Home | Esteri | Libia | L’instabilità della Libia del dopo Geddafi, tra milizie e jihadisti

L’instabilità della Libia del dopo Geddafi, tra milizie e jihadisti

Quella striscia di mar Mediterraneo che divide l’Italia dalla Libia è sempre più sottile. Prospettive internazionali e il possibile ruolo dell’Italia – Di Gabriele Iacovino

image

>
 L’instabilità libica

A più di due anni dalla caduta di Gheddafi, la Libia non riesce ancora a portare a pieno compimento il processo di ricostruzione delle proprie istituzioni, rimanendo prigioniera di istituzioni deboli e del collasso della sicurezza nazionale.
L’ottimismo diffuso nel Paese a seguito della buona riuscita delle elezioni nel luglio 2012 appare oggi poco più che un ricordo, a fronte dell’incertezza che pervade le previsioni sul futuro.
L’incapacità del Governo di disarmare o includere all’interno delle forze dell’ordine nazionali le milizie che hanno combattuto Gheddafi nel corso della guerra civile fa oggi sì che la Libia sia preda delle scorribande di gruppi armati, intenti a imporre una giustizia personale e a dar luogo ad azioni di forza per mostrare il proprio potere.
 
L’ultimo esempio sono gli avvenimenti di domenica scorsa, quando un gruppo di uomini armati appartenenti alla milizia Cellule per le Operazioni dei Rivoluzionari Libici (CORL) hanno preso d’assalto l’edificio del Parlamento chiedendone l’immediata dissoluzione mentre era in corso una seduta.
All’ordine del giorno vi era la questione se prolungare il mandato parlamentare di un altro anno o indire nuove elezioni politiche.
Su questa decisione le forze politiche libiche continuano ad essere fortemente divise tra il fronte dei partiti islamisti, che propende per un prolungamento del mandato, e le formazioni più «liberali» che vorrebbero imminenti elezioni.
L’attacco contro il Parlamento (in cui sembra anche che un parlamentare, Abdelrahman al-Swihli, sia stato colpito da un proiettile) non è il primo compiuto dalla milizia CORL.
Infatti, questa stessa formazione è stata responsabile anche del rapimento del Primo Ministro Ali Zeidan. Il 10 ottobre scorso, 150 miliziani hanno prelevato il Premier dalla sua residenza tripolitana all’Hotel Corinthia e lo hanno tenuto prigioniero per alcune ore.
Soltanto la mediazione di un’altra milizia ha permesso il rilascio di Zeidan, anche se appare probabile che egli non sia stato mai in pericolo di vita.
 
Le motivazioni del sequestro del Primo Ministro sono state a lungo discusse e dibattute. Per quanto la rappresaglia del OCLR sia stata motivata formalmente come risposta all’atteggiamento permissivo di Zeidan nei confronti degli USA e al suo probabile placet per la cattura di al-Libi, è altamente verosimile che si sia trattato di una strumentalizzazione dell’evento volta a perseguire altri obbiettivi.
Infatti, occorre sottolineare come le milizie non possano essere identificate con l’agenda dei gruppi qaedisti presenti nel Paese, ma anzi se ne discostino profondamente perseguendo degli obiettivi strettamente legati al proprio rafforzamento e all’affermazione dei propri interessi.
Si può dunque sostenere che le azioni del CORL abbiano uno scopo intimidatorio volto a sottolineare le richieste di denaro e armi e a ribadire il ruolo di comando all’interno del panorama politico.
Uno degli aspetti assolutamente più preoccupanti è che il CORL è parte del Lybian Shield, l’organizzazione che riunisce tutte le milizie filo-governative sotto il controllo del Ministero della Difesa, ed è deputata al controllo di Tripoli e dei palazzi governativi.
Il fatto che sia stata proprio una milizia «alleata» ad attaccare il Parlamento e a rapire il Premier esprime al meglio quella che è la situazione politica e di sicurezza della Libia odierna. Nonostante gli sforzi e la buona volontà, il governo appare estremamente debole e il Primo Ministro in seria difficoltà.
In generale, nessuno dei membri delle istituzioni o delle organizzazioni indipendenti che le sostengono può dirsi al sicuro dalle azioni dei miliziani.
 
Per quanto sia un fenomeno prettamente urbano, l’attivismo delle milizie imperversa anche nelle aree rurali e desertiche, soprattutto in prossimità dei grandi impianti estrattivi operati dalle società occidentali.
I gruppi armati, che nel deserto assumono una dimensione clanica e tribale più accentuata, attaccano le infrastrutture energetiche come forma di pressione nei confronti del governo, accusato di non ridistribuire adeguatamente i proventi del gas e del petrolio.
In alcuni casi, gli stessi operai degli impianti facilitano l’irruzione delle milizie poiché esasperati di ritardi nei pagamenti degli stipendi.
Queste dinamiche hanno delle inevitabili ripercussioni anche per l’ENI che negli ultimi sei mesi ha più volte dovuto chiudere gli approvvigionamenti energetici verso l’Italia.
 
La debolezza delle autorità centrali e il disordine diffuso stanno favorendo l’aumento delle rivendicazioni separatiste.
Più volte si sono succedute dichiarazioni di indipendenza da parte del Parlamento locale di Bengasi, per quanto riguarda la Cirenaica, o di non meglio identificate autorità locali del Fezzan.
Poi ci sono città che si autogesticono come Misurata o come Zintan, grazie agli introiti economici derivanti dalla gestione di infrastrutture quali porti e raffinerie. In queste rivendicazioni autonomiste, ricadono, inevitabilmente, anche le risorse energetiche del Paese.
A novembre, Ibrahim Jadhran, comandante delle Petroleum Facilities Guards (una milizia di quasi 20mila uomini che avrebbe dovuto agire a protezione degli impianti energetici della Cirenaica) ha annunciato la formazione di una compagnia petrolifera indipendente in Cirenaica, guidata dall’autoproclamato Governo regionale di Barqa.
Da allora, gli uomini al servizio di Jadhran stanno sorvegliando porti e impianti della ricca regione petrolifera, denunciando le ingiustizie perpetrate dal Governo centrale e la necessità di una migliore distribuzione degli introiti tra le varie regioni.
Nonostante i tentativi di avviare l’esportazione del petrolio in maniera autonoma non siano per ora andate a buon fine, l’azione del Governo regionale di Barqa ha rivelato l’entità delle fratture in seno alla Libia e la loro difficile ricomposizione. 
 

Il Sahara libico
 
 Il panorama delle milizie e quello jihadista
Le milizie sono gruppi di combattenti, il cui numero si potrebbe ragionevolmente stimare in circa 300 in tutto il Paese, legati più alle tradizionali appartenenze tribali che alle istituzioni nazionali.
Proprio per questo, la stragrande maggioranza delle milizie che si erano formate durante la guerra contro i lealisti di Gheddafi si sono finora rifiutate di cedere le armi al Governo e hanno rigettato qualsivoglia piano di integrazione all’interno delle Forze Armate libiche.
Per questo motivo che le istituzioni centrali non sono riuscite ancora a mettere in piedi un Esercito nazionale. Anche perché una cospicua fetta dei fondi destinati dal Governo al rafforzamento delle Forze Armate vengono invece utilizzate dal Ministero della Difesa per finanziare le varie milizie e calmierarle per evitare che compiano operazioni come quelle precedentemente illustrate. In questo modo, i gruppi armati non solo si garantiscono una sicura fonte di finanziamento, ma riescono anche a manipolare la politica libica.
 
Oltre alla CORL salita ormai agli onori delle cronache per le sue azioni, si può annoverare tra le più importanti milizie, per numero di effettivi e per capacità, la Brigata dei Martiri del 17 Febbraio, che conta circa 12 battaglioni e possiede un importante arsenale di armi leggere e pesanti, ottenute grazie al controllo di numerose caserme del vecchio regime situate in tutta la Cirenaica.
La Brigata, data la sua importanza, è una delle milizie che riceve finanziamenti dal Ministero della Difesa.
Vi è poi la Brigata dei Martiri di Abu Salim, milizia composta da ex combattenti jihadisti il cui nome deriva dal carcere di Abu Salim, la struttura dove il regime di Gheddafi era solito internare gli oppositori islamisti.
Tra le prime a formarsi durante la rivolta contro il Colonnello, la Brigata è nata sulle ceneri di alcune delle realtà islamiste attive in territorio libico; al momento, tuttavia, si hanno poche notizie circa la sua affiliazione al network jihadista globale.
Grazie alla forza e all’importanza che ha raggiunto nel corso della guerra civile, un’altra milizia da annoverare è il Consiglio Militare di Zintan, assurto agli onori delle cronache poiché tuttora detiene, dopo la sua cattura, il figlio del «Raìs» Saif al-Islam.
Uno dei suoi leader, Osama al-Juwali, è stato Ministro della Difesa fino a novembre 2012, circostanza che ha fatto della milizia uno dei principali fruitori dei finanziamenti statali, ma che ha causato, parallelamente, i malumori di altre realtà la cui proteste hanno portato alla sostituzione di Juwali.
Il Consiglio Militare di Zintan è composto da 5 brigate, la più importante delle quali è la Brigata Mohammed al-Madani, per un totale di circa 4.000 uomini.
 
Un discorso a parte merita la città costiera di Misurata, dove l’autorità centrale del Governo di Tripoli non è assolutamente riconosciuta e che è amministrata come una vera e propria «città Stato».
Qui, tra le altre, è attiva la Brigata Sadun al-Suwayli. Oltre ad aver partecipato all’avanzata verso Tripoli, la Brigata ha guidato l’assalto finale contro Sirte, ultima roccaforte di Gheddafi.
Al di là del controllo di Misurata, una parte dei miliziani, rimasta nella capitale, continua ad occuparsi della protezione di alcuni edifici governativi. In questo modo la Brigata garantisce che la propria voce sia ascoltata a Tripoli.
Qualcosa di diverso è Ansar al-Sharia. Quest’ultima, infatti, non può essere considerata solo una vera e propria milizia perché, nei fatti, è al momento la realtà in Libia più vicina al network del qaedismo internazionale, con legami non solo con la leadership centrale di al-Qaeda in Pakistan, ma anche con tutta la costellazione delle realtà jihadiste regionali, da al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI) all’omonima Ansar al-Sharia tunisina.
Nonostante le numerose smentite, è lecito sostenere che siano stati proprio esponenti legati ad Ansar al-Sharia ad organizzare e ad effettuare, durante le manifestazioni di protesta dell’11 settembre 2012, il blitz contro il consolato statunitense a Bengasi, nel quale ha perso la vita l’ambasciatore americano in Libia, Christopher Stevens.
Più che essere un preciso gruppo, Ansar al-Sharia può essere considerata un ombrello sotto il quale si possono annoverare diverse realtà jihadiste o «khatibe» (brigate), cioè gruppi di miliziani che si rifanno al jihadismo globale di matrice qaedista e che si sono formate in Libia sempre su base tribale e strettamente locale, ma che al contrario delle milizie precedentemente analizzate si rifanno agli ideali del salafismo internazionale. 
 

Gazelle and the beauty Fountain Tripoli
 
Sicuramente, la spina dorsale di questa realtà è il gruppo di militanti jihadisti facenti capo alla leadership di Derna, villaggio sulla costa orientale libica, a circa 300 chilometri dal confine con l’Egitto.
Storicamente, Derna è stato il luogo dove hanno trovato rifugio i leader del Gruppo Combattente Islamico Libico (LIFG) durante la repressione da parte del regime di Gheddafi.
I legami tribali in questa regione del Paese hanno permesso al LIFG di sopravvivere negli ultimi anni con una struttura esigua, la cui leadership, però, ha mantenuto sempre i propri obiettivi concentrati sulla lotta contro il regime di Gheddafi.
Così, allo scoppio della rivolta, il network del LIFG si è fatto trovare pronto a raccogliere attorno a sé tutti coloro che hanno condiviso l’ideologia jihadista, riunendo miliziani provenienti dalle aree limitrofe così come combattenti tornati in patria per combattere il regime.
 
Al vertice di Ansar al-Sharia ci sarebbe, tra gli altri, anche Sufyan ben Qumu, un ex detenuto di Guantanamo trasferito nelle carceri libiche nel 2007 e uscito di prigione nel 2010 all’interno del programma di de-radicalizzazione portato avanti da Saif al-Islam Gheddafi.
Grazie alla sua formazione nei campi di addestramento qaedisti in Afghanistan, alla fine degli anni Novanta, e alla sua esperienza di combattimento al fianco dei talebani nella prima fase della guerra contro le truppe americane, a Qumu è stato chiesto di portare avanti l’addestramento delle giovani reclute del gruppo.
Nonostante si sia più volte dichiarato estraneo ad al-Qaeda, si può ragionevolmente sostenere che Qumu sia stato negli ultimi 30 mesi molto attivo nella propaganda jihadista in Libia e abbia condotto una campagna di assassinii mirati, soprattutto contro gli oppositori di al-Qaeda.
Inoltre, esistono forti sospetti che Qumu sia coinvolto nell’attacco al consolato americano a Bengasi.
 
Tra i leader più importanti del panorama islamista vi è, anche, Wisam Ben Hamid, giovane combattente originario dell’area di Sirte.
Hamid non può tuttavia essere indicato come un leader jihadista in senso stretto, e la sua resta una figura alquanto trasversale.
In primo luogo, poiché intrattiene frequenti rapporti con la stampa libica e il suo è un volto assai noto al grande pubblico del Paese: in questo senso, la sua immagine appare particolarmente lontana da quello che è lo stereotipo del leader jihadista, sfuggente e nascosto per non attirare troppe attenzioni e non essere facilmente localizzabile.
In più, poi, Hamid nasce come leader di 2 milizie inizialmente non assimilabili al contesto jihadista, cioè la Katiba al-A'hrar Libya e la Katiba Dir' Libya, molto attive a Sirte e nella regione desertica, sud-orientale, di Cufra.
Con il passare del tempo, la figura di Hamid si è fatta sempre più autorevole, tant’è che attualmente egli è il leader della Forza Scudo Libia, destinataria di finanziamenti diretti del Ministero della Difesa: si tratta di un ombrello che raccoglie numerose milizie, non solo legate all’universo jihadista, presenti in tutto il Paese.
La Forza Scudo è organizzata sulla falsariga di un vero e proprio esercito, con 3 brigate strutturate su base regionale che operano nel mantenimento dell’ordine pubblico e hanno ruoli di combattimento.
Questa milizia ha sempre avuto un buon apprezzamento da parte della popolazione libica, in particolare grazie alle opere sociali e caritatevoli portate avanti durante e dopo la rivoluzione.
Negli ultimi mesi, tuttavia, va notato come la Forza Scudo abbia assunto sempre maggiori poteri, soprattutto nell’area di Bengasi, e come parallelamente sia diventata oggetto di numerose manifestazioni di protesta da parte della popolazione, proprio a causa dei modi con cui i suoi miliziani hanno cominciato ad imporre la propria autorità.
Questi atteggiamenti diffusi hanno portato ad un crescente malcontento, sfociato in veri e propri scontri tra la popolazione e la milizia, durante i quali, ad inizio luglio, sono morte circa 27 persone.
 

 
Non è da escludere che le proteste siano state aizzate da faide interne alle milizie, causate appunto dall’eccessiva crescita della Forza Scudo.
È ipotizzabile, altresì, che nel rafforzamento di questa milizia possa avere avuto un ruolo lo stesso Hamid, grazie anche ai suoi contatti con il mondo jihadista.
Nel 2011, si era parlato anche della possibilità che lo stesso Moktar Belmoktar, leader storico di AQMI, fosse stato ospite di Hamid a Sirte.
Tali rapporti potrebbero esser stati facilitati dalle origini dello stesso Hamid, il quale è di etnia Toubu, una popolazione che abita le regioni desertiche a cavallo tra Ciad, Libia e Niger, dove è molto attivo Belmoktar.
Non è da escludere, dunque, che tra i 2 leader siano state poste le basi per una sorta di alleanza, soprattutto in un momento in cui il movimento di Belmoktar, a causa delle operazioni francesi, ha perso le proprie roccaforti nel nord del Mali e molti suoi miliziani potrebbero aver trovato rifugio nelle aree desertiche della Libia meridionale.
È possibile che proprio attraverso questi rapporti i movimenti jihadisti abbiano potuto ricostruire i propri campi per l’addestramento delle nuove reclute e per il coordinamento dei miliziani in Libia, dopo aver perso le infrastrutture maliane.
Tuttavia, contrariamente a quanto si potrebbe ipotizzare per motivi geografici e di sicurezza, i nuovi campi di addestramento non si trovano nel sud della Libia, in quella regione del Fezzan difficile da controllare a dai confini impalpabili.
Ma le strutture per l’addestramento dei nuovi militanti jihadisti sono presenti nei pressi di grandi centri urbani come Tripoli e Bengasi. A quanto pare, infatti, i miliziani sfrutterebbero le aree urbane periferiche, in prossimità, ad esempio, di vasti capannoni industriali, per meglio camuffare queste infrastrutture ed evitare di essere individuati dall’osservazione aerea.
Un tale sviluppo sottolinea ancora una volta come la debolezza dello Stato e la scarsa presenza di strutture istituzionali sul territorio stia rendendo la Libia non solo instabile, ma anche un nuovo palcoscenico dove le attività qaediste trovano libertà d’azione.
 
I fattori che hanno contribuito all’instabilità libica risiedono anche nei rapporti sempre più stretti tra il mondo jihadista e i traffici illegali internazionali di armi, droga ed esseri umani che trovano oggi nella Libia uno snodo di fondamentale importanza per raggiungere la sponda nord del Mediterraneo.
Ad esempio, il villaggio di Sebha, nella parte settentrionale del Fezzan, è il punto di raccolta principale verso l’Italia dei traffici di esseri umani provenienti dall’Africa Occidentale e che hanno in Agadez, in Niger, e a Gao, in Mali, i due snodi di partenza.
Si stima che circa 600 migranti raggiungano quotidianamente le coste di Tripolitania e Cirenaica in attesa di imbarco per il rischioso viaggio verso l’Europa.
Per quanto riguarda le armi, poi, i depositi del regime di Gheddafi hanno foraggiato il mercato regionale. In questo modo le milizie libiche non hanno avuto problemi per rifornirsi e, grazie alla propria conoscenza del territorio, hanno potuto sviluppare un fiorente traffico internazionale che dal deserto libico ha portato un ingente afflusso di armamenti in tutta la regione del Sahel, dalla Mauritania al Sudan.
Con la caduta del regime di Gheddafi e la conseguente crisi politica e di sicurezza in Libia, il mercato regionale è stato investito da carichi di armi utilizzate dalle milizie durante la rivoluzione che, attraverso il passaggio di Erg Merzoug, sono giunte in Niger.
I magazzini, un tempo controllati dalle Forze di sicurezza libiche, sono le principali fonti di questo nuovo traffico: si tratta per lo più di RPG, artiglieria antiaerea, missili terra-aria e munizioni di fabbricazione russa.


Tripoli
 
 Prospettive internazionali e possibile ruolo dell’Italia
L’instabilità libica deriva prettamente da fattori interni e non risente da influenze internazionali. In questo senso, ad un’analisi più approfondita, risulta alquanto sui generis che un Paese coma la Libia, la cui stabilità influisce sull’accesso ad ingenti risorse energetiche per mezza Europa, non sia in questo momento al centro di una profonda iniziativa diplomatica da parte dell’Unione Europea.
La mancanza di una incisiva azione europea è figlia sia dell’ormai congenita difficoltà strutturale della PESC sia della crisi economica che affligge i Paesi membri e che limita le capacità in politica estera. Un sostegno alla stabilizzazione della Libia non può che passare da una più visibile presenza europea al fianco delle istituzioni nazionali, non in termini finanziari, in quanto il Paese ha tutte le risorse di cui ha bisogno per il proprio rilancio economico, ma soprattutto in termini di rafforzamento dell’apparato di sicurezza libico, primo e fondamentale passo verso la possibilità di ricostruzione istituzionale.
Per fare questo, l’impegno italiano nell’addestramento delle nuove Forze di Sicurezza libiche è il migliore dei primi passi possibili.
Ma, in un’ottica di lungo periodo e forti dell’analisi degli avvenimenti libici del post-Gheddafi, si può sostenere che senza una forza di addestramento e stabilizzazione in loco, il processo di ricostruzione istituzionale potrebbe continuare a subire delle notevoli battute d’arresto.
Anche in questo caso sembra doveroso fare un rimando ad un più incisivo ruolo delle Nazioni Unite, che pur rallentate dalla propria farraginosità burocratiche, è l’unica organizzazione in grado di poter supportare, sia a livello economico sia a livello politico, una siffatta iniziativa.
 
In quest’ottica si potrebbe immaginare anche un maggior impegno degli Stati Uniti. Infatti, sul dossier libico, l’Amministrazione Obama ha per la prima volta messo in atto la sua dottrina in politica estera nel Mediterraneo.
Questa è stata contraddistinta dalla ferma volontà di non voler rimanere invischiati in situazioni di instabilità lontane dai propri focal point strategici.
La politica mediterranea, infatti, è stata negli ultimi anni dettata da un’attenzione particolare solo alle prospettive di sicurezza nazionali, con un intervento da «stay behind» anche in operazioni più complesse, come la campagna militare NATO contro il regime di Gheddafi.
In questo modo, Washington dà priorità solo a quelle problematiche che avverte come una minaccia diretta alla propria sicurezza. In quest’ottica, vedasi la messa in sicurezza dei missili spalleggiabili antiaerei fuoriusciti dai depositi gheddafiani o le giacenze dell’arsenale chimico del Colonnello, senza dimenticare mai la lotta al terrorismo, come l’operazione che ha portato alla cattura di al-Libi.
 

I Carabinieri addestrano le forze dell'ordine libiche
 
Forse proprio questo è l’argomento su cui gli interessi europei, e soprattutto italiani, possono maggiormente incrociarsi con quelli statunitensi.
La stabilizzazione della Libia comporterebbe anche la restrizione degli ambiti di manovra del panorama qaedista nel Paese, con degli inevitabili vantaggi per la sicurezza internazionale.
Se finora la minaccia qaedista proveniente dal Nord Africa ha avuto un respiro maggiormente regionale, non è da escludere che in futuro, grazie ad un retroterra logistico acquisito come la Libia, il network internazionale di al-Qaeda possa cominciare ad utilizzare le realtà nordafricane per minacciare la sicurezza europea.
Non bisogna farsi tirare in inganno dall’impostazione, storicamente molto locale, della maggioranza dei jihadisti libici.
In un’ottica di sviluppo della radicalizzazione qaedista soprattutto nei confronti di nuove leve, il peggioramento delle condizioni economiche e sociali in un Paese come la Libia potrebbe diventare un pericoloso volano per porre l’attenzione della propria dialettica terroristica verso l’occidentale Europa.
 
L’Italia, dunque, si trova in prima linea nella gestione della stabilizzazione della Libia.
Non solo perché il Paese è al centro del sistema di approvvigionamento energetico italiano, ma anche, e soprattutto, per la gestione dei traffici illegali, soprattutto di esseri umani, provenienti dalla Libia e per la prevenzione della minaccia terroristica.
La missione di addestramento per le nuove Forze di Sicurezza libiche (vedi nostro ultimo servizio) è un segnale forte di come l’Italia sia al centro degli sforzi della Comunità Internazionale in supporto alle istituzioni libiche. 
 
La riflessione è che il nostro Paese, grazie alla propria conoscenza del contesto e alle relazioni sociali, economiche e politiche che storicamente ha costruito con la controparte libica, possa farsi promotore di una iniziativa politica atta a trovare una soluzione verso la stabilizzazione di Tripoli.
Un tale impulso troverebbe negli Stati Uniti un’ottima sponda collaborativa in grado di dare maggiori opportunità di superare le indecisioni e, se vogliamo, anche alcuni veti, da parte di partner europei, come Francia e Stati Uniti.
In questo modo, si potrebbe approcciare con più forza l’ottica multilaterale.
 
Inoltre, l’Italia, grazie anche alla propria esperienza di gestione dei federalismi e delle autonomie regionali, potrebbe porsi come interlocutore principale non solo di Tripoli, ma anche delle realtà locali come quelle di Misurata e Bengasi, in modo tale da farsi promotore di una mediazione che molto probabilmente dovrà passare da una profonda riflessione su quale dovrebbe essere il futuro assetto istituzionale libico.
La caduta del regime di Gheddafi ha dato libero sfogo a tutte quelle istanze autonomiste che per troppo tempo sono state soffocate dalla repressione.
La ricchezza della Libia non sta solo nelle proprie risorse naturali, vero volano di una ripresa rapida del Paese, ma anche nelle diversità culturali e sociali al proprio interno.
Facendosi promotrice di una soluzione condivisa, l’Italia si proporrebbe un partner credibile in grado si supportare il processo di transizione libico. A beneficiarne sarebbe indubbiamente tutto il nostro Sistema Paese.
 
CeSi-GdM
Le foto sono Wikipedia

Condividi con: Post on Facebook Facebook
Twitter Twitter

Subscribe to comments feed Commenti (0 inviato)

totale: | visualizzati:

Invia il tuo commento comment

Inserisci il codice che vedi sull' immagine:

  • Invia ad un amico Invia ad un amico
  • print Versione stampabile
  • Plain text Versione solo testo

Pensieri, parole, arte

di Daniela Larentis

Parliamone

di Nadia Clementi

Musica e spettacoli

di Sandra Matuella

Psiche e dintorni

di Giuseppe Maiolo

Da una foto una storia

di Maurizio Panizza

Letteratura di genere

di Luciana Grillo

Scenari

di Daniele Bornancin

Dialetto e Tradizione

di Cornelio Galas

Orto e giardino

di Davide Brugna

Nella botte piccola...

di Gianni Pasolini

Campi da golf

di Francesco de Mozzi

Storia dell'Autonomia

di Mauro Marcantoni