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Francesco II di Borbone, il Re dimenticato – Di Maurizio Panizza

«Franceschiello» moriva ad Arco esattamente 120 anni fa, dove rimase sepolto fino quasi allo scoppio della Grande Guerra – Le straordinarie foto dell'epoca

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Il trasporto della salma di Francesco II di Napoli a Trento: sopra, il «Cantone» di Trento.

Esattamente 120 anni fa, il 27 dicembre del 1894, moriva ad Arco Francesco II, l’ultimo Re delle Due Sicilie e proprio qui, nella cittadina trentina del Basso Sarca, rimaneva sepolto fino a dopo lo scoppio della Prima Guerra Mondiale.
Alcuni decenni di esilio post-mortem, a cavallo fra il decaduto Impero d’Austria e il subentrante Regno d’Italia, dei quali ben poco sembra essere rimasto nella memoria della nostra gente.
Alzi la mano, infatti, chi fra di noi conosce le vicende trentine di «Franceschiello», come veniva chiamato all’epoca, uno dei più sfortunati re della storia europea.
Li vediamo insieme di seguito.

Nato da Ferdinando II di Borbone e dalla prima moglie Maria Cristina di Savoia (figlia di re Vittorio Emanuele I), Francesco salì al trono appena ventitreenne, il 22 maggio 1859. Di carattere piuttosto timido e bonario, lo stesso anno Francesco sposò la duchessa Maria Sofia di Baviera - sorella dell'imperatrice Elisabetta d'Austria (detta Sissi) - che era più giovane di lui di cinque anni e aveva un temperamento del tutto opposto al suo.
Francesco era un regnante sui generis. La sua filosofia di vita del tutto contrapposta alla cultura del potere e della guerra, aveva indotto i suoi stessi sudditi a riferirsi a lui affabilmente con il nomignolo di «Franceschiello»: un nomignolo del quale si impossessarono, dopo la sua sconfitta, le cronache post-unitarie facendone discendere una figura superficiale, debole e patetica, senza che nessuno potesse intervenire a tutela della memoria di un re spodestato e diseredato dagli eventi.
 
In realtà, Francesco II fu un uomo sensibile, molto devoto, un sovrano onesto e generoso e, oltremodo, perseguitato dalla sfortuna: la morte della madre, pochi giorni dopo il parto, quella prematura del padre, alla vigilia delle sue nozze, quella della figlia, dopo soli tre mesi dalla nascita, e poi quell'unico anno di governo nel corso del quale vide crollare il regno stesso insieme alla storica dinastia dei Borbone.
Dietro a tale crollo, tuttavia, vi era stato una specie di complotto internazionale più dettato da interessi di Stato che non da vere logiche unitarie. Già dagli anni Cinquanta, Cavour aveva preparato, con la complicità di Napoleone III e della Gran Bretagna, l’invasione del Regno delle Due Sicilie, Stato sovrano alleato del Regno di Sardegna.
In effetti, Napoleone III diede il suo appoggio nella speranza che il Regno andasse a suo cugino Luciano Murat, mentre la Gran Bretagna si rese disponibile nella convinzione che un nuovo Regno d’Italia, ad essa riconoscente e amico, potesse contrastare in campo europeo sia la predominanza francese che quella asburgica.
Per questo motivo, pare che Garibaldi per organizzare la spedizione dei Mille, avesse ricevuto uomini, navi, ma soprattutto armi dal Regno di Sardegna, mentre i soldi li ricevette dalla Gran Bretagna e dalla massoneria internazionale in grande abbondanza.
Soldi che servirono per corrompere i più alti ufficiali borbonici, i quali fin dallo sbarco in Sicilia non combatterono mai seriamente i garibaldini, consegnando vilmente interi reggimenti e fortezze all’invasore senza sparare un solo colpo.
Così, mentre Vittorio Emanuele II giurava amicizia al cugino re Francesco e deprecava pubblicamente quanto stava avvenendo, in contemporanea lo stesso Savoia sosteneva in gran segreto il suo ministro Cavour che dava ordine al generale Cialdini di scendere con l’esercito fino a Napoli per impossessarsi del Regno.
Si sa, spesso sono andate in tal modo le questioni militari in Italia. Così, dopo la perdita della Sicilia e della Calabria, di fronte all'avvicinarsi di Garibaldi e seguendo il consiglio del Ministro dell'Interno Liborio Romano, che aveva già avuto contatti clandestini con i piemontesi, il re fuggì da Napoli senza combattere per evitare inutili battaglie nella città.
 
Da lì in avanti, senza più fare ritorno nell’amata Napoli, Francesco II andò in esilio prima a Roma, ospite di Pio IX, poi a Parigi dove condusse una vita molto ritirata.
Risiedette stabilmente nella capitale francese, da dove si allontanò solo per brevi viaggi in Austria e in Baviera, presso i parenti della moglie.
Visse privatamente, senza grandi mezzi economici, perché Garibaldi aveva confiscato tutti i beni dei Borbone. È pur vero, in proposito, che Il Governo italiano ne propose la restituzione a Francesco II, ma solo a patto che lui rinunciasse ad ogni pretesa sul trono del Regno delle Due Sicilie, cosa che egli non accettò mai, rispondendo sdegnato: «Il mio onore non è in vendita».


 
E adesso la nostra storia ritorna là, dove avevamo iniziato. Infatti, da quegli anni in poi, le vicende personali di Franceschiello incroceranno più volte la città di Arco, località che già dalla seconda metà dell’Ottocento era diventata residenza invernale della corte imperiale austriaca, in particolare dell’Arciduca Alberto, cugino dell’Imperatore Francesco Giuseppe d’Asburgo, casa regnante da sempre amica dei Borbone.
Sappiamo che verso il 1870, per iniziativa di una borghesia imprenditoriale fuori dagli schemi dell’epoca e grazie proprio all’appoggio dell’Arciduca Alberto, si intuì che lo sviluppo economico della città poteva dipendere proprio dal suo clima molto favorevole: nacque così il Luogo di Cura, il Kurort, di cui ancora oggi la cittadina del Basso Sarca conserva l’antica tradizione.
In quegli anni, imprenditori di Arco, e poi austriaci e germanici, si attivarono per creare ville, luoghi di incontro, giardini pubblici, il Casinò, alberghi, nonché case di cura per le persone affette dal mal sottile - la tubercolosi - malattia piuttosto diffusa a quell’epoca.
 
Francesco II, invece, soffriva da molto tempo di diabete e ad Arco veniva spesso in incognito per cercare sollievo nelle cure termali.
Il re era qui anche verso la fine di dicembre del 1894, ospite da alcuni giorni dell’Arciduca Alberto, quando, all’età di soli 58 anni, il 27 di quel mese improvvisamente morì.
«Il Re di Napoli – come scrisse più tardi mons. Giuseppe Chini, Arciprete di Arco – muore in un paese delle Alpi nel cuor dell’inverno, all’ultimo confine d’Italia, quasi da tutti abbandonato, da tutti ignorato, mentre i suoi nemici stanno nelle gloriose sue capitali di Napoli e Palermo e vi danno quegli esempi di una nuova morale.»
Solo allora – secondo il Chini – gli abitanti del posto seppero che il «signor Fabiani» (come si faceva chiamare), quell’uomo distinto e cortese che ogni giorno assisteva alla messa presso la Chiesa della Collegiata, recitava il rosario e si metteva compostamente in fila con i contadini del luogo per baciare le reliquie e ricevere la comunione, non era altro che Francesco II di Borbone, il deposto Re delle Due Sicilie.
L’ultima frase del Re, scritta nel diario personale che redigeva quotidianamente dal 1862, è del 24 dicembre, e dice «Lavoro un poco, ma mi fatico».
 


In quelle stesse pagine, negli anni precedenti, Francesco aveva riportato tutta la sua amarezza per il destino che lo aveva costretto lontano dalla sua Patria, della quale ricordava i paesaggi quando questi assomigliavano a località straniere che ogni tanto visitava, ma soprattutto per la sorte del suo popolo, schiacciato dal malgoverno e dalla repressione armata del nuovo re.
Dopo la sua morte, Francesco II verrà trasportato con tutti gli onori destinati a un re, da Arco a Trento, dove, nella chiesa di Santa Maria del Suffragio, il Principe Vescovo officerà la cerimonia funebre alla presenza di molte teste coronate di mezza Europa.
Poi il feretro tornerà nuovamente ad Arco per essere tumulato.
 
Riferito del «come» il re di Napoli morì in Trentino, rimane adesso ancora da capire un «perché».
Il perché dell’oblio del passaggio di quel re straniero in terra trentina e dei legami che esso aveva tenuto con la nostra provincia, austriaca dal 1814 al 1918.
Già in altre occasioni ebbi a esprimere lo stesso concetto: dopo la Prima Guerra Mondiale e dopo la sconfitta dell’Austria, la cultura dei vincitori impose che ciò che era stato l’Impero Austro-Ungarico doveva essere sostanzialmente dimenticato.
In particolare con l’avvento del Fascismo, dopo gli anni Venti si iniziò una sistematica e selvaggia opera di demolizione e di rimozione di tutto quanto aveva avuto a che fare con l’Austria e con il casato degli Asburgo, da sempre, per inciso, alleato fedele dei Borboni.
 
Ciò detto, è facile a questo punto intuire i motivi per cui Francesco II di Napoli, lo sfortunato Franceschiello, anche qui, in questa lontana terra di confine, continuò a combattere contro il suo destino avverso, rimanendo nuovamente sconfitto. Stavolta, anche dopo morto, sconfitto e condannato all’oblio per più di un secolo.
È comunque da aggiungere che successivamente, nel corso della Prima Guerra Mondiale, l’imperatore austriaco Carlo, preoccupato che la tomba di Francesco II non subisse danni dal conflitto, il cui fronte era vicino, ordinò il trasferimento della salma a Trento.
Finita la guerra, la regina Maria Sofia chiese al governo italiano di poterla riportare ad Arco e all’inizio ottenne risposta positiva purché la traslazione avvenisse in silenzio e senza pompa.
Ma le cose si complicarono poco dopo perché - come detto - con l’avvento del fascismo i nuovi governanti si opposero ad ogni azione che potesse in qualche modo riportare l’attenzione sulla vecchia monarchia Asburgica.
 
La regina Maria Sofia morì, a 83 anni d’età, a Monaco di Baviera il 19 gennaio 1925. L’anno dopo, per sua espressa volontà, le sue spoglie furono poste su di un treno alla volta dell’Italia.
A Trento, il treno si fermò e fu caricato anche il sacello del marito Francesco II.
Poi il convoglio proseguì il suo mesto viaggio fino a Roma, dove le spoglie dei reali furono tumulate, insieme a quelle dell’unica figlioletta, nella chiesa di S. Spirito dei Napoletani.
Da qui, infine, furono traslate di nuovo il 10 aprile 1984 e trasportate finalmente a Napoli, nella Chiesa di S. Chiara, il Pantheon dei Borbone.
 
Maurizio Panizza

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