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Parlare di terrorismo ai figli – Di Giuseppe Maiolo, psicanalista

Spiegare ai bambini cos’è il terrorismo non solo si può, ma si deve fare

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Spiegare in questo momento ai bambini cos’è il terrorismo non solo si può, ma si deve fare.
Quando la paura e più ancora il terrore, circolano nella nostra mente, alimentati di continuo dalle immagini degli attentati e dalle notizie di possibili nuovi atti di terrore, abbiamo il dovere di tranquillizzare i nostri figli.
Non è una cosa facile perché già gli adulti vivono una terribile stagione di ansia che sta facendo vacillare le sicurezze collettive, e sta modificando in modo consistente i comportamenti di tutti e la fiducia della gente.
Ovunque domina l’idea che non siamo più sicuri da nessuna parte.
Nei bambini l’angoscia è un’esperienza ancora più paralizzante.
La loro lettura della realtà è fortemente condizionata dalle immagini a cui sono esposti, anzi sovraesposti.
 
Parlare invece e raccontare cosa sta succedendo, cos’è il terrorismo e chi sono i terroristi, diviene, necessario e urgente.
Nel senso che non si può attendere che il bambino si faccia una sua idea guardando le notizie alla TV o nei vari dispositivi attraverso cui giungono le notizie.
La prima cosa da fare laddove possibile, è quella di affiancare i più piccoli quando  scorrono le immagini del terrore.
Più sono piccini e più è necessario non lasciarli soli davanti alle devastazioni, al sangue dei feriti o agli attentatori in fuga che le varie cronache ripropongono all’infinito.
 
Se non possiamo evitarlo, abbiamo il dovere di compensare la potenza dell’immagine con parole rassicuranti e con le nostre possibili spiegazioni che li aiutino a trovare una sintesi e un senso agli accadimenti.
Parlare dell’Isis e della brutalità dei terroristi che vi appartengono, spiegare ai più grandicelli come mai il terrorismo sceglie con sempre maggiore frequenza il modo mediatico per far conoscere le sue imprese, può servire a far capire loro gli strumenti con cui questa organizzazione sta tenendo sotto scacco l’intero pianeta.
Parlarne apertamente con i minori significa non nascondere la realtà nell’illusione che meno essi sanno e più sono protetti. In genere sono le difese degli adulti che spingono verso la menzogna o la negazione dei fatti.
Essere chiari ed usare il linguaggio adatto perché un bambino comprenda, vuol dire aiutarlo gradualmente a confrontarsi anche con gli aspetti negativi di questo nostro modo di vivere e educarli a gestire la paura e l’allarme continuo.
 
Si dovrà parlarne con calma e con un tono della voce pacato e possibilmente rassicurante.
Si dovrà provare a spiegare a piccoli e grandi, chi sono i terroristi che compiono stragi per far capire loro che alcuni uomini sono sicuramente brutali e compiono il male, ma che non tutti sono allo stesso modo.
Questo li aiuterà a riconoscere la cattiveria umana di alcuni e non a costruirsi pregiudizi e atteggiamenti di intolleranza.
Il grosso capitolo però è e rimane la gestione delle emozioni.
Di solito messi di fronte alle immagini del terrore, le emozioni prevalgono e danno una sensazione di sopraffazione, come un sentimento acuto di incapacità a farcela.
I più piccoli inoltre assorbono in modo massiccio gli stati d’animo che si respirano nell’ambiente circostante.
Se in famiglia, vi è angoscia, i bambini saranno angosciati.
 
Rassicurarli più e più volte è fondamentale. Tranquillizzarli con un surplus di attenzioni e di coccole è necessario.
E poi farli parlare, sospingerli a esprimere sia con parole che con disegni ciò che provano e sentono dentro in certi momenti o al risveglio, serve per promuovere benessere.
Raccogliere i loro interrogativi vuol dire cercare di far emergere le paure e i sentimenti sottostanti difficili e paralizzanti.
Vuol dire soprattutto aiutarli a dare un nome alle emozioni, raccontarle ed esprimerle.
Perché dobbiamo tornare a chiamare le emozioni con il proprio nome e smetterla di usare le faccine  per dire che cosa si prova.
C’è una proliferazione assurda e fuori luogo di emoticon che allaga la nostra comunicazione sincopata degli SMS e non solo, e che gli adulti per primi dovrebbero contenere al minimo per ridare spazio al significato autentico delle emozioni se si vuole per davvero consentire ai bambini di esprimere quello che si prova dentro ma anche educarli a governare i sentimenti.
 
Giuseppe Maiolo
www.officina-benessere.it

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