un dilettante. - Tagliò corto Jill.
"Cosa vuol dire?"
"Che non basta saper sparare bene. Bisogna anche saper quando e come sparare. E questo nasce solo dall'esperienza della professione."
"Ho la testa sulle spalle."
Mi si pose davanti.
"Senti Marco. Se fossi entrato tu in casa tua con un'arma in mano, avresti sparato alla tua amichetta Elisabeth. Capisci cosa voglio dire?"
"Sì, lo capisco. Se però avessi avuto un'arma quando le hanno sparato..."
"Non avresti fatto niente perché io ti avrei buttato a terra lostesso. Il mio incarico è di proteggerti, non di farti partecipare ad una sparatoria."
"Jill. Sei una donna sensata, ma io voglio un'arma. Se non me la dai tu, la chiedo a Growe. Oppure me la vado a comperare. Qui non è come in Italia. Ed è una condizione sine qua non."
"Dio che palle! Un uomo non può ammettere che una donna sia armata quando lui non lo è." - La lasciai dire.
Andò a prendere la piccola automatica nella sua Vuitton, la estrasse e me la diede. Io tolsi il caricatore e guardai nella canna. Niente colpi né nell'uno né nell'altra. Guardai Jill. E allora, rassegnata, mi gettò una scatola di calibro 22 potenziato.
"Sii prudente. Non è un giocattolo."
Sorrisi. Mi alzai anch'io e andai all'armadio dove Jill aveva appeso il mio abito dopo che mi ero addormentato la sera prima aspettandola. Cercai un posto per metterla, e forse la tasca interna della giacca era l'ideale perché è una pistola davvero piccola. Andai in bagno con la giacca, mentre Jill andò al telefono.
Mi misi la giacca e mi guardai allo specchio. Come 007 non ero male, ma per quanto piccola l'arma deformava la giacca. Pensai alla tasca dei pantaloni ma non andava bene; mi avrebbe rotto la fodera. Vidi il beauty e pensai che quello era il posto più adatto per una piccola automatica, ma non vedevo come avrei potuto portarmelo in giro passsando inosservato. Non mi restava che la cartella. Uscii, andai in salotto, presi la mia borsa nera e cercai posto per la Beretta. Andava benone. Andai da lei per dirle dove l'avevo messa e Jill scoppiò a ridere. Mi guardai. Ero nudo, con la giacca e una cartella da yuppi.
Mi tolsi tutto e mi diressi al bagno per fare la doccia. La sentii guardarmi il culo mentre me ne andavo, e non era una cattiva sensazione. Mentre l'acqua mi toglieva pian piano di dosso i dolori e le forze, pensavo ancora allo stato attuale delle cose.
Ci eravamo spiegati, pensai, ma non avevamo ancora risolto nulla. Dio sa che cosa aveva fatto incrociare la mia pista con quella degli... diciamo altri. Sicuramente si trattava di piste diverse, anche se Levitan e Jill mi avevano messo nell'orecchio una pulce grossa come un fagiano. Il guaio era che, comunque risolto il mio problema, quello dell'FBI restava in piedi. E io, almeno teoricamente, potevo restare negli obiettivi degli altri finché la loro pista non si fosse esaurita.

Quando uscii, Jill stava concludendo la telefonata.
Guardai l'ora. Erano quasi le 10, e quindi a casa in Italia erano quasi le 16 di lunedì. Mia moglie doveva essere in ufficio. Non sapeva cosa era successo a casa in Florida, ed era possibile che qualcuno del villaggio condominiale di Fort Lauderdale si prendesse la briga di informarla sui fatti della sera prima. Avrei fatto bene a dirglielo prima io. Il telefono dell'appartamento doveva essere sicuramente protetto e quindi potevo dirle tutto, solo che era occupato da Jill. E in oltre mi venne il dubbio fondato che le telefonate non fossero solo protette, ma anche registrate.
Dovevo aspettare che Jill finisse la telefonata, quando mi venne in mente di avere con me il portatile. Questo non era certo protetto, ma almeno poteva essere chiunque a parlare. Prima di fare il numero dell'ufficio, mi venne voglia di richiamare l'ultimo numero fatto dal cellulare, perché l'aveva fatto Jill.
Segnava occupato.
Chiusi la comunicazione. Non sapevo chi fosse e mi ero reso conto che chiunque avesse risposto non gli avrei potuto chiedere il nome. Tuttavia misi a memoria il numero che era appraso sul display e mi avviai al salotto dove Jill doveva aver finito la telefonata.
Mi fermai un attimo quando sentii pronunciare alcune parole che richiamarono la mia attenzione. Rimasi in ascolto senza palesare la mia presenza.
"Le ripeto che avevo ragione. Lui sa che si tratta di un'organizzazione e sa anche quale. Vuole solo la conferma documentale. No, no. Non vuole parlarne con lei... Oh, al diavolo! Io sto solo..."
Jill mi vide e chiuse la linea senza salutare. Non provò a negare. Andammo a sedere in soggiorno su un divano. Mi accorsi di avere le mani sudate. A tratti ci guardavamo in faccia, a tratti guardavamo in giro. Poi lei si sentì in grado di parlare.
"Marco. Non..."
"Non è come io penso, vero?"
"Cristo, dammi un po' di fiducia, ti prego!"
"Certo. Parla pure."
"Non ho scopato per farti parlare."
"Ma brava. E come fai a pensare che sia questo il mio problema?"
"L'ho fatto perché mi andava di farlo. Dio! Avrai capito anche tu che non fingevo!"
"Nessuno è mai in grado di capire se una donna finge o no."
"Ma era così importante che io fossi spontanea?"
Poverina, doveva proprio essere messa male per rispondere così.
"Dunque tutto è nato solo per conoscere quello che ero venuto a fare. Che poi non è nulla. Sono andato a letto con una professionista del cazzo solo per consentire al Governo americano di sapere se potevo mettere in crisi la nuova presidenza. Ce n'è abbastanza per vantarsene con gli amici al bar. Che comunque non mi crederebbero."
Mi si avvicinò. Non mossi un dito e mi mise una mano sul collo.
"E' vero che tutto è accaduto in circostanze così strane... Ma io non credevo di venirne a sapere di più da te. Ora, mi capisci che appena hai detto che devi solo trovare conferma di cose che conosci già, ho dovuto dirlo ai miei. Abbiamo i giorni contati. Cristo, potevamo tagliare le curve! Anche Larsen..."
Le venne a mancare la parola, e venne un nodo in gola anche a me.
"Vedi." - Cercai di dirle con tono fermo. - "Qui finisce la nostra avventura. E d'altronde tu hai finito la tua missione. Sto talmente male che verrebbe da pensare che ti ho voluto bene."
Provò tirare a sè il mio capo, ma si fermò all'intenzione.
"Cosa facciamo adesso?" - Tornò professionale. - "Tra un po' arriva Growe con il mio capo".
"Cosa facciamo? Tu farai carriera. Una donna intelligente, bella anche se senza tette, colta, abile, determinata e senza scrupoli, è canditata ad una grande carriera. Dirò al tuo capo qual'è stato il tuo colpo migliore."
Uscì dalla stanza ed io andai al telefono dell'appartamento. Chiamai il mio ufficio.
"Pronto? Sono io. Posso parlare con mia moglie? Ma sì, sì, va tutto bene. Pronto? Ciao cara."
"Oh, chi non muore si risente!"
"Oh, al diavolo anche tu! La maggior parte della gente non telefona mai alla propria famiglia quando è in viaggio."
"C'è qualcosa che non va?"
"Sì. No. Volevo dirti... Che ti amo."
Silenzio dall'altra parte del filo.
"Pronto? Ci sei ancora?" - Le chiesi.
"Cosa hai detto?"
"Che ti amo."
"Me lo hai già detto venti anni fa."
"Beh, ogni tanto vale la pena rinfrescarlo."
"Marco?"
"Sì?"
"Mi hai tradito, vero?"
Silenzio.
"E ti senti rimordere la coscienza."
"Non dire puttanate."
"Ho capito. Ti ha fregato."
"Chi?"
"La furbetta che ti sei fatto."
"Gina, per favore! Sei fuori come sempre. Stammi a sentire. Probabilmente questa sera finisco il lavoro e domani sera riparto per casa."
"Tutto a posto a Fort Lauderdale?"
"No. Ci sono stati grossi problemi. Ti spiegherò. Non parlare con nessuno."
"Dove sei adesso?"
"Non lo so. Sono ospite del Governo."
"Sei in carcere?" - Una battuta, ma non troppo.
"Quasi." - Cercai di sorridere.
"Come ti posso trovare?"
"Al nostro portatile. Lo ho portato con me da casa."
"Amore..."
"Sì, Gina?
"Anch'io ti amo."
"Me lo hai detto 20 anni fa."
"Sì, ma lo penso da 21."

I due vennero a mezzogiorno. Con Growe c'era anche Mr. Jeff Flit, che mi fu presentato come dirigente della NSA, capo dell'operazione in corso e quindi anche di Jill.
Flit era un nero sui 50 anni. Anche lui molto alto e largo. Non me ne intendo di neri, ma probabilmente doveva essere bello. Era vestito tanto normale che nessuno avrebbe capito quale fosse il suo lavoro. Aveva un vocione da cantante afro. Pensai al tassista che mi aveva portato al Carlton, che ce l'aveva con i neri di Washington. Quello che mi stava davanti aveva un cervello di qualche chilometro al di sopra della maggior parte di bianchi che avevo conosciuto in quei giorni.
Ci mettemmo in salotto. Io in poltrona, nel divano di fronte stavano i due, Jill era in piedi dietro di loro. Ma se avevo imparato a conoscerla, avrebbe cambiato posto più volte senza farsi notare, a seconda delle espressioni che voleva studiare. Questa analisi di Jill mi aveva reso inquieto.
"Mr. Barbini." - Disse Jeff Flit in modo importante ma non solenne. - "Deve sapere che per caso lei si è trovato a percorrere una stessa traccia che stavamo seguendo noi della NSA, l'FBI, e... diciamo altri ancora. Andando per ordine, se ho capito bene lei è giunto in USA per svolgere il suo lavoro di routine, e per verificare un'ipotesi formulata da suo padre ben 50 anni fa."
"No. Mio padre ha ricostruito tutto in 40 anni di lavoro, nella veste di umile ricercatore storico di provincia."
Jill ora guardava dalla finestra.
"L'FBI" - proseguì Flit dopo un attimo di riflessione - "aveva individuato una persona dell'entourage del nuovo Presidente sulla cui famiglia pareva fosse necessario approfondire le indagini. Quindi ne aveva informato lo stesso Presidente neo-eletto, e il Presidente aveva informato noi per motivi che fanno parte della meccanica giurisdizionale che regola i servizi nel nostro Paese in questo campo.
"Il nostro Servizio ha presto inquadrato la situazione, giungendo alla convinzione che si trattava di una soffiata fatta ad-hoc per confondere le acque nel particolare momento in cui vi sono due Presidenti. In qualche modo stavano tentando di depistare, di costruire e di cancellare le tracce che avremmo potuto seguire.
"Mi sta seguendo, Mr. Barbini? Tu, Jill, pensi che abbia capito tutto, o è meglio che gli traduci qualcosa in italiano?"
"No, Capo." - Disse Jill soddisfatta venendomi alle spalle. - "Il dottor Marco Barbini conosce bene lingua e linguaggio."
Non riuscii ad interpretare la risposta di Jill.
"Bene, Dottor Barbini. Allora proseguo. La sua presenza è stata immediatamente ingombrante."
"La mia presenza è stata comunque la democratica volontà di un cittadino del Mondo Occidentale." - Interruppi secco ma non seccato.
"D'accordo. Ma la prego di cercare di capire ciò che intendo dire." Growe, che ormai mi conosceva, predispose la bocca dello stomaco per facilitare un ghigno.
"Infatti, comprendo lingua e linguaggio." - Dissi riferendomi a Jill che ora stava dietro di me.
"OK." - Proseguì Flit. - "Lei, nel mezzo delle indagini, salta fuori per portare avanti personalmente la propria inchiesta privata, e riesce ad infilarsi talmente bene da sembrare ad entrambe le parti il personaggio chiave."
"Entrambi chi?" - Interruppi. Ma non rispose.
"Noi stavamo compiendo un monitoraggio attorno a questa persona, quando c'è stato uno scambio di identità con lei."
Lo fermai.
"Io assomiglierei a costui? Potevate anche dirmelo!"
"Lei non assomiglia a nessuno. Per favore, si limiti ad ascoltare per un momento, poi dirà quello che vuole. OK?"
"OK."
"Questa persona non la conoscevamo noi come non la conoscevano loro. Lei però era uno studioso che con le sue ricerche aveva attirato le attenzioni di tutti presso il Ministero degli Esteri, degli Interni e della Difesa del suo Paese. Stava raccogliendo informazioni del tutto vicine, se non identiche, a quelle che stavamo raccogliendo noi, l'FBI, i Servizi Italiani, la Mafia e... tutti quelli che gli vanno dietro." - Aveva detto l'ultima frase alzando le braccia e lasciandole cadere come se tutto il mio essere dilettante lo avesse affaticato oltre misura.
Lo fermai un attimo.
"Tutti i Servizi Italiani, ha detto?" - Gli chiesi, mentre Jill si spostava per osservarmi meglio.
"No." - Stavolta fu Growe. - "La DIGOS ritenne che non vi fosse nulla di rilevante nella sua ricerca. Dicono di conoscerla abbastanza bene da affermare che non ci sono problemi."
Ma i problemi, ahimè, erano altri e Jill li conosceva bene.
"Teme per la sua famiglia." - Disse riferendosi al SISMI che la stava proteggendo.
I due non risposero. Bastardi.
"Da Roma a casa sua, e da casa sua a Milano, è stato pedinato da un sacco di gente." - Disse con fare paziente Growe. - "Quando ci siamo accorti di non essere i soli, abbiamo preso l'occasione al volo."
"E io, quindi, sono stato usato da esca, come mi aveva detto la stessa sera che ero arrivato. Complimenti! Ci siamo giocati un ammiraglio ed ho quasi perso una mia cara amica."
Non intervennero.
"Però," - conclusi - "già che c'eravate, mi avete anche voluto spiare."
"No." - Disse Flit. - "Dovevamo proteggerla in una situazione che, mi creda dottore, non poteva davvero affrontare da solo, neanche da asettico ricercatore, come dice lei. Comprenderà inoltre che dovevamo pur sapere che cosa stava cercando anche lei, dato che si trattava di piste quantomeno parallele se non addirittura incrociate. Non le pare?"
"Bastava chiedermelo."
"Abbiamo preferito farlo fare a Miss Moore. Così eravamo sicuri dell'attendibilità dell'informazione."
Jill comprese che mi stavano girando le palle.
"E quindi avete sfruttato la mia debolezza per le donne."
"Jill sa fare il suo lavoro senza dover fare cose di cui abbia da vergognarsi." - Jill guardava fuori dalla finestra; le palle giravano anche a lei. - "Prese il ruolo di sua moglie, che sappiamo lavora con lei. E così, se non altro per metterla in condizione di giocare il suo ruolo, lei ha dovuto informarla."
"E adesso che conoscete la fine della storia?"
"Eh no. La fine della storia non la conosce nessuno perché non è finita. Noi sappiamo solo che suo padre aveva ricostruito lo stato delle cose. Deve comunicarci la sua teoria, poi voltiamo pagina."
Rimasi sorpreso. Non che fosse importante, ma Jill non era scesa nei dettagli con loro. E non si era girata per registrare la mia reazione.
"Quindi," - dissi soddisfatto - "in buona sostanza non sapete ancora cosa stia cercando."
"Ma non è un problema, dottor Barbini. Lo sapremo questo pomeriggio." - Disse con noncuranza Jeff Flit. - "Le abbiamo fatto ottenere la sospensione del Segreto di Stato per quanto riguarda la missione su Trento N. 125/9 43 - BG del 2 settembre 1943. Sempre che lei voglia dirci tutto, naturalmente."

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