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Che fine hanno fatto i generali al termine della Grande Guerra?

4. Italia – Prima parte: i Marescialli d'Italia Enrico Caviglia e Gaetano Giardino

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Una statua del generale Enrico Caviglia.

Abbiamo deciso di dedicare più spazio alla storia dei generali italiani che combatterono nella Grande Guerra.
Gli articoli saranno quattro, così formulati.
Il primo, quello che pubblichiamo oggi, riporta la storia dei generali Enrico Caviglia e Gaetano Giardino. Meno conosciuti, forse, ma certamente importanti e soprattutto popolari sia presso i propri soldati che nel Paese di allora.
La prossima volta daremo spazio al Duca D’Aosta che comandò l’invitta Terza Armata e allo sfortunato generale Capello, l’unico a non avere un futuro felice come gli altri generali nel dopoguerra.
Nella terza puntata parleremo dei due generali italiani più importanti della Grande Guerra, Luigi Cadorna e Armando Diaz.
Infine dedicheremo l’ultimo capitolo al generale Pietro Badoglio, l’unico che scrisse importanti pagine di storia anche nella Seconda Guerra Mondiale.
Cominciamo quindi da Caviglia e Giardino.
 

 
 Caviglia 
Enrico Caviglia era nato a Finalmarina (Savona) il 4 maggio 1862.
Nel 1877 ottenne l'accesso al Collegio Militare di Milano, denominato oggi Scuola Militare «Teulié».
Entrò nell'Accademia militare di Torino nel 1880 uscendone tre anni dopo col grado di Sottotenente d'artiglieria.
Divenuto tenente, fu inviato in Eritrea dal 1888 al 1889. Al ritorno in Italia, nel 1890 frequentò per un biennio la Scuola di Guerra ottenendo il grado di capitano nel 1893 e facendo il suo ingresso nello Stato Maggiore dell'Esercito.
Nuovamente spedito in Eritrea nel 1896, in occasione della campagna d'Africa Orientale prese parte alla battaglia di Adua, dove l’Italia perse clamorosamente contro il Negus Menelik.
 
Mel 1903 il Capo di Stato Maggiore Tancredi Saletta lo scelse come addetto militare straordinario presso Tokyo con il compito di seguire l'imminente guerra russo-giapponese e, una volta terminato il conflitto, lo assegnò in pianta stabile al ruolo di addetto militare a Tokyo e Pechino fino al 1911.
Caviglia, nel corso della sua permanenza in Asia, venne nominato tenente colonnello e aiutante onorario di campo del Re (1908), mentre sviluppò un grande interesse verso le civiltà locali, dedicandogli anche una produzione saggistica.
Trascorso nel 1912 un breve periodo in Libia, da incaricato delle trattative per lo sgombero delle truppe turche e la pacificazione di Arabi e Berberi alla fine della guerra italo-turca, entrò da vice direttore all'Istituto Geografico Militare di Firenze l'anno dopo e nel 1914 diventò colonnello.
 
Nell'estate 1915, poco dopo lo scoppio della Prima guerra mondiale, ottenne il grado di maggior generale.
Con la Brigata Bari combatté sul Carso e in Trentino affrontando l'offensiva austriaca del 1916 e guadagnando la Croce di Cavaliere dell'Ordine Militare di Savoia.
Nel giugno del 1917 fu promosso generale di corpo d'armata per meriti di guerra e il mese successivo, al comando del XXIV Corpo d'armata, ottenne un'importante vittoria nella battaglia della Bainsizza, che però fu limitata negli effetti da problemi logistici.
Nel corso della battaglia di Caporetto il suo reparto fu solo marginalmente interessato dall'attacco degli eserciti degli Imperi Centrali.
Caviglia riuscì ad evitare la cattura, oltre che delle proprie, anche di altre truppe tra cui tre divisioni precedentemente agli ordini di Pietro Badoglio, conducendole dall'Isonzo al Tagliamento e quindi sul Piave.
Per il suo comportamento durante la ritirata e la precedente difesa proprio sull'Isonzo ricevette la Medaglia d'Argento al Valor Militare.
Tuttavia lo stesso Badoglio, nel frattempo promosso Sottocapo di Stato Maggiore dell'Esercito, sciolse il Corpo d'armata di Caviglia per ricostituire gli organici del proprio.
Caviglia, nel suo libro sulla Prima guerra mondiale intitolato La dodicesima battaglia: Caporetto criticò molto duramente questa ed altre decisioni prese da Badoglio.
 
Nel gennaio 1918 fu nominato Membro supplente del Consiglio dell'Ordine Militare di Savoia e successivamente comandò l'artiglieria che, a partire dal giugno di quell'anno, combatté sull'altopiano di Asiago e in seguito sul Piave.
Alla guida, ottenuta per meriti di guerra, dell'8ª Armata svolse un ruolo fondamentale nella risolutiva battaglia di Vittorio Veneto.
Concluse le ostilità re Giorgio V del Regno Unito lo ordinò Commendatore dell'Ordine del Bagno ed acquisì il titolo di Sir.
Nell'immediato dopoguerra (1919) Caviglia fu nominato Senatore del Regno, ricoprì l'incarico di Ministro della Guerra nel primo governo Orlando e ricevette l'onorificenza di Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Militare di Savoia.
In conseguenza del protrarsi dell'occupazione iniziata il 12 settembre da parte di nazionalisti italiani guidati da Gabriele d'Annunzio della città di Fiume, l'allora Presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti designò Caviglia, già comandante dell'8ª Armata, commissario straordinario per la Venezia Giulia subentrando in questa funzione a Badoglio.
 
Quando nel 1920 fece ritorno al governo Giovanni Giolitti e fu concluso il Trattato di Rapallo, la successiva dichiarazione di guerra da parte dei legionari all'Italia ebbe come risposta prima un bombardamento e poi l'attacco della città da parte delle truppe agli ordini di Caviglia a partire dal 24 dicembre.
Le operazioni si conclusero il 31 con la resa degli occupanti, e la concomitanza di scontri armati con le festività natalizie vide d'Annunzio definire quei giorni Natale di sangue.
Accusato dai nazionalisti per i fatti accaduti a Fiume, si difese affermando di non essere stato informato in maniera corretta da Giolitti sulle concessioni verso la Jugoslavia.
Tale punto di vista verrà sviluppato nel suo libro Il conflitto di Fiume, la cui stampa sarà impedita dal regime fascista nel 1925 e che non avverrà che postuma, nel 1948, in una versione rimaneggiata dallo stesso generale.
 
Nei confronti del fascismo, dopo un'adesione sostanziale, ma priva di esplicite prese di posizione, dichiarò nel 1924 il ritiro del suo consenso non verso quelle da lui definite «le idee originali del fascismo», quanto sugli sviluppi seguenti e tale orientamento si concretizzò nella non conferma della fiducia al governo Mussolini.
Assieme ad altri generali, con l'eccezione di Badoglio, Caviglia si allontanò allora dalla scena politica.
Nel 1926 Mussolini gli conferì il grado di maresciallo d'Italia e nel 1930 il re Vittorio Emanuele III lo investì Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata. L'ultimo incarico ricevuto fu un'ispezione sulle Alpi nel 1939.
 
Nel fatidico 8 settembre 1943, Caviglia si trovava a Roma dove, per motivi «privati», avrebbe dovuto incontrare il Re. Come sappiamo, il sovrano era impegnato a organizzare la sua fuga dopo la firma dell’armistizio di Cassibile e l’appuntamento fu rinviato alla mattina dopo.
L’indomani però fu contattato dal generale Campanari, che lo informò che al Quirinale non c’era più nessuno. Decisero di incontrarsi.
A quell’incontro, cui presero parte altri generali, fu deciso di andare al Ministero della Guerra per capire cosa si sarebbe dovuto fare.
Il Ministro della Guerra Antonio Sorice li ricevette e cercò di mettersi in contatto con il Re e con Badoglio per ottenere l’autorizzazione di affidare a Caviglia il comando delle Forze Armate in quel delicatissimo momento.
Non ottenne nessuna risposta e Caviglia, senza alcun mandato ufficiale, fu delegato a trattare con Albert Kesserling per trovare una soluzione non cruenta per la Capitale in assenza dei vertici.
Il 10 settembre, a Caviglia non rimase che accettare l’ultimatum di Kesserling. Nella capitale le truppe furono disarmate e Roma fu dichiarata Città aperta.
Celebri le parole usate da Caviglia a colloquio col feldmaresciallo tedesco, il 13 settembre: «Voi vedete com'è ridotta l'Italia: come Cristo alla colonna. Su di essa tutti possono sputare o schiaffeggiarla e batterla».
 
Quando si costituì la Repubblica Sociale Italiana, Mussolini pensò di nominarlo capo dell'esercito repubblicano ma Pavolini e Buffarini Guidi gli fecero notare che era troppo anziano per un incarico così gravoso e il Duce cambiò rapidamente idea.
Caviglia fece ritorno a Finale Ligure, dove morì poco prima di un mese dalla fine dei combattimenti e fu sepolto nella basilica di San Giovanni Battista in Finale Ligure Marina.
La salma fu trasferita nel 1952 nella torre di Capo San Donato, in cui è sepolta anche la figlia.


 
 Giardino 
Gaetano Ettore Stefano Giardino era nato a Montemagno d’Asti il 24 gennaio 1864.
Entrò nell'esercito all'età di diciassette anni, il 18 marzo 1881. Uscì dall'Accademia come sottotenente il 4 settembre 1882 e venne destinato all′8º Reggimento bersaglieri.
Tre anni dopo venne promosso tenente, e chiese il trasferimento alle colonie africane, trasferimento ottenuto il 12 febbraio 1889, destinazione Eritrea, inquadrato nel Battaglione Bersaglieri Autonomo, ma dal 16 dicembre fu assegnato al comando di zona di Cheren, per passare successivamente ai battaglioni di fanteria indigena.
Nel 1894, a Cassala, il tenente Giardino guadagnò una Medaglia d'Argento al Valor Militare e la promozione a capitano. L'esperienza africana si concluse il 7 ottobre 1894, poco dopo la presa di Cassala.
Rimpatriato prestò servizio al 6º Reggimento bersaglieri come capitano. A partire dal 1898 frequentò la Scuola di Guerra, passando dall'arma di fanteria al Corpo di Stato Maggiore.
 
Il 29 settembre 1904 fu promosso maggiore e il 30 giugno 1906 tenente colonnello. In questo periodo fu Capo di Stato Maggiore della Divisione di stanza a Livorno e dal giugno 1910 di quella di stanza a Napoli.
Nel corso della guerra russo-giapponese scrisse diversi articoli sulla Rivista Militare commentando gli avvenimenti in Estremo Oriente.
All'atto della mobilitazione per la guerra di Libia, il 9 ottobre 1911 partì per l'Africa Settentrionale.
Fu sottocapo di stato maggiore nel Comando del Corpo di Spedizione, sotto il generale Carlo Caneva. Nel gennaio 1912 fu inviato in missione a Roma dal generale Caneva per chiarire alle autorità politiche, insoddisfatte per l'andamento delle operazioni, le difficoltà incontrate in Libia dal Corpo di Spedizione: questo incarico gli fornì per la prima volta visibilità da parte degli ambienti politici della capitale.
Fu costretto a rientrare in Italia il 5 giugno 1912 a causa di una malattia contratta in servizio.
Il successivo 8 agosto fu trasferito al comando del IV Corpo d'armata, diventando capo di stato maggiore dopo la promozione a colonnello, ottenuta il 4 gennaio 1914.
 
Il 15 luglio 1915 diventò capo di stato maggiore della 2ª Armata, sotto il generale Pietro Frugoni, diventando generale il 31 agosto dello stesso anno. Il 22 maggio 1916 fu trasferito, con lo stesso incarico, alla 5ª Armata, all'epoca in via di costituzione, passando il 26 giugno successivo al comando della 48ª divisione di fanteria, schierata di fronte a Gorizia.
Promosso tenente generale per meriti di guerra il 5 aprile 1917, fu proposto da Luigi Cadorna come Ministro della Guerra in seguito alla crisi del gabinetto Boselli, al posto del collega Paolo Morrone.
Fu ministro dal 16 giugno 1917 fino alla caduta del governo, causata dalla rotta di Caporetto; cinque giorni dopo l'assunzione del dicastero venne nominato anche senatore del regno.
Dopo la caduta del governo rientrò nell'Esercito, essendo assegnato l'8 novembre 1917 al nuovo Comando Supremo, tenuto dal generale Diaz, come sottocapo di stato maggiore, insieme al collega Badoglio.
In quella situazione ebbe diversi attriti con il collega (meno anziano di lui), inoltre non si riconosceva nelle nuove linee guida volute da Diaz.
Per questi motivi fu inviato a Versailles, al Consiglio Interalleato, in sostituzione di Cadorna il 7 febbraio 1918.
Rientrò dall'incarico dopo solo due mesi, venendo assegnato il 24 aprile 1918 al comando della 4ª armata.
 
La 4ª armata aveva un compito fondamentale per tutto lo schieramento italiano, cioè quello di difendere il massiccio del Grappa, che rappresentava l'ultimo ostacolo naturale fra il fronte e la pianura veneta.
Giardino, nel suo nuovo incarico si preoccupò di incrementare le difese del monte, ma anche di migliorare le comunicazioni e, soprattutto, le condizioni di vita delle truppe che difendevano la posizione, sia in trincea sia nei periodi di riposo.
Giardino, nel campo dell'impiego tattico delle truppe, si preoccupò di innovare i metodi di combattimento. Questa preparazione delle truppe su istruzioni tattiche più moderne fu salutare nel corso della battaglia del solstizio, quando il fronte, dopo un iniziale sbandamento, fu ripristinato utilizzando il 9º reparto d'assalto, comandato dal maggiore Giovanni Messe e all'azione congiunta delle artiglierie della 4ª e della 6ª armata.
Nel corso della battaglia di Vittorio Veneto l'Armata del Grappa si batté nelle operazioni che si svolsero dal 24 al 29 ottobre 1918, perdendo 25.000 uomini.
 
Nell'ambito delle attività tese a sollevare il morale delle truppe alle sue dipendenze si preoccupò di diffondere la canzone del Grappa.
La nascita della canzone fu dovuta al comandante del IX corpo d'armata, generale De Bono che nella sede del comando del corpo, si mise al piano per creare un motivo semplice e di facile memorizzazione.
Il 4 agosto ebbe l'ordine da Giardino di far cantare, in occasione della festa dell'armata, la canzone dal ritornello «Monte grappa tu sei la mia Patria», il giorno successivo fu presentato il testo definitivo, in decasillabi, musicato dal maestro Antonio Meneghetti.
La canzone venne eseguita per la prima volta il 24 agosto, per la festa della 4ª armata (che da quel momento fu nota come Armata del Grappa) da un coro di soldati e scolari della scuola elementare di Rosà, alla presenza del sovrano e delle autorità militari italiane e alleate.
 

La tomba del generale Giardino sul Monte Grappa.
 
Dopo la fine della guerra richiese di essere esonerato dal comando della 4ª armata e richiese il congedo dall'esercito.
A partire dal dicembre 1918 riprese la sua attività da senatore del Regno, su posizioni militariste e autoritaristiche.
Il 21 dicembre 1919 fu richiamato in servizio e dal 5 gennaio 1922 fece parte del Consiglio dell'esercito con Diaz, Caviglia, Badoglio, Pecori Giraldi ed Emanuele Filiberto di Savoia duca d'Aosta.
Il 26 giugno dello stesso anno fu designato al comando di un'armata.

All'atto della marcia su Roma era al comando dell'armata di stanza a Firenze e non risulta che abbia avuto rapporti con le squadre che mossero da quella città.
Dal 16 settembre 1923 fu governatore della città di Fiume, in attesa dell'annessione della città all'Italia.
Il 27 aprile 1924 lasciò tale incarico a favore del governo della città, ormai divenuta italiana.
Il 17 giugno 1926 venne nominato Maresciallo d'Italia e il 31 dicembre 1929 ebbe il Gran Collare dell'Annunziata.
 
Nel 1927 si ritirò a Torino dedicandosi a studi storici e pubblicando diversi volumi di memorie sulle sue esperienze nel corso della prima guerra mondiale, spesso destinati ad esaltare le azioni dei suoi «soldatini».
L'ultimo suo intervento pubblico avvenne il 23 settembre 1935, in occasione dell'inaugurazione dell'ossario di Cima Grappa.
Morì a Torino il 21 novembre 1935.
Il 4 agosto 1936, giorno delle celebrazioni annuali a Cima Grappa, la salma venne portata, su un affusto di cannone, all'ossario dove ebbe la tumulazione definitiva.
In suo onore fu eretta una statua che domina il viale centrale di Bassano del Grappa.

GdM
 
Si ringraziano Wikipedia per le note e il Museo Storico del Trentino per la foto del generale Giardino.

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