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«Trento città fortezza», la tragedia di un popolo dissolto

La mostra allestita nelle Gallerie di Piedicastello ci ha condotti al dibattito con il nostro lettore Giorgio Pisetta

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Il nostro affezionato lettore Giorgio Pisetta ha commentato l’articolo in cui presentavamo la mostra allestita dalla Fondazione Museo Storico del Trentino alle Gallerie di Piedicastello intitolata «Trento, città fortezza», che illustra cosa accadde alla città di Trento dal 1915 al 1918,
La mostra è stata inaugurata nel pomeriggio di venerdì scorso.
Elena Tonezzer ha curato con dovizia di particolari l’esposizione e noi abbiamo cercato di descriverla con attenzione, perché pochi Trentini sanno cosa accadde nella nostra città negli anni della Grande Guerra.
L’intera popolazione trentina era stata dimezzata in parte dai 60.000 arruolamenti voluti dall’Impero e in gran parte dello sfollamento di otre 100 mila civili.
Inutile dire che a guerra finita nulla è più tornato come prima. Di tutto il Regno, i Trentini sono stati gli unici italiani ad aver perso la guerra. I reduci vennero dimenticati per volontà dei governi che a Roma si sono succeduti, gli sfollati tornati a casa non ebbero il minimo aiuto, tutti i risparmi dati in prestito di guerra andarono perduti.
 
Trento era una città di 30.000 abitanti. Alla dichiarazione di guerra del 23 maggio entrò in vigore la legge marziale così come avvenne nelle province italiane interessate dal conflitto.
Due terzi dei cittadini vennero sfollati, mentre centomila soldati vennero stipati nelle case svuotate, i principali alberghi della città divennero comandi militari, scuole ed edifici pubblici vennero allestiti da ospedali, si aprirono i primi campi di concentramento a nord della città.
Tutto questo lo avevano pubblicato in un servizio articolato tuttora disponibile tramite questo link.
 
L’indomani l’amico Pisetta ci inviò il seguente commento sulla mostra e sul nostro articolo.
«È un commento che non rende giustizia alla verità storica, è infarcito di notizie strumentalizzate e non corrette!
«Bastava che l'Italia non dichiarasse guerra perché Trento rimanesse una culla di tranquillità... visto che è solo quella ad interessare chi commenta!»
Prima di pubblicarlo, abbiamo chiesto a Giorgio Pisetta di motivare meglio il suo pensiero, E lui cortesemente ci ha risposto così.

- Non mi pare, da notizie dell'epoca, che Cesare Battisti fosse così amato dai trentini. «Taliani ciapadi col sc-iop!» ...dicevano i miei nonni!
- Era prassi consueta «internare» le popolazioni presenti in vicinanza del fronte di guerra: lo stesso avvenne per il Regno d'Italia i cui abitanti vennero destinati a regioni limitrofe.
- Chiamare soldataglia solo i militari austriaci è già un giudizio prevenuto e tendenzioso. Sul teatro di guerra è SEMPRE stato molto duro convivere con i militari in guerra.
- Nemmeno gli italiani che giunsero fino ad Insbruck seppero tenersi fuori da atteggiamenti «guerrieri» con la popolazione, purtroppo una «normalità» guerresca:
Sarebbe bene astenersi, nel giudicare quanto è successo nell'immediatezza della guerra, dal continuare la campagna propagandistica del regime fascista che tanto male ha fatto alle radici storiche della cultura asburgica (di lingua italiana!) dei Trentini!
Mille anni di appartenenza al mondo «germanico» (che non vuol dire della Germania!) non possono essere cancellati da un ventennio presunto «imperiale-romano» definitivamente sconfitto e rifiutato dalla società democratica italiana.
Non occorrere essere nazisti per attenersi alla storia che vede il Trentino come componente del mondo germanico del decaduto Impero Romano d'Occidente.
La vocazione «italiana» del Trentino si può leggere dalla percentuale degli attivisti «pro Italia» nella Prima Guerra Mondiale... proprio piccola!
Anche il Canton Ticino aveva una simile propensione, ma per sua fortuna era già nella Confederazione Svizzera!
In conclusione: Una lingua non sempre significa appartenenza ad uno o all'altro Stato.
Il nazionalismo è stata una sonora bufala, cavalcata da gente assetata da conquista territoriale, per questa gente le radici non contano: la storia si può cambiare sulla punta delle baionette!
Anche i seicentomila soldati italiani caduti per la Patria ed i cinquecentomila austriaci caduti per la Patria hanno perso la guerra... con la vita!

Ed ora esprimiamo il nostro pensiero.
Anzitutto ci fa piacere vedere che il lettore non mette in discussione la verità storica proposta nella mostra in questione.
Lo scopo della mostra era quello di far conoscere una pagina terribile della nostra storia, che pochi conoscono proprio perché le Istituzioni hanno cercato di impedire che ne venisse diffusa la conoscenza.
Ci pare giusto che nel centenario venga resa pubblica la sofferenza della nostra gente e non ci spiacerebbe affatto che la cultura storica italiana ricordasse quanto è costato al nostro territorio l’entrata in guerra dell’Italia.
Il tutto, come dice bene Pisetta, «bastava che l’Italia non entrasse in guerra».
Ma ne abbiamo parlato su questo giornale riportando in cinque puntate le travagliate motivazioni per cui l'Italia entrò in guerra.
La Guerra mondiale venne scatenata dagli Imperi Centrali. L’aggressione è partita da Vienna e, a seguire, si affiancò la Germania e via via il susseguirsi degli eventi fuori controllo.
Di certo l’Italia non doveva entrare in guerra a fianco degli Imperi Centrali, come ammisero gli stessi interessati. La Germania si dispiacque della nostra neutralità, l’Austria Ungheria non fece una piega.
Di certo l'Italia non doveva entrare in guerra a fianco dell'Intesa. Col senno di oggi sappiamo che la guerra andava evitata a tutti i costi. Non ci sono scusanti.
Ma è facile dirlo con senno di poi. In quei fatidici momenti era diffusa convinzione che le potenze vincitrici si sarebbero poi rivolte contro l’Italia e i suoi possedimenti e nessuno poteva neanche immaginare lontanamente che il conflitto avrebbe dissolto quattro imperi secolari.
 
Invece non siamo d’accordo sulle radici storiche espresse nel commento. Il Trentino non è mai stato di cultura germanica.
Il Trentino è sempre stato come oggi: autonomo sia nei confronti di Roma che del Sacro Romano Impero.
Non a caso il Concilio di Trento venne deciso di farlo nella nostra città, contrariamente a una prima ipotesi di svolgerlo a Vicenza. Il Principato Vescovile era equidistante e stava bene a entrambe le parti. Punto.
Napoleone pose fine alla Repubblica Veneta e al Principato Vescovile di Trento.
Il Congresso di Vienna non restituì l’indipendenza alla Serenissima Repubblica di Venezia, né ripristinò lo status quo in Trentino. Il Metternich era il politico più in gamba dell’epoca e ovviamente fece gli interessi del suo Imperatore.
Il Trentino rimase con l’Austria per un secolo, proprio nel secolo in cui nacquero le istanze nazionali. E quando il regno Sabaudo seppe conquistare un po’ tutta l’Italia, dopo una divisione durata 1.500 anni.
Che sia stato un bene o un male passare all’Italia, se ne parlerà per sempre. Ognuno si terrà le proprie idee.
 
Ci spiace invece che il lettore abbia parlato di Cesare Battisti.
Primo, perché – al di là dei vari pensieri pro o contro l’Austria – si tratta di una pagina buia e indegna per una civiltà millenaria come quella degli Asburgo.
Secondo, perché non si può citare l’atteggiamento ostile dei Trentini contro il prigioniero in una città abitata da 100mila persone, di cui 90mila nemici in guerra contro l’Italia.
 
G. de Mozzi.

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