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Cent’anni fa cominciava la Terza Battaglia dell’Isonzo

Vi presero parte 338 battaglioni italiani e 184 austriaci: i primi persero 67.000 uomini (di cui 11.000 morti), i secondi 40.500 (di cui 9.000 morti)

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Pal Piccolo - Foto Gabriele Menis.
 
Passarono due mesi e mezzo tra la fine della Seconda e l’inizio della Terza battaglia dell’Isonzo, per due ordini di ragioni. La prima è che i vuoti lasciati dai moltissimi caduti dovevano essere colmati.
La seconda è che Cadorna aveva bisogno di un’enorme quantità di cannoni, che un po’ alla volta stavano arrivando ma che non erano mai abbastanza.
L’Italia aveva schierato 338 battaglioni, per un totale di 300.0000 uomini, mentre l’Austria ne aveva schierati 152. La proporzione, secondo i manuali di guerra, era rispettata: chi assaltava doveva avere il doppio di soldati di chi si difendeva. E la strategia austriaca era rimasta quella difensiva a tutti i costi. Eventuali contrattacchi erano necessari solo per riconquistare il terreno perduto.
Da quando erano entrate in campo le mitragliatrici, i Tedeschi avevano anche stabilito che l’eguaglianza delle forze in campo non corrispondeva più al numero degli effettivi ma della capacità dei volumi di fuoco.
Il Regio Esercito aveva la disponibilità complessiva di 600 mitragliatrici, cioè un’arma a tiro rapido ogni 1.000 uomini, ma sull’Isonzo erano operative solo 300 mitragliatrici italiane contro le 500 austriache. In più, non era ancora stato predisposto lo spostamento tattico dell’arma di gruppo al seguito degli assaltatori.
Quanto ai cannoni, Cadorna riuscì a mettere in campo circa 1.500 bocche da fuoco, costituite da 50 batterie di medio calibro e 250 batterie da campagna, da cavallo e da montagna. La Marina aveva messo a disposizione un certo numero di grossi calibri, ma praticamente l’Italia non disponeva di un vero e proprio parco d’assedio, fondamentale prima di un attacco in forze a un campo trincerato.
 

Svetozar Borojević von Bojna e Luigi Cadorna.

Anche sull’artiglieria si possono tracciare dei paragoni con gli altri belligeranti. Proprio in quello stesso periodo, sul fronte franco tedesco gli alleati disponevano di 2.780 cannoni da campagna e 1.750 pezzi di medio e grosso calibro, per un totale di 4.530 bocche da fuoco. Insomma, la loro dotazione balistica era il triplo della nostra su un dispiegamento di 66 divisioni (più o meno 660.000 uomini).
Ancora una volta dunque il generalissimo andava all’attacco con le armi meno «costose»: le baionette.
Con un’aggravante. In quei due mesi e mezzo di inattività tra la Seconda e la Terza battaglia dell'Isonzo (non senza continui scontri a fuoco) il tempo fu inclemente e i nostri soldati li avevano dovuti trascorrere nel fango delle loro trincee. Ai disagi fisici e morali si aggiungeva spesso la cattiva nutrizione dovuta alla mancanza di camminamenti, per cui le posizioni potevano essere raggiunte solo di notte. Quindi niente rancio caldo.
Oltre alle molestie dei pidocchi, le malattie facevano ampi varchi tra gli effettivi. Le malattie più diffuse e pericolose erano il colera e il tifo, perché non era stata assunta alcuna misura di igiene di massa. I lazzaretti erano sorti numerosi come gli ospedali da campo.
Ma per i nostri soldati c’erano altre cattive notizie. Niente licenze, niente clemenza, niente esenzioni. E Cadorna aveva fatto divieto di diffusione di notizie sui caduti per impedire che il Paese si allarmasse. Inoltre, aveva disposto che un reparto potesse essere definito fuori combattimento solo se perdeva due terzi degli effettivi.
In più, la mancanza di risultati dopo due sanguinosissime battaglie fiaccava gli animi. L’idea che i loro sacrifici fossero inutili era più devastante dell’angoscia di un attacco.
Nel Paese la situazione era critica: i pacifisti erano indignati, gli interventisti delusi, il Governo in serio imbarazzo.
Fu a quel punto che Cadorna decise di puntare su un’operazione di prestigio, finalizzata a risollevare il morale del paese e regalare a Natale una ricompensa per i sacrifici sostenuti: doveva prendere Gorizia.
 

 
La terza battaglia dell’Isonzo cominciò alle ore 12.00 del 18 ottobre, quando l’artiglieria italiana aprì il fuoco per colpire Doberdò del Lago e Monte San Michele e per la prima volta l’aviazione italiana sorvolava le linee nemiche per fare da osservazione agli artiglieri.
Per quanto avesse come obbiettivo principale Gorizia, Cadorna aveva disposto l’impegno della Prima e della Quarta Armata (schierate su Trentino e Veneto), con una serie di attività volte a impedire lo spostamento di effettivi austriaci a sostegno della battaglia cruciale. Con il risultato che anche Cadorna non poteva disporre che della metà degli effettivi.
Lo schieramento delle due armate d’urto, la Seconda e la Terza, andava dal Rombon all’Adriatico, mentre tra gli obbiettivi designati, a Gorizia si era aggiunto Tolmino.
Per conquistare Tolmino aveva deciso di procedere dalla sinistra (Merzli e Vodil), dal centro (Santa Maria e Santa Lucia) e da destra, dove si doveva passare l’Isonzo tra Auzza e Canale.
Per conquistare Gorizia, le direzioni erano tre. In primo luogo si doveva procedere verso Zagora e Zegomila, conquistando il monte Cuc. Se questa operazione fosse riuscita, il Sabotino (che protegge Gorizia) sarebbe stato preso anche da dietro.
In secondo luogo si doveva attaccare la testa di ponte di Gorizia, che avrebbe consentito di conquistare il complesso delle opera di difesa attivate in fretta e furia dagli Austriaci a protezione della città.
Per riuscirci, i fanti del Duca d’Aosta dovevano espugnare il San Michele.
 

 
Il piano era «grandioso». Si doveva varcare l’Isonzo di fronte alla Bainsizza per poi dilagare sull’altipiano. I bastioni naturali di Gorizia erano il Sabotino, il Monte Santo e il San Michele, tutti nomi destinati a passare tristemente alla storia per il sangue inutilmente versato dai nostri ragazzi.
A ben vedere, più che la sola e «prestigiosa» Gorizia, il piano vedeva addirittura la direzione di Trieste.
La realtà fu come sempre assai diversa.
Dopo i tre giorni di preparazione dell’artiglieria, alle ore 10 del 21 ottobre le nostre fanterie si erano lanciate all’attacco. Ma non riuscirono a sfondare in alcun punto.
I bombardamenti non avevano scalfito le difese, che gli Austriaci avevano ulteriormente rinforzato nel corso dell’estate.
Il sangue italiano riprese a scorrere a rivoli. I monti San Michele e Sabotino, le trincee «delle Frasche», «dei Razzi» e «delle Celle», divennero sinistramente famosi. Interi battaglioni si sacrificavano per poche decine di metri.
Il 31° reggimento della 19ª Divisione fu mandato all’attacco alle 10, alle 13 e alle 14 dello stesso giorno 22 ottobre. Quando il generale ordinò il quarto attacco, il colonnello comandante si rifiutò. Non ebbe conseguenze.
Esempi come questo si susseguirono un po’ dappertutto. I nostri ragazzi, soldati, sottufficiali e ufficiali, continuavano a morire inutilmente.
 

 
Eppure, gli sforzi non erano stati vani del tutto. Per quanto assurda la carneficina, i nostri assalti stavano mettendo in crisi il dispositivo di difesa di Boroevich. E il 24 ottobre fu un giorno drammatico per gli austriaci. Ancora uno sforzo e il fronte si sarebbe spezzato.
Ma gli italiani erano sfiniti, mancavano di rinforzi. Se Cadorna avesse concentrato più uomini in partenza, avrebbe sfondato. E invece, dovette sospendere l’offensiva proprio dal 25 al 27 ottobre, in attesa di nuovi soldati da gettare nella fornace.
Una sosta provvidenziale per il nemico, che ebbe il tempo di riprendersi colmando i vuoti e rinforzando le difese.
L’intelligence aveva fatto arrivare sul tavolo di Cadorna la nota per cui in alcuni tratti del fronte il nemico era in seria difficoltà. Le notizie non erano imprecise ma, come spesso accadeva allora, i dubbi sulla fondatezza delle informazioni stravolgevano le decisioni da assumere.
Quello che Cadorna sommariamente volle capire in quel frangente, era che il nemico stava per cedere.
Ordinò la ripresa degli assalti su un teatro meno grandioso. La II Armata doveva concentrarsi sul tratto Sabotino-Podgora, la III Armata continuare l’avanzata sul Carso.
 

L'Isonzo 100 anni fa; sotto, l'Isonzo oggi.
 
I combattimenti ripresero, senza risultati apprezzabili e senza trovare il punto debole del nemico che, come abbiamo visto, era stato rinforzato.
Gli attacchi nella zona del Podgora e del Carso non diedero esito. Eppure Cadorna insisté:
«Risulta che il nemico difetta di forze e di munizioni», scrisse in un dispaccio ai comandi. «Bisogna insistere con ostinatezza.»
Il 30 e il 31 ottobre gli attacchi si affievolirono naturalmente, ma il 31 Cadorna emanò un altro ordine che imponeva alle due armate di riprendere gli attacchi sul Sabotino, il Pogdora, il San Michele e San Martino.
La sera del 4 novembre, Cadorna dovette prendere atto che l’offensiva si era esaurita e ne ordinò la sospensione.
A fronte dei 67.000 soldati perduti tra morti, feriti e dispersi, non aveva ottenuto nulla.
Gli Austriaci avevano perso 40.500 uomini, dei quali 9-000 erano morti.
Dal punto di vista militare, al termine della battaglia nulla era cambiato.

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