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Il 10 giugno di 100 anni fa cominciava la Battaglia dell’Ortigara

Abbiamo perso 28.000 uomini, di cui 13.800 alpini. Le vallate del Piemonte, della Lombardia e del Veneto erano state brutalmente spopolate dei loro figli migliori

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Dal 10 al 29 giugno 1917 si svolse una grande battaglia sull’intero altipiano dei Sette Comuni (Asiago), che vide gli italiani della 6ª Armata, comandata dal generale Ettore Mambretti, attaccare gli austro ungarici della 11ª Armata, comandata dal generale Viktor von Scheuchenstuel.
Quest’ultimo, a sua volta, dipendeva dal generale Conrad, recentemente esonerato dal Comando di stato maggiore generale e distaccato a Bolzano per comandare il distretto meridionale dell’Imperial Regio Esercito Asburgico.
Mambretti invece dipendeva direttamente dal Capo di Stato maggiore del Regio Esercito Italiano, generale Luigi Cadorna.
L’attacco si svolse su una linea di 14 km su due direttive, ma la battaglia è diventata tristemente famosa per l’inutile sacrificio di migliaia di alpini scagliati alla conquista del monte Ortigara, che fu conquistata e perduta. Con sacrifici immensi.
  
Cadorna aveva pensato già a febbraio 2017 di sferrare un’offensiva sugli altopiani vicentini. Sapeva che non era da quel fronte che il suo esercito sarebbe arrivato a Vienna, ma sentiva che se non avesse riportato le linee al vecchio confine, si sarebbe tenuto una spina nel fianco per tutta la guerra. La massa di manovra del «suo» esercito era schierata a oriente e un’altra Strafexpedition avrebbe potuto metterlo in seria difficoltà proprio nel corso di una delle prossime spallate sull’Isonzo.
 

Sopra, il monte Ortigara visto da Google Earth. Sotto da Google Maps.

 
I primi mesi del 1917 furono in parte dedicati alla stesura dei piani operativi e al riordino dei reparti schierati sul campo. La Sesta armata infatti venne creata apposta per l’occasione. L’operazione, dapprincipio denominata «Difensiva ipotesi uno» per trarre in inganno il nemico nel caso di fuga di notizie, alla fine chiamata «Azione K».
Ma fu rinviata molte volte per motivi sia meteorologici che contingenti. Il rinvio più consistente avvenne per consentire al fronte sul Carso lo svolgimento della Decima battaglia dell’Isonzo, di cui abbiamo già parlato. Al termine della battaglia Cadorna – che aveva già per la testa la successiva Undicesima battaglia dell’Isonzo – decise a fine maggio di fissare la data «definitiva» dell’Azione K per il 4 giugno. 

Ma purtroppo accadde che gli Austriaci compissero proprio il 4 giugno un poderoso contrattacco sul Carso, a Flondar, dove perdemmo terreno e 20.000 uomini, per fortuna la metà fatti prigionieri. Il contrattacco fu contrastato e il terreno recuperato, per cui venne fissata una nuova data per l’Operazione K: il 9 giugno.
Ma quella mattina il tempo fu talmente inclemente da non consentire alle artiglierie di vedere dove puntare i cannoni.
Stavolta, il 10 giugno, la data divenne definitiva e l’attacco poté essere lanciato sull’intero fronte.
Gli austro ungarici, che avevano da tempo compreso le intenzioni di Cadorna, sfottevano i nostri soldati facendo pervenire loro ironici messaggi di «sollecito». Il nemico che invitava ad attaccare… Penoso.
 

 
Il piano predisposto era stato approvato da Cadorna il 31 maggio e prevedeva sull'altopiano un'azione principale e un'azione «concorrente», mentre la Valsugana sarebbe stata teatro di un'azione «sussidiaria».
L'azione principale interessava un fronte di 14 chilometri e disponeva che le masse destinate all'attacco dovessero irrompere a nord in corrispondenza di monte Ortigara e monte Forno, e a sud fra monte Zebio e monte Rotondo.
Si trattava perciò in pratica di due azioni principali, anziché una, in due settori del fronte molto diversi tatticamente. In entrambi i casi le linee di partenza erano a poche centinaia di metri da quelle nemiche.
L'azione «concorrente» disponeva un’avanzata sulla sinistra del grande solco della val d'Assa e perciò interessato solo marginalmente all'attacco.
L’azione «sussidiaria» doveva limitarsi a tenere impegnato il nemico in Valsugana, per poi muovere eventualmente su monte Civeron e collegarsi con quella parte dell’esercito che nel frattempo avrebbe dovuto raggiungere il ciglio dell’altopiano affacciato sulla Valsugana: Cima 11, Cima 12, l’Ortigara….

Il generale Viktor von Scheuchenstuel.

Come abbiamo detto, gli austriaci erano perfettamente a conoscenza delle manovre italiane. Dai loro ottimi punti di osservazione avevano seguito gli spostamenti delle artiglierie e delle truppe, riuscendo perfino a riconoscere i reparti in movimento. Così si legge dalla relazione di Conrad sulla battaglia. Di conseguenza avevano avuto tutto il tempo di disporre gli opportuni rinforzi (non molti in verità) là dove era verosimilmente previsto l’attacco italiano.
Complessivamente avevamo schierato 171 battaglioni, di cui 26 di alpini, 1.151 pezzi d’artiglieria e 578 bombarde (progenitrici dei mortai). Una forza colossale che però non fu sfruttata al meglio perché anche in questo caso i piani originari vennero disattesi completamente. Anziché procedere con un preciso disegno strategico per tempi e metodi, tutta la forza venne lanciata all’attacco sconsideratamente. Come sull’Isonzo.
 
Il giorno prima dell’attacco, un reparto italiano fu mandato nei pressi di Monte Zebio, dove era stata predisposta una gigantesca mina in grado di abbattere una lunga parete rocciosa alta 7 metri. Sopra infatti stavano gli austriaci e sotto gli italiani avrebbero dovuto scalare quella parete sotto il loro fuoco: impossibile.
E per questo venne deciso di far brillare l’intero costone in contemporanea all’apertura del fuoco dell’artiglieria. Era stata scavata una galleria sotto le linee nemiche che finiva in una camera di scoppio in grado di contenere esplosivo per qualche tonnellata.
Gli austriaci avevano intuito anche questa mossa e avevano predisposto una contro mina. Al momento di farla brillare, però, qualcosa andò storto e l’esplosione da parte austriaca non avvenne.
Ma anche per gli italiani qualcosa andò storto, perché la mina saltò in aria da sola mentre i nostri uomini erano ancora in zona. Morirono sul colpo 150 militari italiani, una tragedia. Per consentire che venisse prestato soccorso ai sepolti vivi, gli Austriaci concessero una tregua. Ne salvarono tre.
La battaglia era dunque iniziata sotto il peggiore degli auspici, e qui forse merita fare un inciso.

Nelle battaglie la fortuna e la sfortuna hanno sempre avuto un ruolo decisivo, anzi, spesso hanno determinato le sorti dei combattimenti. Sull’Ortigara, però, secondo gli osservatori ci avrebbe messo lo zampino della iettatura.
Ovviamente non si scrive la storia su chiacchiere come queste, ma abbiamo visto che parecchi storici hanno rilevato come il generale Ettore Mambretti (foto) fosse considerato uno iettatore. Questa fama era sorta già in Libia nel 1913, quando fu sconfitto a Sidi Garbàa in una situazione in cui tutte le condizioni erano a lui favorevoli. Da allora fu preso nota come tutto ciò che faceva lui andava storto, o almeno così raccontavano i suoi collaboratori e i suoi soldati.
E non ci volle molto per attribuire alla sua iettatura tutte le cose anche andarono storte anche nell’altopiano dei 7 Comuni.
 
Cadorna non credeva a queste cose, altrimenti non gli avrebbe affidato la 6ª Armata, ma i suoi più stretti collaboratori scrissero lettere, resoconti e memorie in cui si faceva ampio riferimento alla sfortuna portata da Mambretti.
Il generale Porro annotò nel suo diario che Mambretti «sarà anche un bravo soldato, ma è molto imbarazzante che i soldati pensino che il loro comandante porti male e che, quando una disposizione arrivava da lui, si tocchino il naso o i testicoli».

Lo stesso Mambretti scrisse che obbediva a Cadorna perché aveva ricevuto gli ordini, ma sapeva che le operazione sarebbero andate male. Sulla base di questa affermazione, il generale Gatti scriveva a casa: «Tutti pensano che porti sfortuna, ma il colmo è che anche lui ritiene di essere uno iettatore». In pratica, se lo chiamavi per nome si toccava anche lui in naso o altro…
Verso la fine della battaglia, anche Cadorna cominciò ad avere dubbi.
«Speriamo che riesca a sfatare questa deplorevole leggenda di iettatore. – Aveva scritto alla moglie in un primo momento. – È una stupidaggine, ma in Italia distrugge credibilità e prestigio.»

Per tornare alla battaglia sul campo, dopo un ultimo rinvio di qualche ora per maltempo, alle ore 15 del 10 giugno, due colonne di alpini vennero lanciate all’attacco.
A sud del fronte, i reparti impegnati nell'«azione concorrente» subirono gravi perdite nel tentativo di superare i reticolati lasciati intatti dalla nostra artiglieria.
Più a destra la Brigata Sassari, già falcidiata dal bombardamento della nostra artiglieria (sic!) attaccò le trincee avversarie in un furioso corpo a corpo. Un eroico successo iniziale fu però vanificato da un violento contrattacco.
Anche gli attacchi a Monte Zebio non ebbero successo.
Stessa sorte ebbero gli attacchi a monte Forno, per via delle formidabili postazioni nemiche.
Insomma, la cosiddetta «azione principale» poteva considerarsi esaurita senza successi. 


 
 La conquista dell'Ortigara 
L'attacco al monte Ortigara, all’estremo nord del fronte, venne sferrato dalle colonne Cornaro e Di Giorgio. Quest’ultima fu a sua volta divisa in due colonne cui venne affidato l’obiettivo di raggiungere rispettivamente la Pozza dell'Ortigara e il vallone dell'Agnellizza, da dove poi gli alpini avrebbero dovuto scalare le pendici del monte.
La colonna Cornaro attaccò le posizioni nemiche e conquistò il Corno della Segala. Sfruttando la nebbia, un battaglione riuscì anche a penetrare nel costone dei Ponari, occupando una trincea avanzata. Poi la nebbia diradò e gli austriaci ebbero la visuale per tiri di precisione. Perdemmo 40 ufficiali e 1.200 alpini.

Il compito di occupare quota 2101 del monte Ortigara (estremità nord) fu affidato alla colonna del colonnello Ragni.
Anche in questo caso il provvisorio favore della nebbia consentì agli alpini di occupare il vallone dell'Agnellizza (che verrà nominato «Vallone della Morte») e, dopo aver occupato il passo, espugnò la quota 2.003 facendo duecento prigionieri, ma perdendo troppi uomini, tra cui il comandante.
Dopo infruttuosi tentativi di procedere oltre, i soldati si attestarono e fortificarono le posizioni conquistate. Era il 19 giugno 1917.
 
La 52ª Divisione aveva dunque compiuto l'unica azione di successo di tutto il fronte di attacco, ma a prezzi altissimi. Per conquistare l’Ortigara avevamo perso altri 122 ufficiali e 2.463 militari.
Purtroppo però non erano riusciti a conquistare anche passo Caldiera, motivo per cui il mantenimento delle posizioni rimase precario. In più, il Comando non pensò di inviare rinforzi per colmare i vuoti e organizzare una difesa a oltranza dell’unico risultato pratico della battaglia.
 

Colonna mozza a ricordo degli Alpini morti sull'Ortigara.
 
Passiamo un attimo dall’altra parte. La presa dell’Ortigara non era andata giù al peggior nemico dell’Italia, il maresciallo Conrad, che dal suo comando di Bolzano seguiva la battaglia più con fastidio che con apprensione. Sapeva che negli altipiani Cadorna non avrebbe creato problemi, così come sapeva però che Vienna non gli avrebbe più concesso di tentare un’altra Strafexpedition.
Ma l’aver ceduto l’Ortigara lo infastidiva.
 
Lo stesso giorno 19, saputa la notizia, convocò il maresciallo Goiginger per affidargli l’incarico preciso di riconquistare l’Ortigara. E Goiginger studiò un piano innovativo e lo mise a punto in tre giorni. Già il 22 giugno, infatti, il maresciallo iniziò a pianificare con il colonnello Sloninka i piani operativi. L’azione, che venne chiamata Wildbach (Torrente selvaggio), consisteva nell’impiego di truppe speciali, le cosiddette Sturmtruppen, articolate secondo tattiche precise e ben congegnate.
 
Alle ore 2.30 del 24 giugno, l’azione Wildbach prese il via. L’artiglieria aprì un fuoco intensissimo sull’Ortigara, che durò solo 10 minuti. Alle 2.40 infatti le truppe d’assalto tedesche, armate fino ai denti e dotate di rifornimenti per un’autonomia di almeno un paio di giorni, scattarono all’assalto.
Gli Italiani erano abituati a bombardamenti ben più lunghi di 10 minuti e pertanto furono colti di sorpresa quando si videro attaccare con tanta determinazione dal nemico, che si era dotato di bombe a mano e perfino di lanciafiamme.
 
Come abbiamo detto, i nostri alpini erano sfiniti e decimati dall’attacco che aveva portato alla conquista dell’Ortigara e nessuno aveva pensato di rilevare i soldati e sostituirli con truppe fresche, ma neanche di rimpiazzare i caduti, o tantomeno di mettere in sicurezza il terreno conquistato.
Fatto sta che i nostri ragazzi furono sopraffatti in mezzora: già alle 3.10 fu lanciato il razzo bianco con cui il comandante delle Sturmtruppen comunicava di aver riconquistato l’Ortigara.
 

Ortigara Cippo austriaco.
 
Il nostro comando lo seppe solo a mattinata inoltrata e la notizia fu inviata a Cadorna, a Udine. Il generale stava tornando da un colloquio avvenuto in Francia con il collega francese Foch e quando ne fu informato, scrisse irato alla moglie.
«La iettatura ha voluto esercitarsi fino all’estremo. Gli austriaci ci hanno preso l’Ortigara, ci hanno portato via 16 cannoni e 1.600 prigionieri.»
Purtroppo scrisse anche frasi dure nei confronti dei soldati, definendoli «codardi», quando invece avevano espresso un coraggio e una determinazione che il Capo di Stato Maggiore certamente non si meritava.
Per prudenza, a battaglia conclusa Cadorna sciolse la Sesta Armata e mandò Mambretti alla meno rischiosa frontiera con la Svizzera…
 
La battaglia dell’Ortigara finiva così. L’avevamo pagata, tra morti, feriti e dispersi, con 28.000 uomini, di cui 13.800 alpini.
Le vallate del Piemonte, della Lombardia e del Veneto erano state brutalmente spopolate dei loro figli migliori.
 
G. de Mozzi 

Si ringrazia Wikipedia per le immagini che abbiamo utilizzato.

Di quelle 28.000 perdite umane, quasi 8.000 erano austriaci e ben 13.800 erano alpini.
Per questo la canzone «Tapum» divenne una delle più note canzoni della Grande guerra, nata nelle trincee italiane, anche se alcuni attribuiscono la paternità della canzone ai minatori che avevano lavorato al traforo della galleria del San Gottardo.
Il ritornello è ispirato al rumore degli spari della fucileria austro-ungarica dove il «TA» era il rumore della pallottola e il «PUM» il rumore dello sparo del fucile Steyr Mahnnlicher 1895 in dotazione alle truppe austriache.
A volte la canzone viene cantata per intero, a volte in versione ridotta.
In alcune esecuzioni (ad esempio nella celeberrima versione del Coro della SAT e degli Alpini) le strofe risultano modificate e la canzone ristretta.
Riportiamo qui di seguito il testo della versione completa.
 
Venti giorni sull'Ortigara
senza il cambio per dismontar;
ta pum ta pum ta pum
ta pum ta pum ta pum
 
Quando poi ti discendi al piano
battaglione non hai più soldà;
ta pum ta pum ta pum
ta pum ta pum ta pu.
 
Quando sei dietro a quel mureto
soldatino non puoi più parlar
ta pum ta pum ta pum
ta pum ta pum ta pum

Ho lasciato la mama mia
l'ho lasciata per fare il soldà;
ta pum ta pum ta pum
ta pum ta pum ta pum
 
Dietro il ponte, un cimitero
cimitero di noi soldà;
ta pum ta pum ta pum
ta pum ta pum ta pum
 
Cimitero di noi soldati
forse un giorno ti vengo a trovar.
ta pum ta pum ta pum
ta pum ta pum ta pum.
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