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L'Autonomia e le ACLI inascoltate – Di Maurizio D. Bornancin

Cos'è accaduto in queste ultime giornate in merito all'iniziativa popolare sulle Acli? Nulla, assolutamente nulla

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Il Trentino è spesso considerato laboratorio sperimentale di nuove politiche per la gestione delle Istituzioni ed anche per l'elaborazione di nuove leggi, di particolari regolamenti di attuazione del patrimonio legislativo e amministrativo provinciale e regionale.
Da qualche tempo uno dei temi che ha interessato, sia il livello politico nazionale, sia quello regionale e provinciale, riguarda la riduzione dell'indennità dei consiglieri e di conseguenza i vitalizi degli ex consiglieri.
Le ACLI Trentine, per perseguire questa esigenza sociale in un momento di congiuntura economica difficile, dove la classe politica chiede spesso sacrifici ai pensionati, ai lavoratori e alle famiglie, hanno organizzato una raccolta di firme per giungere a una proposta di legge popolare di riforma, nella convinzione che anche i politici locali debbano fare responsabilmente la loro parte, in una situazione di estrema fragilità e confusione come quella attuale.
 
Si pensi solo ai pensionati, agli anziani con redditi spesso bassi, ai giovani in cerca di prima occupazione, laureati e/o diplomati, costretti a fare lavori saltuari e di bassa scolarizzazione, oppure ai disoccupati, agli uomini e donne in cassa integrazione o inseriti nelle liste di mobilità e rapportiamo i loro introiti a quelli dei consiglieri provinciali e regionali della nostra autonomia speciale.
Se onestamente approfondiamo quest’argomento, si sprigionano nei cittadini pensieri di tanta rabbia, molta delusione, sconcerto e sempre più scarso interesse per la politica in genere e di conseguenza per le istituzioni, sia pure in una comunità come quella trentina che ha issato negli anni la bandiera di un popolo attento e moderato.
 
Lo scopo dell’iniziativa delle ACLI si basa sulla razionalizzazione e contenimento della spesa pubblica, mediante interventi di riduzione delle indennità e delle spese previdenziali dei consiglieri, un insieme di misure razionali, non demagogiche o populiste, una sorta di esempio di sobrietà, un ritorno alla politica, una nuova visione, un invertire la rotta nel solco della «buona amministrazione».
La proposta di questa importante organizzazione sociale prevede di convogliare gli importi risparmiati dal bilancio, in un apposito Fondo, per il sostegno alle famiglie in difficoltà, a favore della nuova occupazione e per le persone più deboli e sofferenti, nel rispetto delle leggi in vigore.
 
Ma cos'è accaduto in queste ultime giornate in merito all' iniziativa aclista?
Nulla, sia in commissione che in Consiglio Regionale i consiglieri della maggioranza e della minoranza hanno, di fatto, bocciato la proposta di legge a iniziativa popolare, lasciando tutto come prima e non tagliandosi così l'indennità e i vitalizi.
Una generale indisponibilità del Consiglio Regionale a votare la riforma proposta dai cittadini.
I consiglieri hanno deciso di non discutere il disegno di legge in questione, con 10 voti a favore, 4 astenuti e 40 contrari; bocciando tutto il testo della proposta di legge, non entrando nel merito e non discutendo nemmeno su eventuali modifiche o integrazioni, pur condividendo la problematica in sé.
 
Ecco un nuovo esempio di «politica debole» e ad interesse personalistico, di una politica che allarga maggiormente lo spazio tra i cittadini e le istituzioni e che rinfoltirà, alla prima occasione delle scadenze elettorali, il numero dei «non votanti».
È vero che la Legge Regionale del Luglio 2014 ha introdotto in questo campo, una tra le prime al livello nazionale, con spirito di responsabilità e sensibilità dei legislatori, degli accorgimenti volti a una percentuale di riduzione delle indennità e dei vitalizi, ribassando gli importi.
È vero anche che è stato attivato un fondo con i risparmi dei vitalizi degli ex consiglieri, e che si è avviato l'utilizzo per l'occupazione e per il sociale.
Allo stato attuale però, le somme percepite dai consiglieri,nonostante le riduzioni già in parte applicate, rappresentano cifre superiori a normali stipendi o a retribuzioni di dirigenti di medie imprese dei vari settori dell'economia trentina.
 
Uno sforzo di riduzione, questo, che rimane comunque in qualche modo sopra la media degli stipendi del settore privato e in parte di alcuni settori del pubblico.
Bocciare una proposta di legge, supportata da 10.000 firme, in un momento dove da più parti s’invocano sacrifici, dove si tentano vie nuove di riorganizzazione delle strutture produttive, di accorpamento dei servizi, di riorganizzazioni aziendali, dove si pone maggior attenzione alle spese, non può essere considerato un buon esempio, un governare bene l'Autonomia.
Non si tratta di fare i conti in tasca a nessuno, ma di interpretare le attese dei cittadini, i desideri di chi crede ancora che possa essere tutto migliorato per la crescita di una comunità che oggi si presenta giorno dopo giorno sempre più stanca e sfiduciata, che non trova un orizzonte, che non ha punti di riferimento, che rimane confusa e sbalordita.
 
Quel senso innato di autogoverno della comunità trentina, quello storico esempio del fare buona politica, in quest’occasione è completamente mancato, ma è fallito anche quel naturale metodo di perseguire un approfondimento, uno studio, un confronto e una discussione tra le due parti (maggioranza e opposizione).
Ecco perché non si può continuare ad aspettare momenti migliori e più idonei alle riforme strutturali del sistema politico anche dell'Autonomia, ma bisogna invertire la rotta e sollecitare nuove proposte, lanciare nuove idee, avere una visione politica vera, che parli non solo degli aspetti finanziari, ma faccia intravedere almeno una parvenza di futuro di questa terra e che faccia sperare l'intera comunità trentina.
 
Se invece tutto rimane fermo, ci si troverà sempre davanti ad una «introvabile governabilità».
 
Daniele Maurizio Bornancin

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