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«L’arte che indaga il mistero della vita» – Di Daniela Larentis

«Realismo Magico: l’incanto nella pittura italiana degli anni Venti e Trenta», la mostra del MART curata da Gabriella Belli e Valerio Terraroli aperta fino ad aprile 2018

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Ubaldo Oppi, Ritratto della moglie sullo sfondo di Venezia, 1921 (particolare).
 
«Realismo Magico. L’incanto nella pittura italiana degli anni Venti e Trenta» è il titolo della splendida mostra curata da Gabriella Belli e Valerio Terraroli, inaugurata al MART domenica 3 dicembre2017: sarà visitabile fino al 2 aprile 2018.
Gli orari di apertura sono i seguenti: martedì - domenica 10 – 18 (apertura gratuita prima domenica del mese); venerdì 10 – 21; lunedì chiuso).
Il Direttore del Mart Gianfranco Maraniello nel suo intervento introduttivo si dichiara «orgoglioso di questa esposizione», ricordandoci che si tratta della prima tappa di un progetto espositivo che nel 2018 approderà all’Ateneum Art Museum di Helsinki e al Folkwang Museum di Essen.
 

Presentazione della mostra.
 
Realismo magico «è l’arte che indaga il mistero della vita», così lo ha definito Gabriella Belli innanzi a un folto ed entusiasta pubblico.
La definizione “Realismo Magico”, utilizzata nel 1925 dal critico Franz Roh in un celebre saggio dedicato alla pittura contemporanea, come è stato evidenziato è essa stessa un ossimoro che dà immediatamente conto dell’animo indefinibile e inquieto degli artisti che ne fecero parte.
La realtà è il punto di partenza di una metamorfosi ideale che passa attraverso l’immaginazione e la meraviglia, che non si limita alla mera rappresentazione, ma esprime stati d’animo.
Lo stupore, la tensione, l’attesa che esistono nell’invisibile mondo delle sensazioni trasfigurano e permeano gli oggetti, le forme, le persone.
L’esposizione prosegue l’esplorazione avviata fin dall’estate 2016 con «I pittori della luce. Dal Divisionismo al Futurismo» a cui è seguita la grande antologica dedicata a Umberto Boccioni nel centenario della nascita.
 

Cagnaccio di San Pietro, Zoologia, 1928.
 
Le settanta opere esposte, provenienti da prestigiose collezioni pubbliche e private, sono realizzate da diversi artisti tra i quali spiccano Cagnaccio di San Pietro, Antonio Donghi, Felice Casorati, Ubaldo Oppi, Achille Funi e Carlo Levi.
Accanto agli interpreti più noti operano alcuni artisti attivi nelle realtà più locali dell’arte veneziana, triestina, torinese e romana, a conferma della trasversalità di temi e stili su cui converge l’esperienza pittorica italiana di quei decenni.
Tra questi Mario e Edita Broglio, Leonor Fini, Arturo Nathan, Carlo Sbisà, Gregorio Sciltian, Carlo Socrate e Cesare Sofianopulo.
Il percorso espositivo esamina le novità interpretative che il Realismo Magico mette in campo rispetto ad alcuni generi della tradizione pittorica.
È questo, infatti, il primo progetto realizzato dopo l’importante antologica curata da Maurizio Fagiolo dell’Arco, tenutasi tra il 1988 e il 1989 alla Galleria dello Scudo di Verona.
 

Gregorio Sciltian, Natura morta (Omaggio a Roberto Longhi), 1940.
 
Ora, entrano in mostra anche artisti Metafasici o appartenenti a Novecento, pittori che, in un dato contesto nazionale e storico, operarono un processo di sublimazione della realtà.
A impreziosire l’esposizione un esaustivo catalogo che spiega le origini, ragioni e sviluppi di questa stagione della pittura italiana.
Come viene sottolineato da Valerio Terraroli, i realisti magici italiani «non si presentano alle Biennali veneziane e in esposizioni collettive come gruppo organizzato, come falange compatta, secondo le modalità del Novecento, ma tendono a compiere percorsi individuali che a tratti si incrociano , anche creando reti di relazioni, mantenendosi, in sostanza, su un piano di scelte personali che o caratterizzano una parte del loro percorso creativo, e sono i casi di Carlo Carrà, Ubaldo Oppi e Achille Funi, i quali entrano ben presto nel climax novecentista, o che, al contrario, innervano la loro intera produzione, come nel caso di Antonio Donghi, Cagnaccio di San Pietro, e, per molti aspetti, dello stesso Casorati».
 

Gino Severini, La famiglia del povero Pulcinella, 1923.
Felice Casorati, Cynthia, 1924-1925.
 
Due parole su quest’ultimo pittore, tratte dalla prestigiosa pubblicazione che accompagna la mostra.
Egli nasce a Novara nel 1883 ma trascorre l’infanzia e la giovinezza cambiando spesso città, seguendo il padre, ufficiale dell’esercito. Appassionato di musica, si dedica alla pittura, frequentando a Padova lo studio del pittore Giovanni Vianello.
Si laurea in Giurisprudenza per compiacere il padre e l’anno successivo un suo dipinto, «Ritratto della sorella Elvira», viene accettato dalla Biennale di Venezia. Poi si trasferisce a Napoli dove dipinge un altro noto quadro, «Le vecchie», un dipinto esposto alla Biennale del 1909 e comprato dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Si trasferisce successivamente a Verona, città in cui stringe amicizie e in cui nel 1914 fonda con altri pittori la rivista «La Via Lattea».
 

Felice Casorati, Gli scolari, 1927-1928.
 
Prima di essere richiamato alle armi, nel 1915, ottiene una mostra individuale alla Secessione romana. La morte del padre e la drammatica esperienza della guerra sono vicende che lo segnano profondamente, si trasferisce poi a Torino dove in breve tempo diventa protagonista della scena culturale cittadina.
Espone alla Biennale del 1924 in una sala personale, presentata in catalogo da Venturi, intraprende inoltre un’attività di scenografo, collaborando in particolar modo con il Teatro Civico di Torino. Agli inizi degli anni Quaranta ottiene la cattedra di Pittura all’Accademia Albertina, continuando a dedicarsi alla pittura e ricevendo importanti riconoscimenti. Muore nel 1963 a Torino.
 

Antornio Donghi, Battesimo, 1930.
 
Afferma Gabriella Belli, riferendosi a Casorati: «Il tributo che Casorati offre al Realismo Magico è altissimo, un ciclo di opere di tale dichiarata bellezza e intensità da scomporre le carte in gioco nella partita dell’arte del tempo.
Si muove su più registri questo grande maestro di stile, ora spingendosi verso un’intonazione quasi monocroma che distilla solitudine e mistero, ora pronto a raffinate incursioni nella Storia, attento alla lezione dei grandi che relabora in nuove epifanie, come nella stupenda tela di “Silvana Cenni”, che dipinge nel 1922, una sacra conversazione moderna, sicuro ricordo di Piero, che ci illumina sul potere della geometria come misura di bellezza e “di ogni profonda malinconia”, come metterà in evidenza Maurizio Fagiolo dell’Arco citando de Chirico nella scheda dell’opera, pubblicata nel suo ineguagliabile contributo agli studi sul Realismo Magico del 1988».
 

 
Tuttavia, il Realismo magico è pure, come rimarca la Belli, «invenzione di un linguaggio capace di resistere adamantino alle sollecitazioni che in quel torno di tempo si mescolano in Europa alla nuova stagione politica: “le ambizioni di Margherita Sarfatti”, il suo sogno di un’arte nazionale e la retorica di temi spesso ben noti agli artisti del Novecento e funzionali alla fede del regime, la deriva verso un classicismo di maniera, bolso e paesano, e, per i pittori tedeschi più vicini alle posizioni italiane, Carlo Mense, Georg Schrimpf, Alexander Kanoldt, la fuga dagli spettri di Weimar, povertà, corruzione, degrado morale».
Il Realismo magico non fu, quindi, un movimento, non ebbe un Manifesto, fu piuttosto una corrente che attraversò l’Europa dopo la fine della Prima guerra mondiale, capace di esprimere uno stato d’animo, una dimensione dell’anima.

Daniela Larentis – d.larentis@ladigetto.it

Ubaldo Oppi, Le due amiche, 1924.

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