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Giorno della memoria: «L’Oro di Mori» – Di Maurizio Panizza

La storia del dott. Riccardo Grigolli che nel corso della Seconda Guerra Mondiale salvò una famiglia ebrea rischiando la vita. Il racconto del nipote Germano, 90enne

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Da molti secoli l’antico casato dei Grigolli affonda le radici nella comunità di Mori e in quelle dei territori vicini.
Basterebbe scorrere l’albero genealogico di famiglia per capire come, nel tempo, la storia dei suoi componenti (nobili del Sacro Romano Impero sin dal 1600) si sia incrociata per matrimonio con altri casati ugualmente importanti della borgata, come ad esempio quello dei baroni Salvotti o dei baroni Salvadori de Wiesenhof.
Ma non solo. I Grigolli possono vantare fra le proprie fila pure una camicia rossa, tale Andrea, morto a 59 anni nel 1878, quattro anni prima della scomparsa di Garibaldi, agli ordini del quale partecipò ad alcune delle sue guerre di conquista.
Agli inizi del Novecento - periodo in cui prende origine la storia di cui vogliamo raccontare - a Mori i rami dei Grigolli sono rappresentati da quattro linee distinte. Fra queste, a noi interessa quella di Germano (1860-1931) perché è da lì che discenderanno, poi, sia il protagonista che il testimone di questa vicenda.
Partiamo allora dal capostipite che all’epoca è sposato con Margherita Grigolli (una sua cugina) e che da lei ha avuto sei figli: una femmina e cinque maschi.
Di questi ultimi, due moriranno bambini, mentre gli altri - Bruno, Riccardo e Ermino - entreranno a pieno titolo nella storia famigliare perché se i primi due verranno avviati agli studi universitari (cosa rara a quell’epoca), a Erminio toccherà invece di portare avanti la grande azienda agricola, orgoglio della famiglia Grigolli.
Da Erminio, infine, discenderanno quattro figli e, fra questi, pure un altro Germano - il prezioso testimone della nostra vicenda - oggi 90enne, molto conosciuto, assieme al figlio Bruno e al nipote Marco, per i pregiati vini che la loro cantina di Mori Vecchio produce.
Fin qui, dunque, la premessa. Ora la storia.
 

Germano Grigolli, il testimone di oggi.
 
Tutto inizia con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale che coglie i due giovani sudtirolesi, Bruno e Riccardo, ancora studenti all’Università di Padova: il primo in Ingegneria, il secondo in medicina.
Cresciuti in quegli anni in ambienti culturali irredentisti, quando il 28 luglio del 1914 l’Austria-Ungheria entra in guerra, Bruno ha 26 anni, mentre Riccardo appena 20.
Pochi giorni dopo arriva per loro la chiamata alle armi, ma i due fratelli senza esitazione decidono di disertare e di partire da Mori per raggiungere il Regno d’Italia.
Di Riccardo abbiamo un documento del Ministero della Guerra che testimonia del suo fortunoso passaggio, attraverso le montagne, al di là della frontiera.
Così si legge: «Il volontario Riccardo Grigolli è arrivato in Italia il 15 settembre 1914 attraversando di notte il Monte Baldo e arrivando al confine di Bocca di Navene. Successivamente, con l’inizio delle ostilità, il 25 maggio 1915 è stato arruolato nel Regio Esercito».

Riccardo Grigolli in divisa.

Da quella data, che segna l’entrata nel conflitto anche dell’Italia, i due fratelli vengono inviati in zona di guerra e ben presto nominati entrambi sottotenente: Bruno, nei lagunari, di stanza sul Tagliamento; Riccardo, nella fanteria sul fronte del Tirolo Meridionale (Trentino).
Qui il 16 maggio del 1916, mentre Riccardo si trova a Verona inviato a ritirare la paga per il suo reparto, Damiano Chiesa è catturato a Costa Violina, sopra Rovereto.
Così Riccardo scrive in una lettera datata 1 giugno 1916: «Particolari non ne posso dire. Due nostri fratelli sono caduti: Perotti Mario, di Avio e Damiano Chiesa, figlio del deputato di Rovereto. Chiesa, come me, faceva parte della 37ª divisione. Il suo nome di guerra era Angelotti».

Abbiamo voluto raccontare questo episodio per inquadrare Riccardo Grigolli, il protagonista di questa storia, prima di fare un salto in avanti nel tempo.
Finita la Prima Guerra Mondiale, i due fratelli torneranno alla vita civile molto provati da ciò che avevano visto, ma per fortuna sani e salvi.
 

1925. In gita al rifugio Padova sulle montagne bellunesi. Riccardo lo si vede in camicia bianca, vicino alla bandiera del Club Alpino Italiano.
 
Bruno, ingegnere, avrà in seguito quattro figli fra cui Giorgio (1927-2016), futuro Presidente della Provincia Autonoma di Trento. Riccardo, invece, si specializzerà in dermatologia e malattie veneree venendo inviato in diverse sedi, prima a Belluno come direttore del dispensario celtico comunale (ovvero, responsabile delle case di tolleranza), poi come primario di clinica dermosifilopatica presso l’Ospedale di Vicenza, dove rimarrà fino al pensionamento.
Lui non si sposò mai, ma da quanto racconta oggi Germano, suo zio Riccardo fu sempre un gentiluomo, una specie di casanova a cui non mancarono mai le belle donne.
Aneddoti, in tal senso, se ne potrebbero riferire diversi, ma per rispetto dei protagonisti crediamo sia il caso di soprassedere.
Dunque, un latin lover, come lo chiameremmo oggi, ma anche un personaggio fin da ragazzo fuori dal comune, onesto, generoso, determinato e avventuroso.
 

In primo piano, a destra, col cappello in mano, Riccardo Grigolli.
 
Si pensi, ad esempio, che dopo la Prima Guerra, non appena finiti gli studi in medicina, Riccardo comunicò in famiglia la sua intenzione di fare il giro del mondo. Ovviamente nessuno diede credito a quel proposito talmente strano per quei tempi che si pensò semplicemente a una battuta scherzosa.
Se non che, dopo alcuni giorni, il giovane acquistò una Fiat 501 usata, e una mattina - per davvero - salutò tutti e partì all’avventura per il suo lungo viaggio, come promesso.
A posteriori, tuttavia, non si seppe mai se quel giro del mondo fu poi veramente iniziato, come mai fu dato di sapere fin dove il giovane semmai arrivò. Qualcuno sussurrò che era stato accompagnato da alcuni amici e che era arrivato fino in Norvegia.
Di sicuro è che tornò a casa diversi mesi dopo senza rivelare nulla di quanto era successo, così come è certo che quella pazzia, fatta contro il volere della famiglia, gli costò cara, soprattutto nel momento in cui il padre lasciò scritte le sue ultime volontà.
Ma Riccardo era così, cuore e azione, per cui pare non se la prese più di tanto dedicandosi da lì in avanti con scrupolo e passione alla sua professione di medico.
 

Anni Venti. Riccardo Grigolli, in prima fila a destra, in compagnia di amici.
 
Fu negli anni in cui Riccardo soggiornò a Vicenza, più precisamente nei primi mesi del 1944, che accadde un fatto che Germano non dimenticherà mai.
La guerra infuriava e gran parte dell’Italia era ancora occupata dalle truppe del feldmaresciallo Albert Kesselring. Gli Alleati lentamente risalivano la Penisola e nel Nord del Paese il governo era in mano ai tedeschi attraverso lo Stato fantoccio della Repubblica Sociale Italiana.

 
Il dott. Riccardo Grigolli all'Ospedale di Vicenza negli anni '40, in occasione della visita del Vescovo.
 
«Una sera, era quasi notte, arrivò a Mori lo zio Riccardo in compagnia di un signore distinto, – racconta Germano. – Dopo essere entrati con l’auto nel cortile di casa, scesero con fare circospetto, come quello di chi ha qualcosa da nascondere.
«Guardandosi attorno, lo zio mi chiese di aiutarlo a scaricare una grossa cassa in ferro di colore verde scuro. Avevo allora quattrodici anni ed ero già un ragazzo robusto, tuttavia lo sforzo per sollevare quella cassa me lo ricordo ancora: il peso era enorme.
«Mentre l’accompagnatore misterioso rimaneva in cortile, a piccoli passi, uno dietro all’altro, noi portammo la cassa fin dentro casa – prosegue Germano – e a quel punto arrivò anche mio padre. Dopo che fu appoggiata su di un ripiano, lo zio Riccardo anticipò la mia curiosità e volle farci vedere cosa conteneva. Sollevò piano il coperchio e in quel momento sia io che mio padre rimanemmo letteralmente senza parole.
«L’interno - lo ricordo bene - era suddiviso in tre scomparti. Nei due più piccoli era contenuta un’infinità di oggetti d’oro, più precisamente in uno c’erano collane, braccialetti e anelli con pietre preziose; nel secondo, orologi da taschino di varie fogge e dimensioni con relative catene.
«Ma era il terzo scompartimento, quello che occupava più della metà della cassa, che mi fece rimanere di stucco. Fu proprio lì, che lo zio introdusse una mano estraendone un lingotto d’oro.
«Me lo passò e ricordo lo stupore nel sentire come quell’oggetto rettangolare, lungo una ventina di centimetri, pesasse molto più del piombo, ma diversamente da quello, luccicasse come mai avevo visto prima.»
 

Una cassa simile a quella portata a Mori da Riccardo Grigolli.
 
Ma di chi era quel tesoro? Era dello zio Riccardo? E perché mai l’aveva portato a Mori? È sempre Germano a rispondere, dopo che, incuriosito, gli chiediamo quanti fossero stati, a suo parere, quei lingotti d’oro.
«Erano sicuramente più di dieci – ci risponde – e secondo me pesavano almeno un chilo l’uno.»
Poi ci rivela il mistero che qui di seguito riassumiamo.
Allo zio Riccardo, primario a Vicenza, era stato presentato da poco un ebreo di nome Giulio Neiger, che all’epoca abitava in città, più precisamente in via Cimone.
Questo lo sappiamo perché dopo che Germano ci ha riferito questo nome, abbiamo avviato subito le nostre consuete indagini.
 
In un documento del 21 giugno 1940, inviato dalla Prefettura di Vicenza al Ministero dell’Interno, troviamo scritto di tre ebrei arrestati dalla polizia: uno di questi è proprio il Neiger, «rappresentante di commercio nato a Vienna nel 1898, ex polacco, apolide».
La Prefettura precisa che il Neiger «non ha precedenti sfavorevoli e non è ritenuto elemento di peculiare pericolosità. La famiglia, composta dalla moglie - pure di razza ebraica - e da tre figli, rispettivamente di 15, 12 e 4 anni, risiede in città».
 

La casa in cui abitava il dott. Grigolli a Vicenza, al nr. 4 di Via Riale.
 
Per meglio capire il perché di quell’arresto, è da ricordare che nel settembre del 1938 erano state promulgate in Italia le cosiddette «leggi razziali» che stabilivano, fra l’altro, drastici provvedimenti nei confronti dei cosiddetti «ebrei stranieri».
Ciò che salverà il Neiger è la circostanza che troviamo più avanti in quel documento, e cioè che «l’arrestato risiede nel Regno già da prima del 1919» e, dunque, non considerato fino a quel momento «ebreo straniero».
È così, che quattro giorni dopo, lui viene liberato, mentre gli altri due compagni di sventura sono caricati su di un treno e avviati ai campi di concentramento.
 
Ma torniamo a Mori, dal nostro testimone. Quel tesoro, ci svela Germano, apparteneva proprio a Giulio Neiger - il misterioso accompagnatore - ed era stato consegnato allo zio Riccardo perché lo nascondesse in un posto sicuro. Con molta probabilità l’oro contenuto nella cassa era quanto ricavato dalla vendita di tutti i beni di famiglia.
Margherita, sorella di Germano, che in quegli anni per motivi di studio visse con lo zio Riccardo a Vicenza, in una sua memoria del 2011 racconta che i Neiger alla fine del 1943 non si sentivano più sicuri in città. In effetti, dopo l’8 settembre era diventata drammatica la sorte di tutti gli ebrei i quali, immediatamente, si erano trovati soggetti alla spoliazione delle loro proprietà e alla deportazione.
Da qui, la decisione di mettere al sicuro tutto ciò che avevano prima di darsi alla clandestinità.
 

L'avvio di ebrei italiani ai campi di sterminio.
 
È in quei giorni che il dott. Grigolli, prendendosi a cuore le sorti di quella famiglia, decide di ospitarla in casa sua, nonostante ciò fosse molto pericoloso per lui, antifascista, già sottoposto a sorveglianza per via dei rapporti che manteneva con la Resistenza.
Questo ce lo rivela ancora una volta Margherita, nel suo scritto, quando racconta che l’ambulatorio di casa dello zio - specialista in malattie veneree - era frequentato ogni giorno da ufficiali tedeschi e fascisti che per le loro cure preferivano rivolgersi direttamente al suo studio privato piuttosto che farsi visitare in ospedale.
Un continuo via vai che fa scrivere a Margherita: «Ogni volta che suonava il campanello avevo una gran paura e ancora oggi mi pare di aprire la porta e vedermi davanti due stivali neri da nazista».
 
Per questo la situazione era diventata troppo rischiosa sia per lui che per i Neiger che stava proteggendo. Per tale motivo, dopo una ventina di giorni, Riccardo deciderà di chiedere aiuto alla Superiora delle Dame Inglesi di Vicenza, anche lei di origine trentina, la quale dopo molte insistenze alla fine accetterà di ospitare in convento tutta la famiglia.
«Quella sera, fui proprio io - racconta oggi Germano - a ricevere l’ordine da mio padre di prendere piccone e badile per iniziare in un angolo della stalla una buca. Non fu semplice, ma alla fine, dopo un bel po’ di tempo e essere arrivato a circa un metro di profondità, lo scavo per sotterrare la cassa era finalmente concluso. La calammo nella buca tenendola io e mio padre per le maniglie, mentre lo zio, alla porta, e fuori il Neiger, sorvegliavano che nessuno arrivasse, né che qualcuno potesse vedere la scena attraverso i vetri della stalla.»

 
Monte Biaena. Sullo sfondo si intravede Malga Grigolli, dove Riccardo trovò rifugio.
 
Rientrati a Vicenza il giorno seguente, Riccardo Grigolli sarebbe però tornato nuovamente a Mori qualche settimana dopo, molto preoccupato. Cosa era successo?
La rete di protezione che il primario godeva in città e che fino a quel momento aveva garantito il suo ruolo di collegamento con la Resistenza, aveva iniziato a sgretolarsi.
Qualche compagno era stato arrestato e al dott. Grigolli era giunto l’avvertimento di fuggire immediatamente perché il cerchio si stava stringendo attorno a lui.
Così, nascosto su di un’ambulanza del suo ospedale, da Vicenza attraverso la Valdastico era stato portato sino a Folgaria. Da qui, con mezzi di fortuna era giunto quindi in Val Lagarina. Ma nemmeno a Mori, a casa sua, poteva sentirsi al sicuro.
Molto probabilmente qualche dispaccio era giunto pure in Trentino, per cui non era prudente rimanere.
Prese, quindi, la decisione di salire in Val di Gresta dove per un periodo si nascose nella malga di famiglia, a pochi chilometri da Passo Bordala.
 

Aprile 1945. Gli Alleati risalgono il Lago di Garda.
 
Qui, talvolta, ospitava partigiani provenienti dalla zona di Riva del Garda, dove fino al giugno 1944 era stato attivo un forte nucleo di giovani antifascisti, poi stroncato tragicamente.
Di tanto in tanto veniva rifornito di viveri, ma poi, giunto l’inverno, era impossibile restare in malga, circondato da metri di neve. Decise quindi di spostarsi - non senza pericolo - a Ronzo Chienis, in un piccolo appartamento di sua proprietà. Nei primi mesi del 1945, tuttavia, Riccardo fu avvertito da un informatore che il suo covo in paese era stato scoperto.
In tutta fretta, appena qualche ora prima dell’irruzione dei soldati tedeschi, lasciò precipitosamente il suo nascondiglio riuscendo a trovare ospitalità nel paese di Nomesino, grazie all’aiuto del sindaco Beltrami.
Pochi giorni dopo, con l’avanzata degli Alleati lungo il Lago di Garda, l’esercito germanico iniziò la ritirata e nell’aprile 1945 finalmente la guerra ebbe termine. Per Riccardo Grigolli era la fine di un incubo e il momento di tornare al suo lavoro di medico.
 

Vicenza alla fine della guerra.
 
Così, anni dopo, scriverà la nipote Margherita nelle sue memorie: «Nel maggio del ’45, mio zio, con sua sorella Angela e con me, rientrò a Vicenza per riaprire l’ambulatorio e riprendere il suo posto di primario all’ospedale.
«In quell’avventuroso viaggio di ritorno portammo con noi pure la cassa dei Neiger, sperando di trovarli ancora vivi dopo che le vicissitudini della guerra avevano fatto interrompere ogni contatto con quella famiglia ebrea che avevamo nascosto l’anno prima in casa nostra.»
 
All’arrivo, i Grigolli trovarono Vicenza semidistrutta. Infatti, durante l’ultimo anno di guerra, la città aveva avuto numerose incursioni aeree da parte degli Alleati subendo ingenti danni e un elevato numero di vittime tra la popolazione civile.
«Se i Neiger non sono già morti in un campo di concentramento – pensarono – probabilmente saranno morti sotto i bombardamenti.»
Ma non era così. Andarono a cercarli e li trovarono ancora lì, nel convento delle Dame Inglesi, dove erano stati nascosti fino al momento della liberazione.
«Restituimmo la cassa – racconta Margherita – e in seguito rimase per qualche anno una certa corrispondenza fra le due famiglie, ma poi con il passare del tempo, morto Giulio e la moglie, purtroppo perdemmo del tutto i contatti.»

L’ultimo capitolo di questa lunga storia è di anni più recenti, esattamente del 2011, quando il dott. Grigolli è morto già da 36 anni. Nel desiderio di fare in modo che quella lontana vicenda legata alla Shoah non venga inutilmente dimenticata, è ancora la nipote Margherita, ormai ottantasettenne, a prendere carta e penna e a scrivere nuovamente.
Stavolta, però, lo fa mandando una lettera al Commissariato del Governo di Trento e raccontando in essa i fatti che videro come protagonisti lo zio Riccardo e quella famiglia ebrea che lui salvò dalla deportazione. L’ufficio non perde tempo e inoltra la memoria al Centro di Documentazione Ebraica di Milano.
Nel frattempo Margherita (che morirà nel 2015) è pure riuscita a rintracciare i figli superstiti di Giulio Neiger e a ottenere da loro una dichiarazione in cui attestano la veridicità di quanto riportato nella sua storia. In segno di riconoscenza, gli eredi Neiger offriranno alla famiglia Grigolli una medaglia in oro alla memoria del Governo Israeliano.
 
Dopo alcuni mesi, dal Centro di Documentazione Ebraica giunge finalmente la risposta.
Nel riprendere le tristi vicissitudini della famiglia Neiger e sottolineando la generosità disinteressata del loro benefattore, la lettera si conclude così:
«Questa vicenda verrà introdotta nell’archivio del nostro Centro sotto la voce Memoria della Salvezza e il nome di Riccardo Grigolli sarà per sempre ricordato come luminoso esempio alle generazioni future a cui stanno a cuore i valori civili di solidarietà, di pace e di giustizia.»

Maurizio Panizza.

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