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È il 21 marzo 2021, Giorno della poesia – Di Luciana Grillo

I poeti - grazie a Dio - ancora oggi continuano a poetare, a manifestare delusioni e piccole gioie, a ricordare il passato…

Nel giorno in cui entra la primavera, mentre nel mondo si celebra la Poesia, la grande Poesia, a Trento un consigliere provinciale ha pensato bene di dedicare a una signora, ex compagna di partito, questi versi estremamente raffinati:
«Nella vita, come nella politica, i leoni restano leoni, i cani restano cani… e le troie restano Troie
Un’idea veramente geniale… un pensiero che esprime rispetto e cultura, proprio in un mese in cui tutti parlano di donne sventolando mimose.
Chiedo scusa ai Poeti se ho osato fare questo confronto, ma solo l’ironia può essere di aiuto, quando un individuo che rappresenta altri individui (che lo hanno votato!) manifesta a chiare lettere una ingiustificabile violenza, un desiderio cupo di prevaricazione, e forse un delirio di onnipotenza.
 
Ma veniamo alla Poesia vera:
la parola «poesia» deriva dal greco poiéo, fare; poi è stata adottata dai latini.
Il poeta è colui «che compone pensieri ed esprime affetti degni di memoria in parole degne di canto» o anche «chi canta suoi versi e li scrive» (dall’Enciclopedia Dantesca, di A. Scartazzini – Hoepli ed. 1899).
Sarebbe interessante partire dai lirici greci e passare attraverso i versi di Catullo e di Orazio, ma andremmo troppo lontano, perciò, mentre si avvicina il Dantedì, rendiamo omaggio al nostro più grande poeta, a Dante che, nel I canto dell’Inferno, fa dire a Virgilio «Poeta fui, e cantai…» (v. 73), e così lo invoca: «O de li altri poeti onore e lume,/ ….Tu se’ lo mio maestro e ‘l mio autore/…» (v. 82, v. 85).
Per Dante, i poeti sono «rimatori», «dicitori d’amore», «dicitori per rima».
 
Pochi anni dopo, quando gli intellettuali conoscono le lettere classiche e si confrontano con i poeti latini e greci, imparano a esprimere – in versi – i propri sentimenti, destinando la lettura delle composizioni solo a sé, a pochi intimi, come pensava di fare Francesco Petrarca, oppure a tutti, anche per criticare e contestare un certo mondo, come ha fatto Cecco Angiolieri.
È davvero indimenticabile il sonetto in cui si dichiara apertamente nemico del mondo: «S’i’ fossi foco, ardere’ il mondo, / s’i’ fossi vento, lo tempesterei, / s’i’ fossi acqua, i’ l’annegherei, / s’i’ fossi Dio, mandereil en profondo…»
 
Nel tempo, il ruolo del poeta è andato cambiando; l’artista diventa, via via, colui che interpreta – in versi che rispondono a canoni prestabiliti (numero delle sillabe, rime ecc.) – il pensiero, le opere, i sentimenti del signore, ne decanta le virtù e ne elenca i successi, sia quelli amorosi che quelli militari, come fecero l’Ariosto e il Tasso, tra ’400 e ’500.
Nel 1600, si disse che «è del poeta il fin la maraviglia» (Marino).
Dal 1700 il poeta sceglie se essere ancora «poeta di corte» (Monti), o se dedicare i suoi versi alla patria, o a una festa religiosa, o a un eroe, per celebrarli – e nascono gli Inni – (Manzoni), o se rivolgersi rispettosamente a una donna – e qui troviamo le Odi – (Foscolo), o infine se scrivere per sé, come nel 1300 aveva fatto il Petrarca, e nel 1800 fanno ancora Foscolo e Leopardi.
 
Ma i tempi moderni incalzano: i rapporti fra intellettuali di Paesi diversi diventano frequenti; l’Italia è meta di viaggi, per cui stranieri e studiosi si incontrano, comunicano, si confrontano.
Alla fine del 1800, in Francia nasce il «simbolismo», il movimento letterario che considera la poesia come «creazione, realizzazione dell’essenza stessa della vita».
Il compito del poeta è di farsi «veggente», di rivelare «l’ignoto» che egli percepisce attraverso le «illuminazioni», come dice Rimbaud, insieme a Verlaine e Mallarmé.
In Italia, si discute di poesia e non-poesia, di poesia pura, e il poeta si trova davanti a un bivio: può continuare a celebrare il passato, seguendo regole classiche di metrica (Carducci) e adottando prevalentemente temi storici, o invece può ripiegarsi su se stesso, ripensare alla sua infanzia, sprofondare nei ricordi che esprime in modo intimo, con parole nuove, servendosi dell’onomatopea (Pascoli).
 
Chi verrà dopo, seguirà le due strade esasperandole o fondendole: i poeti crepuscolari saranno gli epigoni del Pascoli, i «futuristi» quelli del Carducci.
D’Annunzio è colui che opera una sintesi: il poeta vive in una solitudine privilegiata; è un vate che dall’alto guarda la folla, il «grigio diluvio democratico» e la domina, orientandone i gusti con la forza persuasiva della parola, ma che sa anche registrare la musica misteriosa del silenzio e invitare l’uomo a cogliere il segreto linguaggio delle cose.
Completamente diversa è l’idea del poeta che propone Corazzini (1886-1907). Egli si presenta così, in «Desolazione del povero poeta sentimentale»:
 
Perché tu mi dici: poeta?
Io non sono un poeta.
Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.
Vedi: io non ho che lagrime da offrire al Silenzio.
Perché tu mi dici: poeta?
 
Gli eventi storici portano il poeta del 1900 a descrivere la desolazione della trincea (Ungaretti), «il piede straniero» (Quasimodo), il male di vivere (Montale)… ma accanto a temi strazianti che vedono il poeta «ermeticamente» impegnato, c’è l’ironia graffiante di Palazzeschi che rovescia, nelle forme trasgressive e provocatorie dei temi e del linguaggio, le istituzioni tradizionali della poesia e la visione borghese, ipocrita e repressiva della vita.
 
Chi sono? (1909)
Son forse un poeta?
No, certo.
Non scrive che una parola, ben strana,
la penna dell’anima mia:
follia.
Son dunque un pittore?
Neanche.
Non ha che un colore
la tavolozza dell’anima mia:
malinconia.
Un musico, allora?
Nemmeno.
Non c’è che una nota
nella tastiera dell’anima mia:
nostalgia.
Son dunque…che cosa?
Io metto una lente
davanti al mio cuore
per farlo vedere alla gente.
Chi sono?
Il saltimbanco dell’anima mia.
 
Lasciatemi divertire (1910)
…………
Il poeta si diverte,
pazzamente,
smisuratamente.
Non lo state a insolentire,
lasciatelo divertire,
poveretto,
queste piccole corbellerie
sono il suo diletto.
 
…………
Sono robe avanzate,
non sono grullerie,
sono la … spazzatura
delle altre poesie.
 
…………
Io ho pienamente ragione,
i tempi sono cambiati,
gli uomini non domandano più nulla
dai poeti:
e lasciatemi divertire!
 
Mario Luzi appartiene alla schiera dei grandi poeti che, dopo aver aderito all’Ermetismo negli anni che hanno preceduto la II guerra mondiale, concepisce la poesia come un perenne esercizio di scavo, una continua presa di coscienza della condizione dell’uomo contemporaneo di fronte a una realtà contraddittoria e sfuggente.
 
Nella casa di N. compagna d’infanzia (1952)
……
Io sono qui, persona in una stanza,
uomo nel fondo di una casa, ascolto
lo stridere che fa la fiamma, il cuore
che accelera i suoi moti, siedo, attendo.
Tu dove sei? sparita anche la traccia…
 
Il poeta si affida al potere della parola, anzi, si lega a essa indissolubilmente in
 
Vola alta, parola, cresci in profondità…
Vola alta, parola, cresci in profondità,
tocca nadir e zenith della tua significazione,
giacché talvolta lo puoi – sogno che la cosa esclami
nel buio della mente –
però non separarti
da me, non arrivare,
ti prego, a quel celestiale appuntamento
da sola, senza il caldo di me
o almeno il mio ricordo, sii
luce, non disabitata trasparenza…
 
I poeti ancora oggi continuano a poetare, a manifestare delusioni e piccole gioie, a ricordare il passato… a me piace chiudere questa breve rassegna con i versi che Alfonso Gatto, grande poeta salernitano, dedicò a suo padre nel 1945:
 
Se tu mi fossi questa sera accanto,
lungo la via dove scende l’ombra
azzurra già che sembra primavera…
io troverei un pianto da bambino
e gli occhi aperti di sorriso, neri
neri come le rondini del mare…


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