Home | Esteri | Libia | Le sabbie mobili della crisi libica/ 3 – Di Marco Di Liddo

Le sabbie mobili della crisi libica/ 3 – Di Marco Di Liddo

Terza parte - Il panorama jihadista libico: Ansar al-Sharia e il Califfato di Bayda

image

(Precedenti)
 
Un discorso specifico meritano le realtà jihadiste libiche, raccolte intorno al network di Ansar al-Sharia, parte della rete di al-Qaeda nel Maghreb Islamico, e del Califfato di Bayda, espressione libica dello Stato Islamico.
Onde sgombrare il campo da ogni dubbio, occorre immediatamente precisare che, ad oggi, il Califfato di Bayda è una realtà in ascesa, pronta a raccogliere il testimone del jihadismo libico e a imporsi come formazione estremista egemone nel Paese.
Di contro,Ansar al-Sharia, dopo una fase di crescita durata 4 anni, ha conosciuto una rapida e drammatica flessione che potrebbe minacciarne l’esistenza stessa.
Ad influire sui rapporti di forza tra le due formazioni jihadiste e a determinare il massiccio afflusso di miliziani da Ansar al-Sharia al Califfato di Bayda è stata anche la dialettica internazionale tra al-Qaeda e lo Stato Islamico.
Infatti, anche se i movimenti jihadisti libici hanno tradizionalmente avuto un ruolo periferico all’interno dei network terroristici globali ed hanno prediletto un’agenda prettamente nazionale, la crisi del marchio e del progetto qaedista e la contemporanea sedimentazione del nuovo modello offerto dallo Stato Islamico hanno condizionato la scelte dei combattenti salafiti libiciche, con il passare dei mesi, hanno preferito il messaggio e le risorse di Abu Bakr al-Baghdadi rispetto a quelle di al-Zawahiri.
 
Dunque, in questo senso, la dicotomia tra Ansar al-Sharia e il Califfato di Bayda rispecchia, a livello locale, il conflitto globale per la supremazia del terrore tra al-Qaeda e lo Stato Islamico.
Questo scontro, lungi dall’essere un’astratta contrapposizione ideologica, raccoglie al suo interno una vera e propria battaglia generazionale tra le vecchie organizzazioni e leadership jihadiste libiche, rappresentante da Ansar al-Sharia, e i nuovi e giovani miliziani, attratti dallo Stato Islamico.
Inoltre, per cercare di comprendere al meglio le ragioni all’origine della divisione e del conflitto all’interno del panorama jihadista libico non bisogna sottostimare la variabile clanica e localistica che caratterizza la società autoctona. Infatti Ansar al-Sharia, espressione dei jihadismo di Bengasi, ha cercato immediatamente di creare un’alleanza fortemente verticistica.
Al contrario, il Califfato di Bayda, imbottito di combattenti di Derna e Sirte, ha preferito costruire una struttura di potere e comando più orizzontale, caratterizzata da maggiore autonomia operativa e dal maggior rispetto delle agende locali dei singoli gruppi affiliati.
In questo modo, lo Stato Islamico ha cercato di conciliare il tradizionale tribalismo e campanilismo libico con la propria agenda politica e operativa.
 
Ansar al-Sharia, nata a Bengasi nel 2011 sull’onda lunga della rivoluzione anti-Gheddafi, è stata la prima organizzazione di matrice salafita ad affermarsi nella Libia post-rivoluzionaria.
Il suo grande successo è stato largamente dovuto alla capacità di assumere immediatamente i tratti di una formazione para-statale, offrendo alla popolazione di Bengasi assistenza sociale, lavoro, educazione, lavoro e giustizia.
In un momento in cui la Libia navigava a vista nell’anarchia più completa, Ansar al-Sharia era diventata garante dell’ordine e, per questo, aveva ottenuto il sostegno popolare.
Naturalmente, alla vocazione sociale si affiancavano le tradizionali e mature attività di proselitismo, militanza e propaganda, ben sintetizzate dall’esistenza di dipartimenti dedicati ai media e, soprattutto, dalla creazione di campi d’addestramento per la formazione di combattenti sia da impiegare in Libia sia da inviare in Siria e Iraq.
Tuttavia, con l’escalation della guerra civile e l’inizio di Operazione Dignità, Ansar al-Sharia, attaccata nella propria roccaforte di Bengasi, ha dovuto dedicare la grande maggioranza delle proprie risorse allo sforzo bellico a scapito delle attività sociali.
Alla diminuzione delle azioni umanitarie è corrisposto un vistoso calo del sostegno popolare. Inoltre, ai leader di Ansar al-Sharia, trai quali Abu Khalid al-Madani e Mohamed al-Zahawi (probabilmente morto nel novembre 2014) è stato imputato un eccessivo accentramento dei poteri e dirigismo.
 
Tali problematiche hanno contribuito allo sfaldamento del Consiglio dei Rivoluzionari di Bengasi (CRB), organizzazione ombrello che riuniva, oltre ad Ansar al-Sharia, i gruppi a chiara vocazione salafita come la milizia Scudo 1, la Brigata dei Martiri del 17 Febbraio, la Brigata Rafallah Sahati.
Ad oggi, questi non solo hanno perso influenza nelle loro tradizionali roccaforti (Bengasi e dintorni), ma hanno abbandonato qualsiasi velleità unitaria.
Infatti, invischiati nella lotta per la sopravvivenza, tali movimenti appaiono più concentrati sull’ottenimento del potere individuale che sulla realizzazione di una ampia agenda politica condivisa e coordinata.
Appare facile intuire come tale situazione renda molto frequenti reciproci scontri.
Se si volesse provare a tracciare la presenza territoriale di Ansar al-Sharia e dei suoi alleati nella regione costiera, ci si dovrebbe limitare a segnale i sobborghi di Bengasi in Cirenaica, l’area introno a Bani Walid e la cittadina di Tawergha in Tripolitania.
L’atomizzazione del fronte jihadista della prima ora ha colpito anche Derna, dove le milizie locali hanno gradualmente preso le distanze da Bengasi per agire in maniera autonoma.
Innanzitutto, occorre sottolineare come la città di Derna rappresenti il santuario dell’estremismo religioso libico.
Infatti, qui è nato, negli Anni ’90, il GICL.
 
Per la Libia odierna, Derna è stato palcoscenico sul quale si è affacciato il Califfato di Bayda e dove si sono manifestati i primi segnali del possibile avvicendamento al vertice della piramide jihadista nazionale. Infatti, nonostante la città costiera risulti contesa tra i miliziani dello Stato Islamico e quelli di Ansar al-Sharia, le dinamiche politiche emerse tra i due schieramenti hanno evidenziato come il Califfato possa attentare alla supremazia di quello che, fino ad oggi, è stato il principale gruppo terroristico libico.
Come accaduto per Bengasi, anche nel porto della Cirenaica i vecchi movimenti jihadisti si sono sfaldati ed hanno perso influenza e unità.
Ad oggi, del fronte terroristico attivo dal 2013, riunito sotto l’effige del Consiglio dei Mujaheddin di Derna, sopravvivono soltanto la sezione locale di Ansar al-Sharia (Ansar al-Sharia Derna), guidata da Abu Sufyan bin Qumu, ex autista di Bin Laden, veterano del jihad anti-sovietico in Afghanistan e precedentemente detenuto a Guantanamo, e la Brigata dei Martiri di Abu Salim, dal nome del carcere tripolitano nel quale Gheddafi faceva imprigionare i dissidenti.
Lo sfaldamento e la crisi dei movimenti jihadisti hanno permesso che Derna diventasse la culla per la nascita della sezione nazionale dello Stato Islamico.
Infatti, è qui che, nel novembre del 2014, alcuni miliziani locali hanno fondato il Califfato di Bayda.
 
La nascita dello Stato Islamico in Libia è avvenuta in maniera graduale, a partire dalla primavera del 2014, quando alcuni miliziani di Derna, detti il «Gruppo Battar», che avevano combattuto al fianco dello Stato Islamico in Siria e Iraq, sono tornati in patria e hanno costituito il «Consiglio della Shura della Gioventù Islamica» (CSGI).
Tale formazione, pur senza entrare a far parte né di Ansar al-Sharia né del CRB, ha inizialmente combattuto al loro fianco contro le milizie rivali e contro Operazione Dignità.
Nel settembre successivo, con l’arrivo dello yemenita Abu al-Baraa el-Azdi, che sarebbe divenuto il primo emiro del futuro Califfato, il CSGI ha prima intensificato la propria azione di proselitismo e propaganda nell’area di Derna, soprattutto nelle aree rurali attigue alla città, per poi combattere le altre formazioni jihadiste e diventare la forza egemone della regione.
Oltre alle ragioni organizzative, politiche e strutturali enunciate in precedenza, il successo del Califfato di Bayda è ascrivibile all’estrema fluidità e flessibilità della propria azione e della propria propaganda.
Infatti, sotto l’ombrello e il marchio dello Stato islamico, il Califfato è riuscito a raccogliere al proprio interno tutti quei combattenti salafiti non ancora inquadrati in una organizzazione o che non sopportavano la metodologia politica di Ansar al-Sharia e della rete di miliziani qaedisti.
 
Tale capacità, unita all’innegabile appeal che lo Stato Islamico e i suoi veterani libici esercitavano sui giovani combattenti, ha contribuito non solo all’afflusso di risorse umane e logistiche provenienti da altri movimenti e all’affermazione del Califfato quale prima organizzazione di Derna, ma anche all’estensione delle attività in parti del Paese dove Ansar al-Sharia non si era mai spinta, come Sirte.
In particolare, nella città natale del colonnello Gheddafi, il Califfato di Bayda è riuscito a cooptare le esigenze politiche di quei residui lealisti del vecchio regime che non si erano schierati con le forze di Haftar.
Questa dinamica appare del tutto simile a quella attuata dallo Stato Islamico in Iraq, dove il gruppo di al-Baghdadi è riuscito ad assorbire gli ex sostenitori di Saddam Hussein e del partito Baath ponendoli sotto l’ombrello ideologico del jihadismo.
Tuttavia, tra Iraq e Libia esiste una differenza sostanziale: mentre nel primo caso la migrazione dei baathisti nei movimenti salafiti ha manifestato una più genuina e spontanea inclinazione ideologica verso il messaggio e l’agenda fondamentalista, in diretta continuità con il baathismo iracheno del dopoguerra iraniano (Qadisiyya di Saddam), nel caso della Libia si è trattato di un matrimonio di interesse.
 
A permettere l’ingresso del Califfato di Bayda a Sirte è stata proprio questa comunione d’intenti tra l’islamismo estremista di Derna e gli interessi politici dei miliziani localiche, nel corso della guerra civile, si erano trovati schiacciati ed esclusi dalla dicotomia Tripoli-Tobruk e non erano riusciti a dialogare con le realtà di Bengasi.
Probabilmente, a fungere da mediatore e da cavallo di Troia dello Stato Islamico a Sirte potrebbe essere stato Wisam Ben Hamid, personalità ecclettica e pragmatica all’interno del panorama insurrezionale nazionale, bravo ad intrattenere rapporti con tutte le fazioni massimizzando il proprio potere personale. Hamid, leader della milizie Katiba al-Ahrar Libia e la Katiba Dir Libia, molto attive a Sirte e Kufra, ha anche ricoperto l’incarico, per alcuni mesi, del comandante locale della Forza Scudo.
Oggi, a distanza di 10 mesi dalla sua fondazione, il Califfato di Bayda ha raggiunto un livello di strutturazione ampio e complesso che include ben tre “province” (Wilayah) che fungono anche, in alcuni casi, da dipartimenti funzionali.
 
Dunque, il Wilayah Bayda è responsabile per le operazioni in Cirenaica, il Wilayah Tarabulus, attivo sotto copertura a Tripoli e dintorni, si occupa delle attività in Tripolitania, il Wilayah Fezzan ha la giurisdizione dell’immenso territorio desertico meridionale del Paese e si occupa delle operazioni più rischiose.
Secondo alcune ricostruzioni, sembrerebbe che proprio quest’ultimo dipartimento possa avere organizzato, assieme al Wilayah Tarabulus, l’attentato contro l’Hotel Corinthia di Tripoli nel gennaio del 2015.
Attualmente, il territorio controllato dal Califfato di Bayda include la città di Derna e il suo hinterland, la città di Sirte e la fascia costiera compresa tra i villaggi Wadi Zamzam e Nofaylia.
Il quadro delineato sinora permette di evidenziare come i fenomeni di matrice jihadista abbiano attecchito pienamente e maturamente nelle regioni costiere della Libia.
Si tratta di una evoluzione dello scenario geopolitico libico relativamente recente, soprattutto se si considera che, fino al 2013, i network jihadisti agivano nelle remote regioni meridionali e nella provincia del Fezzan.
La sedimentazione del jihadismo lungo la direttrice sud-nord è stata possibile grazie al perdurante conflitto tra milizie e fazioni e, soprattutto, grazie agli spazi che l’anarchia politica e sociale ha aperto ai miliziani salafiti.
 
Dunque, se fino al 2013 il Fezzan era il più grande centro d’addestramento terroristico a cielo aperto del Nord Africa, oggi le strutture delle organizzazioni estremiste islamiche operano tranquillamente a nord, in aree ben più sicure e logisticamente attrezzate.
La causa di questa migrazione è dovuta a un fattore di carattere contingente, ossia l’intervento francese in Mali nel 2012-2013.
Infatti, l’azione militare di Parigi aveva messo in fuga i jihadisti coinvolti nell’insurrezione tuareg, costringendoli a trasferirsi nel sud della Libia e far ripartire da qui le proprie attività.
Con il passare dei mesi e il rafforzamento dei contatti e del network tra miliziani salafiti del Fezzan e miliziani delle regioni costiere, i combattenti jihadisti si sono diretti a nord, in aree più ricche di risorse economiche e umane, capitalizzando le esperienze ed il know how acquisiti durante la guerra contro Bamako.
Con lo spostamento dei miliziani jihadisti a settentrione, le terre desertiche del Fezzan sono tornate ad essere il teatro degli scontri tra le due etnie rivali per il controllo delle rotte dei traffici illegali, i Tuareg e i Toubou.
 
Tale situazione di conflitto è addirittura precedente alla rivoluzione del 2011, quando le milizie tuareg sostenevano Gheddafi mentre quelle toubou combattevano contro di esso.
Quindi, a ben vedere, non è un caso che le milizie tuareg e quelle toubou combattano aspramente le une contro le altre in schieramenti opposti, soprattutto nella cittadina di Awbari, centro nevralgico per il passaggio dei flussi di droga, armi ed esseri umani.
Tuttavia, nonostante la dinamica del conflitto locale abbia ripreso la più classica logica etnica e abbandonato quella «ideologica», il Fezzan, in virtù del suo essere un territorio senza controllo e sostanzialmente ingovernabile, continua a restare il vero e proprio buco nero geopolitico del Paese, la fornace che alimenta le lottesulla fascia costiera, il crocevia del passaggio di armi, droga e uomini verso il nord.
La stessa forza delle organizzazioni jihadiste non può prescindere dai canali di rifornimento che passano attraverso il Fezzan.
 
Marco Di Liddo
(Ce.S.I.)
Continua

Condividi con: Post on Facebook Facebook
Twitter Twitter

Subscribe to comments feed Commenti (0 inviato)

totale: | visualizzati:

Invia il tuo commento comment

Inserisci il codice che vedi sull' immagine:

  • Invia ad un amico Invia ad un amico
  • print Versione stampabile
  • Plain text Versione solo testo

Pensieri, parole, arte

di Daniela Larentis

Parliamone

di Nadia Clementi

Musica e spettacoli

di Sandra Matuella

Psiche e dintorni

di Giuseppe Maiolo

Da una foto una storia

di Maurizio Panizza

Letteratura di genere

di Luciana Grillo

Scenari

di Daniele Bornancin

Dialetto e Tradizione

di Cornelio Galas

Orto e giardino

di Davide Brugna

Nella botte piccola...

di Gianni Pasolini

Campi da golf

di Francesco de Mozzi

Storia dell'Autonomia

di Mauro Marcantoni