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Aggiornamento crisi Enrica Lexia/ 1 – Di Antonio De Felice

Anche il comandante della nave, Umberto Vitelli, potrebbe venire incriminato per i dati contenuti nella scatola nera

L'uccisione di due pescatori indiani e l'incriminazione di due marines italiani imbarcati a bordo della nave cisterna Enrica Lexie hanno portato alla sollevazione di sentimenti nazionalistici da entrambe le parti.
Quello che doveva essere una semplice questione legale su di chi avesse le competenze giurisdizionali per istruire un processo e accertare la verità dei fatti, si è trasformato in un ingarbugliato incidente diplomatico.
 
Le esternazioni del ministro della Difesa Giampaolo Di Paola che ha affermato che «l'India deve mostrare rispetto per l'Italia e il diritto internazionale» e che ha proseguito affermando come i due soldati «stavano facendo il loro dovere per tutelare non solo la nave, ma anche i 19 membri indiani dell'equipaggio...» hanno avuto, poi, un effetto controproducente sull'opinione pubblica indiana. 
Ciò che è successo in mare quel 15 febbraio al largo della costa di Kollam e ciò che ha portato alla morte di Jelestine e Ajesh Binku sul peschereccio S. Antony non potrà che essere appurato da un tribunale.
 
Tuttavia al momento, paradossalmente, la polemica non è intorno a ciò che è realmente accaduto, ma su chi ha il diritto di processare i due marines Massimiliano Latorre e Salvatore Girone.
Per comprendere la questione sulla competenza territoriale è sufficiente comprendere il seguente paradigma: se la nave italiana Enrica Lexie è territorio italiano, il perschereccio indiano S. Antony è territorio indiano.
 
La disputa diplomatica risiede principalmente nel comprendere dove è stato commesso il reato: dove sono partiti i colpi (la Enrica Lexie) o dove sono arrivati i proiettili (il St. Anthony)? Secondo noi, non vi può essere alcun dubbio che una parte del reato abbia avuto luogo in territorio indiano.
E' così che, in virtù della medesima convenzione delle Nazioni Unite che l'Italia sta citando, l'India afferma che il reato ha avuto luogo sul proprio territorio e, pertanto, rivendica e pretende una precisa competenza giurisdizionale sui due marines italiani.
 
Vi è poi la complessa questione del risarcimento alla famiglia delle vittime e al proprietario del peschereccio che però, ancorché a corollario dell'assurda vicenda, deve essere considerata estranea al procedimento penale presso il tribunale di Kollam.
Negativo in termini politici è stato l'intervento del Vaticano in sostegno della tesi della composizione «amichevolmente dell'incidente, attraverso il pagamento di un risarcimento».
 
Il neonominato cardinale del Kerala si è imprudentemente addentrato nella questione dimenticando di trovarsi si fronte ad un procedimento penale e non civile.
L'effetto procurato è stato il blocco in porto della Enrica Lexie fino al deposito di almeno 450mila euro da parte del suo armatore, come cauzione a garanzia delle richieste risarcitorie dei parenti delle vittime.
 
Nel frattempo il Console Generale italiano ha chiesto all'Alta Corte del Kerala di annullare le ordinanze restrittive emesse dal tribunale di Kollam, ritenedo che solo un tribunale italiano possa avere giurisdizione necessaria per processare i due marines appellandosi alla Convenzione delle Nazioni Unite del diritto del mare (UNCLOS).
La mossa della diplomazia italiana è stata assolutamente intelligente e consentirà qualora nei prossimi giorni l'Alta Corte del Kerala dovesse decidere negativamente sulla leicità della istanza, di muovere appello alla Corte Suprema e, se necessario, portare il caso in un forum internazionale, la Corte internazionale di giustizia.
 
Ciò che invece risulta essere particolarmente anomalo e getta pesanti ombre sull'operato della Enrica Lexie e del suo comandante è la notizia (peraltro già circolata sin dai primi giorni tra gli esperti del settore) della sovrascrittura dei dati di missione del Voyage Data Recorder (la scatola nera della nave che registra tutti i dati del viaggio compreso tutte le comunicazioni di bordo) ovvero del mancato salvataggio degli stessi su un supporto informatico.
Considerando che la nave aveva denunciato l'incidente al comando della Marina Militare Italiana e che le convenzioni internazionali prevedono che i dati elettronici del giornale di bordo debbano essere sempre, in caso d'incidente, diligentemente custoditi e prontamente consegnati alle autorità di bandiera per i riscontri del caso, ci si chiede come sia stato possibile che i dati di navigazione di questo incidente siano stati di fatto cancellati impedendo il contraddittorio con le autorità indiane.
 
Questo ulteriore problema, che ha innalzato ulteriormente la temperatura delle componenti nazionaliste indiane a maggior danno della posizione dei due marines italiani, rende ulteriormente deboli le istanze e gli sforzi della diplomazia italiana e rischia di coinvolgere anche la figura del comandante della Enrica Lexie Umberto Vitelli, che fino ad oggi era riuscito a evitare ogni incriminazione.
Secondo tutti  codici di navigazione, infatti, il «Master» di una nave è responsabile fino a prova contraria di tutto ciò che accade sulla propria nave, facile sarà quindi per la procura di Kollam decidere di aprire un fascicolo a carico del comandante in qualità di parte attiva nella decisione di aprire il fuoco sui pescatori indiani, per il quale difficilmente si apriranno le porte della foresteria del cicolo ufficiali di Kochi e più probabilmente quelle del carcere di Kollam.
 
Forti sono le emozioni che questo caso ha suscitato non solo nello Stato del Kerala ma anche in tutta l'India e non c'è modo legale che il governo indiano - anche se lo volesse - possa consegnare i marines all'Italia senza passare attraverso un processo.
La questione ora è più che prima nelle mani dei giudici indiani e tutto ciò nulla ha a che fare con un mancato rispetto dell'India per l'Italia o il per il diritto internazionale, come invece il Ministro Di Paola si dice convinto.

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