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«Leggere la fantasia» – Di Giuseppe Maiolo, psicanalista

«La lettura e la narrazione delle fiabe a lieto fine nutrono la speranza e potenziano l’autostima»

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Si conclude la seconda edizione di «Libriamoci», iniziativa promossa dai ministeri della Scuola e della Cultura attraverso il Centro per il libro e la lettura che, aperta il 26 ottobre, vuole promuovere la lettura in classe, a voce alta, insieme.
Un'idea che va nella direzione di far crescere l'amore per il libro e la lettura, per la narrativa e i racconti che alimentano l'immaginazione e fanno riconoscere le emozioni.
E da piccoli le storie di cui hanno bisogno i bambini sono le fiabe o i racconti di magia che parlano alla fantasia.
 
Promuovere la lettura insieme allora vuol dire fare come un tempo quando le fiabe venivano raccontate non solo ai piccoli ma soprattutto ai grandi.
Servivano per trasmettere informazioni da una generazione all'altra, per consegnare ai giovani il sapere dei vecchi.
Ai bambini venivano utili per crescere e confrontarsi con le paure, per contenere il terrore e alimentare l'attesa e il desiderio.
Così le storie fantastiche hanno affascinato tutti e durante l' infanzia hanno affollato la nostra mente raccontandoci, come accade ancora oggi se le utilizziamo, i tormenti e gli ostacoli o le difficoltà di una vita.
Perché queste storie alla fine parlano degli sforzi e delle fatiche che si compiono nel corso di qualsiasi processo di crescita e di individuazione. Raccontarle o leggerle serve a trasmettere con la lingua dei sogni, ovvero la metafora, la possibilità che andare oltre i problemi e non farsi bloccare dagli impedimenti.
 
Le fiabe infatti hanno la stessa tessitura dei sogni e lo stesso obiettivo: far arrivare alla coscienza il mondo interno così ricco e complesso che ciascuno di noi custodisce dentro.
Come i sogni, che al risveglio devono essere raccontati, anch'esse vanno lette a voce alta o meglio ancora narrate perché le narrazioni, frutto della fantasia e dell'immaginazione, devono trovare uno spazio concreto di espressione e non possono restare dentro. Raccontarle vuol dire far loro prendere luce.
I bambini lo sanno. Sanno, senza che nessuno glielo abbia detto, che c’è bisogno di dare corpo ai pensieri più nascosti, alle emozioni più sottili, ai sentimenti più ingombranti e difficili da gestire, per poterli riconoscere e fissarli sulla pellicola della coscienza, ma poi anche per potersi liberare di quelli più pesanti o spaventosi.
 
Carl Gustav Jung rilevò che i sogni costituiscono l’espressione più autentica non solo dell’inconscio personale ma anche di quello collettivo.
Allo stesso modo dei sogni, le fiabe ci mostrano, ci avvertono, ci informano del tragitto che compie il protagonista e le tappe attraverso le quali deve passare l’eroe, con cui l’ascoltatore può identificarsi, per raggiungere la vittoria.
A differenza dei sogni, le «narrazioni magiche» sono però meno enigmatiche e più comprensibili perché più vicine alla coscienza anche se - come ripete Marie Luise von Franz - esse «sono l’espressione più pura e semplice dei processi psichici dell’inconscio collettivo».
 
Allora leggere storie di magia ai bambini, anche quelle che sembrano terrorizzare vuol dire consegnare loro la possibilità di riconoscere la sofferenza e il dolore così come la gioia della liberazione o l’entusiasmo della vittoria e il piacere della vita riconquistata.
Quello che negano assolutamente è la sconfitta totale e il fallimento finale dell’avventura.
Ma non perché non si possa perdere e fallire, quanto piuttosto per far prendere atto che le battaglie sono prove da superare dalle quali trarre forza e energia, fiducia in se stessi e negli altri.
La lettura e la narrazione delle fiabe del lieto fine, dunque, nutrono la speranza e potenziano l’autostima.
L'«happy end» tipico di ogni fiaba che si rispetti, è la meta di un percorso, il premio che giunge per essere stati capaci di credere e sperare. Ha la funzione di far vedere che c'è un'uscita dal labirinto e quindi dà fiducia e consolazione.
E questa consolazione, come dice Tolkien, non è né evasione né chimera. È reale energia che serve per affrontare l’esistenza e superare le incertezze e la precarietà.
 
Giuseppe Maiolo - giuseppe.maiolo@unibz.it - Precedenti
Psicoanalista di formazione junghiana, scrittore e giornalista, specialista in clinica dell’adolescente.

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