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L’unghia che ci conserva in piedi – Di Massimo Parolini

Memoria e ritratti nell’ultima raccolta poetica di Stefano Guglielmin

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Titolo: Ciao cari – La vita felice
Autore: Stefano Guglielmin
 
Editore: La Vita Felice, 2016
Collana: Le Voci Italiane, poesie
 
Pagine: 88, brossura
Prezzo di copertina:  13
 
Dare forma al lutto e alla sua accettazione. Recuperare coni di luce nell’ombra depositata dai cari estinti.
Ascoltare l’eco dei loro bisbigli «al limitar di Dite», in una liturgia dell’accoglienza che cura l’assente presenza.
Definire con la tessitura della parola il ritratto di artisti, creativi che hanno lasciato un’orma nelle emozioni o, semplicemente, il ritratto di anonime comparse che per brevi istanti hanno condiviso uno spazio, un passaggio, una linea del tempo.
Questo si propone la ricca raccolta «Ciao cari» (La vita felice, 2016) di Stefano Guglielmin, poeta di Schio, nel vicentino, giunto alla sua ottava silloge poetica.
Tra le voci più significative nel panorama della poesia italiana, autore anche di racconti e saggi sulla poesia e la letteratura in genere, Guglielmin è un poeta che controlla, con maestria, la scrittura, senza limitarsi, nella sua complessità linguistica, ad un lessico e ad uno stile specifici e monocordi.
Memore dello sposalizio, nel teatro tra «preghiera e rutto» (Peter Brook che guarda a Shakespeare), egli usa tutti i timbri e i registri lessicali, guidato, come scrive lui stesso nella sua prefazione, «dalla fedeltà all’oggetto, dal calco che esso produce sul canto, deformandolo, a volte sino ad annullarlo, altre volte esaltandolo».
 
Due le sezioni: Il mondo visto da dentro, Il mondo visto da fuori. Movimenti centripeto e centrifugo.
Nella prima, l’autore si rivolge inizialmente ai propri cari, col saluto più usato, più conosciuto, quel veneziano «s'ciao» che indica una servitù, un servizio di devozione all’altro.
La foscoliana corrispondenza d’amorosi sensi fa nomi e date di nascita e morte, ad indicare, con puntualità tanatologica, persone puntate con lo spillo sulla memoria molle, dei tu ai quali non serve il cognome, per essere immediati eidos di coscienza: è un lasciar essere, lasciar venire, dal cono d’ombra, alla luce dell’apparenza, vite spesso troppo brevi e, per questo, doverosamente da custodire, con la poesia eternatrice di memoria.
Poesia della semina, di delizia e sporcizia, reborianamente (vedi la “poesia di sterco e fiori” del XLIX dei Frammenti lirici).
Si muore fuori, si muore dentro. Forse, loro, i morti, ci aiutano a stare vivi, a dar senso al buio del quotidiano, sono the others la cui foto post-mortem li ha fissati, eternamente, in una permanenza definitiva, oltre il tempo, oltre il desiderio e la sofferenza.
Hanno tutto il tempo per ricordarsi di noi, per riempirci l’esistenza facendosi ri-cordare. In Limine mortis, in limine vitae.
«Aspetto un figlio/ti ho detto. E io la morte, hai risposto/quieta, come se ci fosse una logica/segreta che lega forbice a fiore» – recita “Antonella”, una della poesie più dense della raccolta.
Della prima sezione fanno parte anche le tre brevi «Cartoline da casa»: l’interiorità qui è topografica. Schio e le sue vie: un ritratto di fine Ottocento tra bachicoltura («La stufatura dei bachi») e immagini di semplice vita contadina, non solo idilliaca, appese all’albero degli zoccoli della memoria («le unghie nere, l’odore di muffa… morendo giovani/ o figliando»), nido obbligato poco pascoliano del vivere comunitario (“Non per democrazia/si stava nel nido, non per amore”).
Non c’è traccia, invece della Schio dei lanifici, soprattutto di quello di Alessandro Rossi,che nella seconda metà dell’Ottocento rese l’azienda fondata dal padre Francesco la maggior azienda laniera italiana (Lanerossi).
Ci sono invece due vie-gironi della memoria: Vicolo Valsesia e gli anni Sessanta, quando, malgrado il boom economico si «usava il giornale, per l’igiene, nell’unico bagno/comune» mentre «la neoavanguardia ci stava secoli/davanti: viaggiava in aereo, urinava su porcellana».
E poi una Via Pisa in cui l’autore, ungarettianamente, si riconosce nel torrente Leogra («l’agro del primo amore/lo stretto dove metà dei morti passò ridendo»).
 
La seconda sezione, il mondo visto da fuori, è a sua volta suddivisa in Dediche, Anonimi e Ritratti: tra le dediche una poesia alla poetessa Gabriella Sica nei cui versi, malgrado la visione georgica della campagna (dove, dice l’autore, anche «i più miti» spellano i conigli e sgozzano il maiale), si trova «la nostra via d’uscita», e una alla poetessa Paola Febbraro (tra le più profonde voci poetiche degli ultimi anni in Italia), scomparsa nel 2008.
In «Anonimi» la scrittura si fa mutevole, segue la forma dell’oggetto: si fa verso lungo (come in Dilaniato) senza però rinunciare alle sue figure foniche, oppure frase breve, ipotattica (come le «marchette» della prostituta).
O, ancora, si accompagna alla vertigine dell’asindeto elencativo (Paesaggi da Facebook); in mezzo, comunque, ritorna sornione il poetare enjambematico, che più coglie, senza dar troppo nell’occhio, l’andamento lirico del quotidiano.
Anche nei Ritratti c’è modulazione della forma sull’oggetto (a confermare l’attenzione puntuale dell’autore): ecco in John Cage e Andrea Zanzotto scardinarsi la continuità dei grafemi nelle pause degli spazi bianchi.
Il tutto con grande sapienza allitterativa e paronomastica. Una raccolta di valore questa di Guglielmin, condotta con una scrittura che fonda le sue radici sull’esserci (qui-ora) e sull’andarci (alle radici, delle cose, delle persone). Una poesia, che presentandosi, esige rispetto.
 
 Stefano Guglielmin, «Ciao Cari », La vita felice, 2016 
 

 
Stefano Guglielmin è nato a Schio (VI) il 6 maggio 1961.
Laureato nel 1986 in Filosofia, a Padova, con una tesi sul pensiero debole di Gianni Vattimo.
Insegna lettere nel locale liceo artistico.
Si sposa nel 2004 con Lia, con la quale ha un figlio, Elia, nato nel 1994.
Appassionato di musica, tra il 1989 e il 1995, ha suonato il basso elettrico nei Danny Rose (rock progressivo) e nella Scledum big band.
Dal 2001, presso il circolo culturale «Artemis» di Vicenza, coordina un laboratorio per l’educazione permanente alla poesia.
Dirige le collane di poesia «Laboratorio» per le edizioni «L’Arcolaio», «Segni» per conto de «Le Voci della Luna» e, assieme a M. Ferrari e M. Morasso, «Format» della «Puntoacapo Editrice».
Gestisce il blog di divulgazione poetica «Blanc de ta nuque» ed è nella redazione di «Poesia 2.0».

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