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Cento anni fa l’Italia salvò l’Esercito Serbo dalla totale disfatta

Fu una delle più grandi operazioni di cooperazione militare e umanitaria mai compiuta da un Paese prima di allora

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Regia Nave «Re Umberto» - Collezione Giorgio Parodi.
 
È difficile stabilire una data di inizio e una di conclusione dell’operazione attuata dall’Italia a fine anno 1915, quando intervenne per salvare i resti di quello che fu l’esercito serbo in fuga, incalzato da quello austro ungarico.
Di certo fu una pagina di storia gloriosa che a suo tempo fece il giro del mondo e che oggi è totalmente dimenticata.
 
Quando scoppiò la Grande Guerra, sembrava che l’esercito serbo dovesse soccombere in breve tempo, tanta era la sproporzione delle forze in campo.
L’intervento della Russia però complicò la vita a Vienna, che più volte aveva tentato inutilmente di chiudere il conto con Sarajevo, costretta invece a impegnare il grosso del suo esercito sul fronte orientale.
Con l’intervento della Germania, però, la Russia venne messa in difficoltà e finalmente Conrad poté scatenare le sue forze contro l’esercito serbo.
E stavolta i serbi dovettero ritirarsi. Dove? Verso il Montenegro e l’Albania, dove gli alleati dell’Intesa ne avrebbero organizzato il recupero, affidato in larga misura alla Marina Militare Italiana.
 
La lunga marcia della ritirata dell’esercito serbo del principe Alessandro, avvenuta in pieno inverno in un territorio ostile e privo di risorse, fu disastrosa.
Varcando il confine serbo albanese, l’esercito si era diviso in due colonne. La prima, guidata dal re Pietro I scelse la via di Elbassan e di Tirana; l’altra, quella di Scutari e di Alessio. Meta comune dei battaglioni era il piccolo porto albanese di Durazzo.
Carestie, epidemie e assideramento falcidiarono gli effettivi. Un esempio per tutti. Il colonnello Ristic conduceva 30mila reclute di età media di 16 anni. Finite le riserve di viveri, perirono 18mila ragazzi. La metà.
 

 
Entrati in territorio albanese, i Serbi vennero attaccati anche da bande di briganti, che si ritenevano autorizzati a depredare l’«esercito invasore».
Verso la fine di dicembre i primi manipoli raggiunsero le coste adriatiche. Naturalmente non c’erano attrezzature per accogliere i resti dell’esercito dissolto e le fila si ingrossavano disperate man mano che sopraggiungevano i sopravvissuti.
Il 5 gennaio 1916 attorno a Durazzo si erano raccolti 80mila superstiti con circa 26mila quadrupedi.
A San Giovanni ne erano arrivati altri 60mila con 10mila quadrupedi.
Una fiumana di disperati, comunque pochi rispetto ai 300.000 che erano partiti per sottrarsi alla prigionia, che era ritenuta mortale.
Dell’intera artiglieria serba erano stati salvati 20 cannoni.
 
Le truppe italiane presidiavano Valona e, quando gli alleati dell’Intesa decisero di salvare i resti dell’esercito serbo, i nostri si mobilitarono per motivi umanitari prima ancora che militari.
Ma non esistevano strade, né ricoveri, né strutture portuali capaci di far fronte alle necessità della situazione.
Per prima cosa l’Italia occupò la parte settentrionale dell’Albania per porsi a difesa di un eventuale attacco del nemico che incalzava i serbi.
Per rinforzo, l’Italia inviò un corpo di spedizione speciale al comando del generale Bertocchi, e venne occupato anche Durazzo.
Come dicevamo, non c’era nulla e i nostri dovettero costruire tutto. Per fortuna i nostri marinai provenivano dal mondo operoso dei contadini e degli artigiani, per cui conoscevano tutti un lavoro utilissimo a quello che c’era da fare.
Vennero costruiti baraccamenti, cucine, ospedali da campo. Vennero inviate dall’Italia milioni di razioni viveri, ettolitri di vino, quintali di tabacco, decine di migliaia di indumenti, una quantità impressionante di medicinali.
L’abnegazione dei nostri medici e infermieri fu determinante per fermare l’ecatombe.
 
Il Duca degli Abruzzi, c.te dell'Armata Navale.
 
Furono costruiti pontili, banchine, scialuppe da traghetto, per poi iniziare l’imbarco dei superstiti.
Ottomila persone vennero così imbarcate a San Giovanni e oltre 88mila a Durazzo. Si era data la precedenza ai malati, ai vecchi e alle donne, alle personalità politiche e diplomatiche.
Il comando alleato decise di trasportare a Brindisi questi primi superstiti, mentre si decideva la destinazione finale dell’intero esercito serbo.
In breve tempo gli austro ungarici arrivarono alle porte dell’Albania e si preparò per dare il colpo finale, cercando di cogliere i nostri nel momento di maggiore difficoltà.
Ma i marinai e i soldati italiani mantennero il sangue freddo e procedettero al totale imbarco degli uomini e degli animali, riuscendo alla fine anche a incendiare tutte le strutture costruite per far fronte all’emergenza.
Il 24 gennaio gli austriaci trovarono solo cenere e null’altro. L’operazione di salvataggio più importante della nostra storia era riuscita con una precisione organizzativa senza precedenti.
Il 9 febbraio potevamo dire di aver salvato 157mila persone e 10mila quadrupedi.
 
Il miracolo venne compiuto da 45 piroscafi di bandiera italiana, 11 a bandiera inglese, 25 a bandiera francese di tonnellaggio minimo.
In tutto la nostra Marina compì 572 missioni di guerra tra bastimenti da trasporto e navi da guerra. Le missioni per la messa in sicurezza videro l’uscita dei caccia per 270 volte, gli incrociatori fecero 70 uscite, le torpediniere 63, i sommergibili si misero in agguato a difesa dei convogli per 141 volte.
Perdemmo l’incrociatore Città di Palermo (foto seguente) e i piroscafi Palatino, Iniziativa, Gallinara, Brindisi e una nave ospedale, finite sui campi minati posati dai sommergibili austro ungarici.
Gli austro ungarici persero un incrociatore e quattro caccia, in combattimento.
 

 
L’11 gennaio le forze dell’ammiraglio francese Dartige du Fournet occuparono l’isola greca di Corfù.
E così fu possibile trasportare i superstiti dell’esercito serbo da Brindisi a Corfù.
Compiuto il trasbordo nell’isola greca, il ministro degli Esteri serbo invitò un telegramma al governo italiano per ringraziare la Marina Militare.
Il colonnello Mitravich inviò un messaggio che concludeva così: «… Ora e sempre per quest’opera vi accompagnino, o Marinai d’Italia, la gratitudine e i voti di tutta la Serbia…».
Perfino l’ammiragliato britannico inviò un telegramma di complimenti e di ammirazione per i nostri marinai.
Solo la Russia fece confusione. Disse il Premier alla Duma: «Oggi, grazie allo sforzo degli alleati – e specialmente della Francia (aveva inviato solo dei motoscafi - NdR) – l’esercito serbo è stato trasportato a Corfù.
 
Comunque sia l’Italia, considerata «improvvisata militarmente e debole politicamente, che aveva affrontato con leggerezza il conflitto», era riuscita a dare il meglio di sé salvando un intero esercito in un momento in cui nessuno avrebbe saputo né potuto fare nulla.
 
G. de Mozzi.

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Crocetti Riccardo 09/04/2022
Finalmente un articolo che tesse le lodi di un avvenimento straordinario , ormai dimenticato da tutti.
Io possiedo un diario ( ho 68 anni) , scritto da mio nonno ( italiano), che combattè nell'esercito austriaco e che fece la "Marcia della morte" nel 1915 , dalla Serbia all'Albania, dove venne soccorso dagli italiani. Fu poi portato all'Asinara. Quest'anno vorrei pubblicarlo.Se qualcuno è interessaro, me lo faccia sapere, per favore.
Grazie
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