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L’Abbraccio del Bardo – Di Massimo Parolini

Brevi annotazioni sull’ultima raccolta poetica di Massimiliano Bardotti

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Titolo: L’abbraccio
Autore: Massimiliano Bardotti
 
Prefazione: Vincenzo D'Alessio
Editore: Fara Editore 2015
 
Pagine: 64, rilegato
Prezzo di copertina: € 10
 
C’è bisogno di abbracci, fra le persone. Per rassicurare, per perdonare, per amare.
Per ricordarci della nostra fisicità, della nostra sensualità. Che si fa squama d’anima.
Che porta all’altro. Che ha bisogno dell’altro. Che non vuole temere l’altro.
Che vuole condividere e condividersi con l’altro.
Lo abbiamo visto nelle piazze di Parigi, dopo le esecuzioni di Charlie Hebdo e del Bataclan, a Bruxelles, dopo gli attentati all’aeroporto e alla metro.
«L’Abbraccio» di Massimiliano Bardotti (FaraEditore, 2015, prefazione di Vincenzo D’Alessio) pone, già nel titolo, questa esigenza. Ne fa la propria cifra poetante. Che ha convinto la giuria del concorso Faraexcelsior 2015, meritandone la pubblicazione.
Una silloge quadripartita in quattro atti, ognuno preceduto da un proprio psicopompo del verso: Dino Campana (patria notte), Alda Merini (febbre di neve), Emanuel Carnevali (gli esclusi), Arthur Rimbaud (la vita vista da qui).
L’abbraccio viene dedicato, nell’incipit, agli umili, agli emarginati, agli orfani, ai naufragati, ai folli, ai poeti. 

Siamo sulla terrazza della montagna delle beatitudini: l’autore vi sale di notte, trovando in essa, come in molta tradizione poetica, la propria patria, il proprio riparo, la propria corteccia.
Dolce e chiara è la notte leopardiana, e senza vento: quella di Bardotti è più simile all’ansia dei notturni di Campana, che funge da teoforo ispiratore.
Nella sehnsucht notturna, la Sophie novalisiana ha gli sguardi delle donne sui marciapiedi, donne che sbocciano nella notte, «bambine un tempo/con trecce inesatte».
Comunque, anche da questi sguardi, dall’ansia di riscatto dei diseredati e dispersi, l’autore sente una rinascita, sente che «Ciò che siamo è promessa», di essere prigioniero della speranza, che «illumina dentro»: «Affacciati a una finestra/alla speranza di queste notti/ancora grazia».
E desidera una notte in cui «non avere mai fine/né inizio./Essere ovunque/e in nessun luogo», un’occasione esistenziale per «Avere mani per ogni cosa», riappropriarsi rimbaudianamente, nel passaggio verso l’Aube-Alba, del proprio bambino, nella «sua corsa sgangherata per andare in nessun posto», «Finché il giorno cancellerà il mantello/del grande funambolo».
Attende di vivere «con accesa la torcia della speranza»: «Ohimè, luce, ove sei?» si chiedeva più di cento anni fa Clemente Rebora nel Frammento X – “Chiedono i tempi agir forte nel mondo dei Frammenti lirici”.
La notte è una scommessa, al poeta tiene la mano una piccola fata. Come in Novalis la notte è luce che non guasta gli occhi ma guida verso il giorno.
 
Emergono quindi figure famigliari, in una tensione febbrile verso un manto di purificazione nivea che abbracci la violenza della storia, nella dialettica della lotta sociale.
Una novella Silvia-Speranza diviene mollica di ricordo: «Quando sei nata io non c’ero… Mio padre era nel sindacato… Nessuno sparava/eppure moriva un sacco di gente… E tu nascevi/bella come i fiocchi di neve/che cadono ad agosto/in una città sul mare».
Era un tempo di «Scuole occupate da disoccupati/slogan in rima e la vecchia poesia morta suicida».
Il tempo gira pagina: «Ora i sindacati fanno cenni d’assenso/mio padre scuote la testa/le scuole le occupano futuri disoccupati… Gli slogan in rima scadente/la poesia di nuovo suicida./E tu non nascerai mai più».
L’oggi non è più il tempo dell’agir forte (richiesto da Rebora): è il tempo dell’ignavia, dell’aderire mansueto alla globalizzazione dell’esistenza. Il domani, comunque, per Bardotti, ha una finestrella per sgusciare dalla monade del pensiero unico mercificante: «è una speranza che si raggiunge a tastoni».
Non sarà una fuga facile: «Stiamo appesi alle grondaie/come gocce di una pioggia che non cade».
Anche qui il rimando, per noi, è a Rebora, che in Tempo (1917, “Poesie sparse e prose liriche”) in cui il poeta milanese, convalescente di guerra, vede/sente gocciole/lacrime da un filo/nervo teso cadere «a una scossa».
 
Bardotti attende quella scossa sul mondo, proprio dagli esclusi, affinché la parola scavata-poetica che li dice non sia più «udito per sordi», affinché il poeta doni la ricchezza della parola ad una classe operaia che «sta ancora aspettando il/regno dei cieli», agli ultimi, dotati, però di un volto, affinché la parola possa urlare apertamente che «La miseria è un crimine».
La buona novella dei personaggi minori della società, come in De Andrè, si basa su apocrifi di esperienza, non sui documenti ufficiali degli uomini realizzati e riconosciuti.
La vita vista da qui, è infatti l’ultimo atto della rappresentazione: «Dio è nelle cose più semplici».
La bellezza, va inseguita «nei sobborghi». «Ciò che si fa/ quando lo si fa/è la vita che si compie»: ma un’azione non equivale, umanamente, a un’altra.
In mezzo alla vita si pone l’uomo, che deve scegliere le azioni, che deve dare un senso alla vita. Altrimenti sono gli orrori degli attentati nei metro, negli aeroporti, le shoah, i gulag, le torri gemelle, il napalm sui civili, gli assassini domestici e via dicendo.
 
La reboriana «anima infranta» degli uomini «accigliati» (sempre nel Frammento X) aspira ad una «sana limpida dolcezza/ che accomuni», a una «fraterna visione» che renda «divina l’ora che si vive» (ibid).
«Essere uomini: una responsabilità che non sappiamo/assumerci»,  chiosa Bardotti nel finale di partita: eppure dobbiamo farlo, per uscire dalle “tenebre” che abbiamo dentro.
Pena la nostra sopravvivenza. Per non vedere, come ci disse nel 2000 a Trento Mario Luzi parlando del nuovo millennio, delle forme all’apparenza umane ma che dell’uomo avranno perso la sostanza, la propria umanità.
 
 Massimiliano Bardotti 
È nato a Castelfiorentino, dove vive, il 18/10/1976. È curatore per la regione Toscana della Collana Poetica Itinerante di Thauma edizioni.
Nel febbraio 2011 con Thauma è uscito il suo libro «Fra le Gambe della Sopravvivenza» (finalista al Premio Mario Luzi), quinta opera poetica edita.
Nel 2013 ha pubblicato «A cieli aperti» (Thauma). Con Genny Carusa cura la rubrica «Io sono te tu sei me», sulla rivista on-line L’Olandese volante.
È ideatore e docente del laboratorio di scrittura ri-creativa Cut-up, La Sartoria delle parole.
Con Giacomo Lazzeri e Sara Giorni (musicisti) porta avanti il progetto LaMinimaParte, la poesia che incontra la musica e diviene spettacolo, teatro, concerto.
È presente, tra l’altro, in «Letteratura con i piedi» (Fara, 2014) e in altre antologie.

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