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«Maschere e mascherine nell'arte trentina» – Di Daniela Larentis

La mostra, a cura di Massimo Parolini in collaborazione con lo Studio Rensi di via Marchetti, è ancora visitabile a Trento

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«Maschere e mascherine nell'arte trentina» è il titolo della mostra ospitata dallo Studio Rensi di via Marchetti a Trento, inaugurata lo scorso 2 febbraio alla presenza delle autorità, innanzi a un folto ed attento pubblico.
Curata da Massimo Parolini, in collaborazione con Claudio Rensi e il figlio Matteo, è visitabile a Trento nei seguenti orari di apertura: 9-12|15-19.
«La mostra rappresenta, senza alcuna pretesa di completezza, una panoramica sull’interesse dimostrato da alcuni significativi artisti trentini del Novecento nella raffigurazione della Maschera, nelle sue varie accezioni allegoriche, rituali, teatrali, carnevalesche», sottolinea il curatore, che aggiunge: «Dopo I segni del sacro, Paesaggi nell’arte trentina, Carlo e Gios Bernardi, Il realismo magico di Gino Castelli, questa esposizione aggiunge un ulteriore tassello nell’attenzione dimostrata dallo studio fotografico di porsi come luogo d'incontro tra la ricerca pittorica, fotografica e plastica nella città di Trento, in dialogo con le mostre curate dalle gallerie e dai musei d'arte pubblici nel nostro territorio provinciale».
 
Dodici gli artisti coinvolti, una trentina di opere prestate da collezionisti privati (in alcuni casi familiari o dagli stessi artisti viventi): da Guido Polo a Gino Castelli, da Carlo Bonacina a Mariano Fracalossi, da Michelangelo Perghem-Gelmi a Pietro Verdini, da Marco Berlanda a Lome a Paolo Tartarotti, ai fotografi Rensi.
Nello studio sono ospitate per l’occasione maschere fassane del Carnevale ladino realizzate dagli studenti del Liceo artistico Vittoria di Trento della sezione Design del Legno e arredamento guidati dal prof. Gianluca Pasquali; la Maschera da Krampus è invece realizzata dal giovane scultore Luca Pojer e rappresenta un diavolo travestito che accompagna, durante le feste natalizie, la figura di San Nicola da Bari nella tradizionale sfilata, essendo suo servo in quanto demone da lui sconfitto, come ricorda il curatore, aggiungendo che si tratta di una tradizione portata avanti da oltre cinque secoli nell’arco alpino, nell’area germanica e nei Balcani.
 

 
Spiega Parolini nel suo intervento critico, ricordando al pubblico presente in sala come la maschera sia stata utilizzata fin dalla preistoria per rituali religiosi.
«Nell’arte trentina non troviamo fino al Novecento una particolare attenzione al tema iconografico della maschera eccetto per la fortuna dei mascheroni barocchi in vari palazzi nobiliari a Trento (primo fra tutti per pregio di decorazione architettonica Palazzo Trautmannsdorf di Via Suffragio-Piazza Sanzio), ma anche in via della Terra o in via Tartarotti a Rovereto o ad Ala; un fiorire legato al ritrovamento a fine Quattrocento nella Domus Aurea di ibridi antropo-zoomorfi (le grottesche) che affascineranno artisti e committenti già lungo il Rinascimento, come negli stucchi dei pennacchi nella Camera del Camin nero, cornice degli affreschi di Dosso Dossi, nel Castello del Buonconsiglio»
 
Aggiunge, poi: «Nella pittura trentina bisogna attendere il Novecento perché il tema, attingendo spesso alle influenze europee, incontri l’interesse di artisti e committenti: Fortunato Depero (1892-1960), condividendo le teorie del Teatro Plastico di Gilbert Clavel, realizza i famosi Balli Plastici e il suo Teatro Magico giungendo alla propria teorizzazione dell’Automa nel manifesto Lo splendore geometrico e meccanico.
«In tale direzione la Maschera, con la quale l’uomo –nel suo significato rituale- diventa altro da sé o -nel suo significato ludico carnevalesco o teatrale- finge, nel divertimento, di assumere tale diversa identità, viene superata da macchine androidi automatiche che simulano –nel proprio aspetto e in alcune azioni- l’identità umana.
«Ma Depero dipinse anche Mascheroni, come quelli nella sala che prende il suo nome nel Palazzo della Provincia Autonoma di Trento in Piazza Dante (allora sede del Consiglio Provinciale) raffiguranti l’allegoria delle risorse idroelettriche.»
 

 
Guido Polo (1898- 1988) ha rappresentato in molte sue opere la figura del clown, dei pagliacci, di Pierrot.
«L’espressionismo austriaco, tedesco e nordico, da Schiele a Kokoschka, da Nolde a Munch diventa in lui un punto di riferimento nello scavo dell’animo umano, riducendo il volto ad una sorta di maschera mesta, privata di ogni speranza e di ogni sorriso vitale, – illustra Parolini, che prosegue. – A quei Pierrot e, più in generale, all’ascendenza del belga James Ensor, si rifà Gino Castelli (1929) nella sua vasta produzione di maschere e mascherine: spesso proprio ai piedi del Crocifisso, le quali, come nell’ensoriano dipinto Masks confronting death si confrontano con la Morte, rappresentata come uno scheletro, allegorie di un’umanità col ghigno, che riappende quotidianamente il proprio Dio al palo, senza pietà, continuando a divertirsi, grottescamente, ai piedi del Povero Cristo, immagine del pittore, deriso, ignorato, sbeffeggiato, da un’umanità affarista, cinica, fatta di mercanti d’arte, approfittatori, meretrici, politici interessati, critici mercenari di cui si sente vittima predestinata: in una parola: la trama dei reprobi, che si consuma tra miriadi di figure mascherate o di maschere direttamente appese alla croce.
«E il pittore, oltre che Povero Cristo si raffigura spesso come Pierrot poreto, condividendo la figura con Polo, Watteau e tanti altri.»
 
Continua Parolini, rivolgendosi ai presenti: «Fra gli artisti trentini che hanno frequentato la raffigurazione della maschera troviamo Remo Wolf (1912-2009) attento, anche nel personalissimo segno xilografico, alla dimensione del grottesco, ma allo stesso tempo pittore di diversi oli a tema carnevalesco, clown o maschere neutre, allegorie di stati d’animo.
«Con lui Mariano Fracalossi (1923-2004) che ha dedicato molte opere –sia pittoriche che incisorie- della sua raffinata e originale produzione alla raffigurazione dei teatrini, del mondo dei burattini e dei burattinai, regalandoci l’immagine di un Arlecchino stanco, poltrone, non intento alla sua irrefrenabile attività di saltimbanco ginnico.»
 

 
«In Perghem Gelmi ( 1911- 1992), ingegnere e pittore originale, legato al figurativo, primariamente, di stampo surrealista ed iperrealista, la maschera (come talora nel suo maestro Guido Polo o in Giuseppe Migneco o nel bellissimo quadro Maschere di Casorati di recente esposto al Mart di Rovereto) rientra, come inquieta presenza, nella possibilità di comunicare stati d’animo degli oggetti all’interno delle nature morte. Possibilità che ritroviamo anche in Carlo Bonacina (1905-2001), pittore e incisore versatile e prolifico, presente in esposizione con una suggestiva natura morta con maschere.»
 
Cita poi il vulcanico Pietro Verdini (1936), pittore toscano della Garfagnana, di adozione perginese da ormai 50 anni, «che esprime nei suoi volti ieratici un eco delle maschere romaniche e assiro babilonesi (di cui si sente discendente)».
Ricorda, poi, la pittura di Marco Berlanda (1932), sottolineando come si ispiri a sentimenti elementari, pulsionali; «un naïfs di spessore, tra Rousseau il Doganiere e Pietro Ghizzardi, con un pizzico di Soutine. Nei ritratti – aggiunge – i volti sono spesso grotteschi, deformati, maschere d’espressione inquieta, in mostra troviamo invece maschere femminili carnevalizie, tema caro al pittore, molto legato al Carnevale di Venezia».
 

 
Lome, all’anagrafe Lorenzo Menguzzato (1967), noto pittore e scultore trentino, ha fondato il Bosco dei Poeti ed è vincitore di importanti premi, ideatore di Libri/Oggetto (con Luigi Serravalli e Alda Merini) e reduce dal recente «Dangelomelodies, un libro, un tour, una mostra» assieme al famoso artista milanese Sergio Dangelo.
Da sempre attratto dalla rappresentazione del volto umano, sottolinea Parolini, «in una propria personale rivisitazione della sintesi deformante realizzata da Picasso e da Mirò: teste e visi che spesso si fanno maschere fantastiche, rituali o pierrottiane, abbozzate con gestualità fresca e rapida, su tele o fogli, su arazzi e stoffe, talora contornate da frasi poetiche».
In mostra una grande tela di volti anonimi e alcune sculture di varie dimensioni (sua l’opera ritratta nel sottotitolo).
 
A proposito di Paolo Tartarotti (1958), racconta Parolini.
«È un pittore affascinato dal forte espressionismo coloristico della pittura di impegno sociale di Renato Guttuso. Il suo lavoro cromatico - negli ultimi anni parzialmente, ma non esclusivamente, informale - si sviluppa spesso seguendo un gioco dialettico espressionistico di colori contrapposti.
«Una pittura libera da schematismi, ricca di simbologie arcaiche che spesso si fa tensione verso il sacro. In mostra un Medico della peste, maschera introdotta dal 1300 dai medici italiani con scopi profilattici (ben prima, quindi, della nascita della Commedia dell’arte), completata nel 1619 col vestito, i guanti, le scarpe e il cappello dal medico francese Charles de Lorme ai tempi di re Luigi XIII.»
 

 
Oltre ai dipinti e alle sculture, sono esposti alcuni scatti della dinastia dei fotografi Rensi: Rodolfo, il fondatore, tra i grandi nomi della fotografia d’autore trentina del Novecento, Claudio, già fotografo dell’Ambasciata italiana a Bruxelles, fotografo d’arte e curatore di vari cataloghi di arte contemporanea, Matteo, fotografo del Corriere del Trentino, autore brillante di reportage fotografici (ricordiamo quello legato al Treno della Memoria o le foto di una rapina in diretta scattate nel 2015 a Trento).
 
Nell’occasione, abbiamo chiesto a quest’ultimo cosa lo abbia spinto a continuare la lunga tradizione di famiglia e lui ci ha risposto che è stata la grande passione per questo mestiere, tramandato da suo nonno a suo padre e poi a lui, a indirizzare la sua scelta.
«Fin da piccolo – racconta - finivo la scuola materna e venivo portato in laboratorio, dove respiravo l’aria della fotografia, dello sviluppo in bianco e nero, quindi per me approcciarmi a questo lavoro è stata una naturale conseguenza.»
 

 
Un soggetto estremamente interessante, quello proposto, il tema della maschera può essere interpretato in vari modi e si presta a molte letture, in ambito sociologico, per esempio, potrebbe rimandare alla metafora teatrale di Goffmann: le persone si muovono sul palcoscenico della vita mettendo in scena la loro rappresentazione, nel tentativo di salvare la faccia e di definire la situazione.
È un argomento che incuriosisce, chi volesse approfondirlo può leggere il libro scritto dal sociologo canadese scomparso agli inizi degli anni 80, dal titolo La vita quotidiana come rappresentazione.
 
Concludiamo con una riflessione.
È confortante, a nostro avviso, che nella nostra città vi siano anche spazi espositivi non istituzionali, come lo Studio Rensi, in grado di accogliere con generosità le opere di eccellenti artisti trentini o di adozione trentina del passato e del presente, in attesa che le istituzioni possano valorizzarle, concedendo loro la visibilità che forse davvero meriterebbero.
 
Daniela Larentis – d.larentis@ladigetto.it

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