Home | Rubriche | Centenario della Grande Guerra | Che fine hanno fatto i generali al termine della Grande Guerra?

Che fine hanno fatto i generali al termine della Grande Guerra?

3. Francia: i marescialli Henri-Philippe-Omer Pétain e Ferdinand Foch

image

>
Due furono i generali francesi destinati a passare alla storia, Pétain e Foch.
Henri-Philippe-Omer Pétain fu un generale molto amato durante la prima guerra mondiale. Poi, nominato a capo del governo collaborazionista di Vichy dal 1940 al 1944 in seguito al Secondo armistizio di Compiègne, fu processato per collaborazionismo.

Ferdinand Foch fu un generale dotato di grande spirito offensivo, capace di progettare ambiziose operazioni strategiche spesso rivelatesi impraticabili nella realtà concreta della guerra di trincea. Ma venne considerato l'artefice della vittoria e raggiunse grande prestigio in tutto il mondo dopo la fine della guerra.


 
 Pétain 
Henri-Philippe-Omer Pétain nacque a Cauchy-à-la-Tour il 24 aprile 1856.
Si arruolò a vent'anni e fu addestrato presso l'École spéciale militaire de Saint-Cyr, accademia militare in cui studiò senza particolarmente eccellere.
Ebbe diversi comandi, nessuno dei quali su teatro operativo, sebbene all'epoca coloniale vi fosse necessità di giovani ufficiali sui diversi fronti militari.
Fu assegnato nel 1900 alla scuola di tiro di Châlons ed entrò in contrasto con il direttore, promuovendo una dottrina focalizzata sulla precisione anziché sul volume di fuoco.
L'anno successivo fu docente aggiunto presso la scuola di guerra ed entrò in contrasto con Ferdinand Foch il quale, considerato in quel periodo il teorico di maggior valore dell'esercito francese, era seguace delle teorie offensiviste di von Clausewitz e fu l'autore de «I principi della guerra» e «La condotta della guerra»». Nonostante questo fu poco dopo nominato docente ordinario di tattica di fanteria, insegnando dal 1904 al 1907 e dal 1908 al 1911.
In questo ruolo fu uno degli artefici di una piccola rivoluzione, ribaltando insieme con Foch l'impostazione squisitamente difensivista delle truppe appiedate, in forza di una teoria tattica che sino dal 1867 legava i comandi a un uso poco utile e molto sanguinoso dei fanti.
In un'epoca nella quale la fanteria era ancora l'Arma di più decisivo rilievo, Pétain propugnò un impiego più aggressivo delle forze, teorizzando che solo l'offensiva poteva produrre vittoria.
Altre sue elaborazioni contestavano la disposizione, introdotta in una codificazione del 1901, di eseguire grandi cariche alla baionetta.
 
Nel 1912, ad Arras, fu il primo comandante di un sottotenente di fresca nomina, cui la carriera e la fama avrebbero arriso in modo non meno significativo: Charles de Gaulle.
Nel 1913 si rese assai impopolare fra le alte gerarchie dell'esercito esprimendo pesanti critiche su un infelice attacco disposto dal generale Gallet, condotto alla baionetta contro postazioni di mitragliatrici dagli esiti cruenti.
Descrisse anzi quell'ordine come esempio negativo di uno degli errori tattici che non si dovevano mai più commettere. Proponeva la manovra e la mobilità delle truppe, contro la staticità imposta dagli alti comandi.
Nel luglio del 1914, cinquantottenne colonnello, gli fu rifiutata la nomina a generale e meditò di congedarsi, quando scoppiò la prima guerra mondiale.
Comandante di brigata, ottenne buoni risultati in Belgio, salendo via via di grado sino a generale di corpo d'armata.
Guadagnò un forte ascendente sulle truppe, mostrandosi, in maniera innovativa, particolarmente attento a risparmiare quanto più possibile le vite dei soldati.
 
Nel febbraio del 1916 fu a Verdun responsabile del fronte francese in una battaglia cruciale, dove arrestò l'avanzata tedesca.
Oltre all'eroica resistenza del forte di Vaux e del suo pluridecorato comandante Raynal, il carisma di Pétain e il suo acume strategico furono fra i fattori decisivi.
Il 1º maggio Pétain fu sostituito dal generale Nivelle al comando della 2ª Armata.
Nivelle, meno attento alla salvaguardia delle sue truppe, era un promettente comandante in capo delle armate francesi e sostituì in questa funzione Joseph Joffre, mentre a Pétain veniva offerta la carica, creata appositamente per lui, di capo di stato maggiore generale.
 
All'alba del 16 aprile 1917, agli ordini di Nivelle, ebbe inizio la battaglia dello Chemin des Dames, seconda battaglia dell'Aisne, che ben presto si rivelò una disastrosa disfatta, capace di costare centomila perdite nella sola prima settimana e trecentocinquantamila complessive, per un guadagno di terreno del tutto irrisorio e insignificante.
Pétain fu urgentemente chiamato a sostituire Nivelle, nel frattempo inviato nelle colonie africane.
 
Con fatica Pétain ristabilì un certo morale, placò buona parte del malcontento e ripristinò la lealtà gerarchica, facendo eseguire, malgrado pesanti pressioni politiche, solo una parte delle fucilazioni.
Ma più di tutto a tranquillizzare e confortare i soldati poté la riconquista dello Chemin des Dames, rapidamente ottenuta con minime perdite e rischi contenutissimi.
 
Pétain vantava però illustri detrattori in Foch, Joffre e Clemenceau, che lo accusarono di disfattismo e di scarsa propensione all'attacco.
Divenuto di fatto coordinatore delle truppe alleate, fu però da questi ignorato proprio quando proponeva un mortale affondo alla Germania, che sarebbe stato alla portata degli Alleati e di facile successo.
Invece di attaccare, si prese la decisione di accettare la richiesta di armistizio.
 

 
Nominato il 19 novembre 1918 Maresciallo di Francia (foto qui sopra), fu eletto membro de l'Académie des sciences morales et politiques e il 14 settembre 1920 poté finalmente sposare Eugénie Hardon, la cui mano aveva fiduciosamente chiesto nel 1901.
In seguito combatté ancora in Marocco, nel 1925-1926, a capo di una coalizione franco-spagnola composta da circa 350.000 uomini, contro i berberi di Abd el-Krim che lottavano contro il colonialismo nel Rif.
La vittoria fu ottenuta grazie anche all'impiego di armi chimiche.
 
Il 20 giugno 1929 Pétain fu eletto all'unanimità all'Accademia di Francia.
Fu ministro della Guerra dal 9 febbraio all'8 dicembre 1934, sotto la presidenza di Gaston Doumergue. Estromesso in occasione di un rimpasto la sua popolarità crebbe notevolmente e.
Nominato presidente del Conseil supérieur de la guerre, organo analogo all'italiano Consiglio Supremo di Difesa, in tale veste avallò stavolta scelte strategiche di indirizzo difensivista, contro de Gaulle che proponeva invece un rafforzamento delle potenzialità offensive, ad esempio mediante l'adozione massiccia del carro armato; sostenne perciò Joffre e la sua Linea Maginot.
 

 
La Francia di Vichy
Il 2 marzo 1939 fu ambasciatore in Spagna presso il caudillo Francisco Franco, e ivi restò nei primi mesi della Seconda guerra mondiale, fino alla rottura del fronte operata dai tedeschi nel maggio 1940.
Pétain fu allora richiamato in patria e nominato vicepresidente del Consiglio sotto Paul Reynaud. Poco dopo, il 14 giugno, la Francia fu occupata e le istituzioni dovettero rifugiarsi a Bordeaux. Due giorni dopo Reynaud si dimise, indicando in Pétain, convinto sostenitore dell'opportunità di richiedere un armistizio, il suo ideale successore.
Il presidente della repubblica Albert Lebrun gli affidò l'incarico, salutato da Charles Maurras come una «divine surprise».
Il 22 giugno la Francia sottoscrisse l'armistizio a Rethondes.
 
Il 29 giugno la cittadina di Vichy, in territorio non occupato, fu scelta come sede del nuovo governo. Il 10 luglio le Camere riunite presso il casinò di Vichy conferirono a Pétain pieni poteri per la redazione di una nuova costituzione.
Dello Stato «collaborazionista» egli fu Primo Ministro fino al 18 aprile 1942 (giorno in cui cedette l'incarico a Pierre Laval), guidando ben cinque gabinetti, e fu Capo dello Stato fino al 1944.
 
Con la liberazione della Francia Pétain fu deportato in Germania, a Sigmaringen, e solo alla fine della guerra, il 24 aprile 1945, si costituì alla frontiera svizzera per essere processato.
Fu accusato di tradimento e di collaborazione col nemico. Gli fu quindi intentato un processo che sotto certi aspetti fu caratterizzato da vistose lacune della Giustizia.
Durante il processo Pétain sostenne di essersi «sacrificato per la Francia», asserendo che senza la sua azione l'intero territorio transalpino sarebbe finito nelle mani dei tedeschi, con conseguenze ancor peggiori per i cittadini.
 
Pétain si espresse così prima del verdetto.
«Nel corso di questo processo io ho voluto mantenere volontariamente il silenzio, dopo aver spiegato al popolo francese le ragioni di tale atteggiamento. La mia unica preoccupazione, la mia unica cura, è stata di rimanere insieme ad esso sul suolo di Francia secondo la mia promessa, per tentare di proteggerlo e attenuare le sue sofferenze. Qualunque cosa accada, il popolo non lo dimenticherà. Esso sa che io l'ho difeso come ho difeso Verdun. Signori giurati, la mia vita e la mia libertà sono nelle vostre mani, ma il mio onore, io lo affido alla Patria. Disponete di me secondo coscienza. La mia non ha nulla da rimproverarmi, poiché durante una vita già lunga, giunto alla mia età e alle soglie della morte, affermo che non ho altra ambizione, che quella di servire la Francia.»
 
La linea della difesa non fu convincente ed egli venne condannato a morte, ma la pena fu commutata nel carcere a vita da Charles De Gaulle.
Fu internato a 89 anni a L'Île-d'Yeu, dove morì sei anni dopo, ricevendo - in punto di morte - il rifiuto da parte del governo francese alla sua richiesta d'accoglimento delle proprie spoglie presso l'ossario di Verdun.
Nel secondo dopoguerra Pétain divenne un simbolo per l'estrema destra francese (ruolo che ancora gli viene attribuito, seppur in misura minore), essendo il punto di riferimento non solo dei nostalgici del suo governo, ma anche dei giovani nazionalisti.
Pétain verrà tumulato nel cimitero di Port-Joinville, la principale località di L'Île-d'Yeu.
 

 
 Foch 
Ferdinand Foch nacque nel 1851 a Tarbes, città ai piedi dei Pirenei, da famiglia benestante (il padre era funzionario statale), fervente cattolica, di origine basca-alsaziana.
Allo scoppio della guerra franco-prussiana, nel 1870, abbandonò l'istituto gesuita che stava frequentando a Metz per arruolarsi in fanteria.
La guerra finì con la sconfitta francese, prima che potesse partecipare ai combattimenti, e Foch completò gli studi nella Metz occupata dalle truppe prussiane. L'odio antitedesco ed il sentimento di revanche non lo abbandonarono mai da allora.
 
Nell'ottobre 1871 entrò a École polytechnique, quindi alla scuola di applicazione di artiglieria (1875); entrò quindi in servizio presso il 24º Reggimento artiglieria di stanza a Tarbes, frequentando la scuola di applicazione di cavalleria, e nel 1885 si iscrisse all'École de Guerre, la principale scuola di guerra francese, e centro della élite militare del tempo.
Nel 1895 diventò professore della stessa scuola.
Dalla cattedra Foch predicò con grande efficacia la dottrina dell'attacco e dell'offensiva a oltranza, affermando che lo spirito aggressivo, il coraggio (cran) e lo slancio vitale (élan vital) dei soldati francesi fossero i fattori determinanti nel raggiungimento della vittoria.
Diventò direttore dell'École nel 1908. Nel 1910, in tale veste e su invito di Nicola II, compì un viaggio in Russia, ad assistere alle manovre dell'esercito zarista, durante il quale ebbe modo di valutare le condizioni economiche e militari dell'alleato d'oriente.
 
Nel 1911 prese il comando della 14ª Divisione, nel 1912 quello dell'VIII Corpo d'armata e nell'agosto 1913 quello del XX Corpo d'armata di stanza a Nancy formato da soldati reclutati in Lorena.
La sua carriera sul campo fu altrettanto veloce e brillante. Allo scoppio della Prima guerra mondiale era sempre al comando del XX corpo d'armata che prese parte, alle dipendenze della 2ª Armata, alla battaglia delle frontiere combattendo nei violenti e sanguinosi scontri in Lorena.
I soldati del XX corpo d'armata dovettero ripiegare verso Nancy, pur mantenendo la coesione grazie anche alle capacità dimostrate durante la ritirata dal generale.
 
Foch dimostrò grande tenacia durante la campagna di Lorena, sicché il 27 agosto gli fu assegnato il comando della nuova 9ª Armata, che prese parte dal 6 settembre alla Prima battaglia della Marna.
Le truppe di Foch furono impegnate nei duri combattimenti nelle paludi di Saint-Gond, rischiando di essere sbaragliate.
Il generale Foch, dimostrando determinazione e tenacia, riuscì alla fine a fermare i tedeschi, ed a raggiungere il successo nel suo settore, contribuendo alla vittoria finale francese sulla Marna, decisiva per l'esito complessivo della guerra.
 

 
Dopo aver servito brevemente sul fronte italiano venne nominato, con il determinante sostegno di Georges Clemenceau, comandante in capo delle truppe francesi nel marzo 1918, in un momento critico per la Francia, che vedeva Parigi minacciata dall'imponente (e ultima) offensiva tedesca.
La controffensiva coordinata da Foch di inglesi, statunitensi e francesi ebbe successo (Seconda battaglia della Marna, luglio 1918) e i tedeschi iniziarono una lenta ritirata che si sarebbe conclusa con lo sfondamento del loro fronte nel novembre 1918.
Foch ebbe un ruolo cruciale nella vittoria alleata e nella conseguente Conferenza di Parigi, che avrebbe portato alla stipula del Trattato di Versailles, anche se le sue tattiche clausewitziane, estese sin dall'inizio del conflitto a tutte le truppe alleate, portarono a perdite ingentissime e spesso evitabili.
 
Durante il dopoguerra osservò, con notevole lungimiranza, che quella firmata a Versailles con la Germania «Non è pace. È un armistizio di vent'anni» date le condizioni poste agli sconfitti.
Morì nel 1929 a Parigi.

GdM

Si ringrazia Wikipedia per le note e le fotografie.


Condividi con: Post on Facebook Facebook Twitter Twitter

Subscribe to comments feed Commenti (0 inviato)

totale: | visualizzati:

Invia il tuo commento comment

Inserisci il codice che vedi sull' immagine:

  • Invia ad un amico Invia ad un amico
  • print Versione stampabile
  • Plain text Versione solo testo

Pensieri, parole, arte

di Daniela Larentis

Parliamone

di Nadia Clementi

Musica e spettacoli

di Sandra Matuella

Psiche e dintorni

di Giuseppe Maiolo

Da una foto una storia

di Maurizio Panizza

Letteratura di genere

di Luciana Grillo

Scenari

di Daniele Bornancin

Dialetto e Tradizione

di Cornelio Galas

Orto e giardino

di Davide Brugna

Giovani in azione

di Astrid Panizza

Nella botte piccola...

di Gianni Pasolini

Campi da golf

di Francesco de Mozzi

Storia dell'Autonomia

di Mauro Marcantoni

Cartoline

di Bruno Lucchi

Amici a quattro zampe

di Fabrizio Tucciarone