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Il 10 agosto di 150 anni fa veniva ucciso il papà di Giovanni Pascoli

Il delitto distrusse la famiglia del poeta, che portò per tutta la vita la sofferenza di quella tragedia e scrisse due famosissime poesie: «X Agosto» e «Cavallina Storna»

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La sera del 10 agosto 1867, festa di San Lorenzo, il padre del poeta, Ruggero Pascoli, fu ucciso con una fucilata mentre tornava a casa dal mercato in un biroccio. Portava in dono due bambole per le sue bambine.
Giovanni Pascoli, nato a San Mauro di Romagna il 31 dicembre 1855 e morto a Bologna il 6 aprile 1912, è stato un poeta e accademico italiano, figura emblematica della letteratura italiana di fine Ottocento.
Giovanni Pascoli, nonostante la sua formazione eminentemente positivistica, è insieme a Gabriele D'Annunzio il maggior poeta decadente italiano.
Nella poesia X Agosto, che pubblichiamo di seguito, non solo piange la perdita del padre quando lui aveva solo 17 anni, ma si pone il problema del «mistero del Male».
 
Ruggero Pascoli era amministratore della tenuta «La Torre» dei principi Torlonia e fu assassinato, ufficialmente da ignoti, nel 1867.
L'omicidio fu opera probabilmente di criminali ed estremisti politici, assoldati da un rivale di lavoro, malavitoso del luogo.
La tragica vicenda di Ruggero e della sua famiglia influì pesantemente sulla psicologia del futuro poeta Giovanni.
La sera in cui venne assassinato, Ruggero stava tornando a casa da Cesena quando, all'altezza di San Giovanni in Compito, presso Savignano, venne ucciso con una fucilata sparata da due sicari ignoti, appostati lungo la strada; morì sul colpo e il carretto, con la spaventata cavalla, proseguì ancora da solo per un tratto, trasportando il corpo di Ruggero.
La Romagna era allora una terra difficile e in alcune zone imperversava il brigantaggio.
Nei pressi si trovavano poche altre persone, che testimoniarono senza giungere a niente di importante. 

La maggioranza dei concittadini pensava che l'uomo, in qualità di agente e amministratore della tenuta dei principi Torlonia, avesse ostacolato, nel suo lavoro, qualche potente malavitoso della zona, forse un contrabbandiere.
Unica testimone del delitto fu, come ricorda Giovanni Pascoli nella omonima poesia, la sua amata «cavallina storna», la celebre giumenta dal mantello scuro disseminato di macchie bianche come la livrea di uno storno, che dà il titolo alla poesia.
Comunque sia, la famiglia di Ruggero fu costretta ad abbandonare la Torre per la casa materna di San Mauro, che venderanno qualche anno dopo, per difficoltà economiche e morali. 

I Torlonia revocarono anche la sovvenzione alla famiglia del loro agente caduto sul lavoro.
Dal 1867 al 1871 si consumò definitivamente la tragedia dei Pascoli. Caterina sopravvisse solo per pochi mesi dopo la morte del marito, morendo nel 1868, in pratica lasciandosi andare, colpita da un attacco cardiaco; poco più tardi morirono di malattia i figli Margherita (di tifo nel 1868) e Luigi (di meningite nel 1871).
Giacomo morirà nel 1876, a Bologna, e i superstiti vivranno faticosamente.
La giovane moglie di Giacomo pretese inoltre parte della scarna eredità e mandò in rovina completamente la famiglia.
Giovanni si fece carico, dopo una gioventù tumultuosa in cui finì anche in carcere per motivi politici, della famiglia con il proprio stipendio di insegnante e i guadagni delle sue opere letterarie.
 
Ci pare opportuno a questo punto riportare di seguito le due poesie più famose legate a quel delitto che segnò per sempre la famiglia Pascoli: «X Agosto» e «Cavallina Storna»
 
 
 
 10 AGOSTO 

San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l'aria tranquilla
arde e cade, perché si gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.
 
Ritornava una rondine al tetto:
l'uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de' suoi rondinini.
 
Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell'ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.
 
Anche un uomo tornava al suo nido:
l'uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono...
 
Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.
 
E tu, Cielo, dall'alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh!, d'un pianto di stelle lo innondi
quest'atomo opaco del Male!
San Lorenzo, io lo so perché un così gran numero
di stelle nell’aria serena
s’incendia e cade, perché un così gran pianto
risplende nel cielo.
 
Una rondine ritornava al suo nido:
l’uccisero: cadde tra rovi spinosi:
ella aveva un insetto nel becco:
la cena per i suoi rondinini.
 
Ora è là, morta, come se fosse in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e i suoi rondinini sono nell’ombra, che attendono,
e pigolano sempre più piano.
 
Anche un uomo tornava alla sua casa:
lo uccisero: disse: Perdono;
e nei suoi occhi sbarrati restò un grido:
portava con sé due bambole per le figlie...
 
Ora là, nella solitaria casa,
lo aspettano, aspettano invano:
egli, immobile, stupefatto mostra
le bambole al cielo lontano.
 
E tu cielo, dall’alto dei mondi
sereni, che sei infinito, immortale
inondi con un pianto di stelle
quest’atomo opaco del male!


 
  La Cavallina Storna  

Nella Torre il silenzio era già alto.
Sussurravano i pioppi del Rio Salto.
 
I cavalli normanni alle lor poste
frangean la biada con rumor di croste.
 
5 Là in fondo la cavalla era, selvaggia,
nata tra i pini su la salsa spiaggia;
 
che nelle froge avea del mar gli spruzzi
ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi.
 
Con su la greppia un gomito, da essa
10 era mia madre; e le dicea sommessa:
 
“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
 
tu capivi il suo cenno ed il suo detto!
Egli ha lasciato un figlio giovinetto;
 
15 il primo d’otto tra miei figli e figlie;
e la sua mano non toccò mai briglie.
 
Tu che ti senti ai fianchi l’uragano,
tu dài retta alla sua piccola mano.
 
Tu ch’hai nel cuore la marina brulla,
20 tu dài retta alla sua voce fanciulla”.
 
La cavalla volgea la scarna testa
verso mia madre, che dicea più mesta:
 
“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
 
25 lo so, lo so, che tu l’amavi forte!
Con lui c’eri tu sola e la sua morte.
 
O nata in selve tra l’ondate e il vento,
tu tenesti nel cuore il tuo spavento;
 
sentendo lasso nella bocca il morso,
30 nel cuor veloce tu premesti il corso:
 
adagio seguitasti la tua via,
perché facesse in pace l’agonia...”
 
La scarna lunga testa era daccanto
al dolce viso di mia madre in pianto.
 
35 “O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
 
oh! due parole egli dové pur dire!
E tu capisci, ma non sai ridire.
 
Tu con le briglie sciolte tra le zampe,
40 con dentro gli occhi il fuoco delle vampe,
 
con negli orecchi l’eco degli scoppi,
seguitasti la via tra gli alti pioppi:
 
lo riportavi tra il morir del sole,
perché udissimo noi le sue parole”.
 
45 Stava attenta la lunga testa fiera.
Mia madre l’abbracciò su la criniera
“O cavallina, cavallina storna,
portavi a casa sua chi non ritorna!
 
a me, chi non ritornerà più mai!
50 Tu fosti buona... Ma parlar non sai!
 
Tu non sai, poverina; altri non osa.
Oh! ma tu devi dirmi una una cosa!

Tu l’hai veduto l’uomo che l’uccise:
esso t’è qui nelle pupille fise.

55 Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome.
E tu fa cenno. Dio t’insegni, come”.

Ora, i cavalli non frangean la biada:
dormian sognando il bianco della strada.

La paglia non battean con l’unghie vuote:
60 dormian sognando il rullo delle ruote.

Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:
disse un nome... Sonò alto un nitrito.
Verso la torre il silenzio era già alto.

I pioppi del rio salto sussurravano
i cavalli francesi al loro posto mangiavano
la biada fragorosamente
là in fondo c'era la cavalla selvaggia, nata tra i pini sulla spiaggia salata
che nelle narici aveva ancora gli spruzzi del mare e nelle orecchie glistrilli forti.

Di fianco alla groppa aveva mia madre che la guidava:oh cavallina cavallina grigia che hai riportato colui che non ritorna tu capivi i suoi cenni e le sue parole.  

Egli ha lasciato un giovane figlio,il primo ad aver studiato tra i miei figli e le mie figlie, e la sua mano non ha mai toccato le briglie.

Tu che hai fianchi ricevi il comando
dai retta alla sua piccola mano.

Tu hai nel cuore la terra del mare
tu dai retta alla sua voce giovane.

La cavalla girava la testa scarna verso mia madre che diceva più triste oh cavallina cavallina grigia che hai riportato colui che nn ritorna,lo so lo so che tu lo amavi tanto. 

Con lui c'eravate tu e la sua morte
oh tu nata nei boschi tra le onde ed il vento
tu hai tenuto nel cuore il tuo spavento avendo il morso nella bocca.nel cuore veloce tu hai rallentato la corsa,hai seguitato a camminare adagio affinchè agonizzassse in pace.

La sua scarna lunga testa era vicina al volto in lacrime di mia madre.

Oh cavallina cavallina grigia che hai riportato colui che non ritorna
oh, deve aver pur detto qualcosa!

E tu le hai capite ma non le sai ripetere.
tu con le briglie sciolte tra le zampe
con dentro gli occhi le fiamme del fuoco
con nelle orecchio l'eco degli spari
hai continuato a camminare tra gli alti pioppi:
lo hai riportato a casa al tramonto
perché riuscissimo ad udire le sue parole.

Stava attenta con la sua lunga testa fiera.
Mia madre l'abbracciò sulla criniera.

Oh cavallina cavallina storna che hai riporato a casa colui che non ritorna,hai riportato a me colui che non ritornerà mai più.
Tu sei stata buona ma non sai parlare.

Tu non lo sai fare poverina e gòli altri nn osano farlo.
oh ma tu devi dirmi una cosa
tu l'hai veduto l'uomo che lo ha ucciso.la sua immagine ce l'hai ancora fissa negli occhi.

Chi è stato?
Chi è, ti voglio dire un nome.e tu fammmi cenno.
Dio ti insegni come fare.

Ora i cavalli non masticavano la biada
dormivano sognando la strada bianca
non battevano la paglia con le zampe senza zoccoli
dormivano sognando il rullo delle ruote dei carri.

Mia madre alzò nel gran silenzio un dito
mia madre disse un nome e risuonò un nitrito....

 

 
 







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