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Romano Tovazzi, nel ricordo del 25 aprile – Di Maurizio Panizza

Un galantuomo messo al bando per le sue idee politiche. Arrestato nel 1928 e recluso a Regina Coeli, rimarrà in carcere per sei terribili mesi

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1917- Romano Tovazzi, a destra, in divisa da Kaiserjäger austriaco.
 
Un idealista, un perseguitato per ragioni politiche, un uomo buono e onesto che voleva cambiare il mondo e che alla fine venne rinchiuso in prigione e processato.
Eravamo nel 1928, anno VI dell’Era Fascista. Il protagonista: Romano Tovazzi («Chechi» il soprannome di famiglia).
Era nato il 13 agosto 1899 a Volano, in Sud Tirolo, allora Impero Austro-Ungarico, e aveva combattuto come Kaiserjäger durante la Prima Guerra Mondiale. Un «ragazzo del 99» austriaco.
Memore delle tragedie belliche e della necessità di dare voce e forza alle masse operaie e contadine, dopo il 1922 con l’ascesa al potere di Mussolini (e nel ’24 con il delitto Matteotti), Romano aveva maturato la convinzione che i principi di uguaglianza, giustizia e libertà dovevano essere garantiti e riscattati con un impegno personale diretto da un regime repressivo che dimostrava giorno dopo giorno di voler portare l’Italia verso il baratro.
 
Romano, attraverso compagni di ideali e di lotta, fu così introdotto negli ambienti trentini del Partito Comunista Italiano, fondato a Livorno nel 1921. Da qui, in clandestinità, iniziò una militanza convinta che lo portò a diventare il punto di riferimento e di propaganda nel suo piccolo paese di Volano e di altri dell’Alta Vallagarina.
L’Organizzazione Comunista era stata dichiarata fuorilegge già da qualche anno, quando Romano Tovazzi fu improvvisamente arrestato. Infatti, bastava poco al regime fascista per portare in carcere chi era sospettato di attività «sovversiva».
Bastava, (come si legge in molti rinvii a giudizio dell’epoca), criticare la politica di Mussolini, oppure definire «pagliacciate le sfilate fasciste» o dichiarare che «così non si poteva più andare avanti» oppure, semplicemente, tenere in casa il testo dell’inno «Bandiera rossa» per essere sottoposti a indagini giudiziarie.
 

La sede del fascio in Corso Rosmini a Rovereto
 
Romano, che aveva sempre detestato ogni totalitarismo e rifiutato qualsiasi compromesso con il regime fascista, già era conosciuto in paese come uno che con coraggio parlava chiaro ma, al tempo stesso, come un soggetto che per questo poteva creare guai a se stesso e a coloro che gli erano vicini.
Per tale motivo era stato bandito da qualsiasi attività pubblica, da benefici sociali per la famiglia e - quello che era più grave - ostacolato nella ricerca di un qualsiasi lavoro poiché difficilmente a quell’epoca si dava un’occupazione a un comunista dichiarato come lui.
 
Romano, che non aveva alle spalle una famiglia su cui contare economicamente, da lì in avanti e fino alla fine della guerra, si era così visto costretto a inventarsi i più disparati lavori, i quali, tuttavia, messi assieme non davano mai la certezza di un salario adeguato a fine mese.
Fu operaio, manovale e contadino, ma anche per la necessità di sfamare i figli, pescatore, cacciatore, uccellatore, raccoglitore di funghi e di lumache.
Grazie alla delazione di un compaesano, fu arrestato all’alba con altri 27 trentini, molti dei quali di Riva del Garda e di Arco, alcuni di Trento, uno di Villa Lagarina e due di Nomi, tradotto a Roma al carcere di Regina Coeli e giudicato colpevole dal Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, il 24 luglio del 1928.
 
Quest’ultimo era stato costituito due anni prima e con esso, in sostanza, il regime si era fornito di un formidabile mezzo per farsi giustizia da sé contro qualsiasi opposizione politica.
Con tale strumento di legge - votato quasi a unanimità dal Parlamento - il fascismo amministrava in proprio la giustizia, mentre con le stesse disposizioni fu reintrodotta la pena di morte per alcuni reati a carattere politico.
Il Tribunale Speciale operava secondo le norme del Codice Penale per l’Esercito in tempo di guerra e contro le sue sentenze non era possibile alcun ricorso o altra impugnazione.


Una seduta del Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato.
 
Nel corso dei processi era consentita la difesa di fiducia dell’imputato, ma erano pochi i legali che si prestavano a ciò, e quei pochi domandavano compensi praticamente impossibili da sostenere per la stragrande maggioranza dei prigionieri.
Ovviamente Romano Tovazzi non era nelle condizioni economiche di poter avere una difesa di fiducia. Gli fu così assegnato – alla pari di molti altri imputati – un difensore d’ufficio che non fece altro che appellarsi alla «clemenza della corte».
 
Come prassi consolidata di tutti i regimi di polizia, di solito l’accusa non si limitava a una sola imputazione per giustificare l’arresto. In genere, tutti i denunciati erano dipinti nei rapporti della polizia locale come elementi socialmente pericolosi, disturbatori della quiete pubblica, antisociali, quando non si aggiungevano qualifiche disonoranti inventate di sana pianta.
Il tutto per far apparire l’antifascista come elemento poco gradito alla società.
Leggiamo, ad esempio, nel verbale della sentenza del Tribunale Speciale, che gli imputati, fra cui Romano Tovazzi, si erano macchiati di molti delitti previsti dal Codice Penale «per aver concertato e stabilito di commettere – con mezzi e propaganda violentissima contro l’organizzazione statale da esplicarsi specialmente colla diffusione di giornali, manifesti, opuscoli e proclami stampati e diffusi clandestinamente, organizzazione segreta a carattere militare, sovvenzionata anche dall’estero, spionaggio militare politico, propaganda antimilitarista, ecc. – fatti diretti a mutare violentemente la Costituzione dello Stato e la forma di Governo ed a far sorgere in armi gli abitanti del Regno contro i Poteri dello Stato».
 
Più in particolare, per quanto riguarda il nostro protagonista, il verbale continua: «Nei riguardi di Tovazzi Romano, dal rapporto della Questura di Trento risulta che costui fece parte del Partito Comunista e svolse a Volano e paesi limitrofi occulta propaganda. Il teste Huez Quirino afferma che il Tovazzi fu uno dei più attivi propagandisti in Volano; ed il teste Battisti ha dichiarato che Tovazzi si interessava della distribuzione di tessere del Partito e che partecipava alle riunioni segrete. Il suo nome nei documenti trovati nella valigia del Bartolozzi [il presunto capo del Partito Comunista per il Basso Trentino – NdA] figura fra i fiduciari del Partito. La prova quindi della sua partecipazione all’attività della organizzazione comunista è raggiunta».
 
Conclude così la Commissione Istruttoria presso il Tribunale Speciale per la difesa dello Stato in Roma: «Per questi motivi, [...] si pronuncia l’accusa contro Bartolozzi Augusto, Sandri Ferruccio, Dusatti Giacomo, Venturini Ezechiele, Marzenta Adolfo, Fambri Narciso, Fambri Ottavio, Miori Italo, Tovazzi Romano e Perghem Giuseppe in ordine ai delitti ascritti. La Corte, dopo attenta valutazione, ritiene colpevoli i suddetti imputati e li condanna ciascuno a 6 mesi di detenzione, a lire 100 di multa ed al pagamento in solido delle spese processuali».
 
Per Romano e per quasi tutti gli altri è la fine di un incubo che faceva temere ben di peggio. Infatti, il tribunale ordina che gli imputati siano posti in libertà se non detenuti per altra causa. Romano che era in prigione da poco più di due mesi, accoglie con estrema dignità il verdetto di colpevolezza che lo condanna a scontare ulteriori quattro mesi di carcere.
Racconterà molti anni dopo alla figlia Gianna, di quel tremendo periodo passato in cella d’isolamento, dove da una piccola finestra che si affacciava su di un cortile interno, sentiva e vedeva ogni giorno torture indicibili e fucilazioni di prigionieri politici. Non volle mai raccontare, invece – per pudore o per dimenticare – quanto venne fatto a lui stesso nel corso degli interrogatori e durante la prigionia.
 
Le porte del carcere di Regina Coeli si apriranno per lui il 20 novembre 1928, ma la convinzione di essere dalla parte del giusto non sarà scalfita neppure da quella dura esperienza.
Romano Tovazzi rimarrà sempre oppositore e comunista e la riprova ne è che fino al 1945, ogni qualvolta che in paese o nei dintorni avveniva una delle tante manifestazioni fasciste, lui immancabilmente era prelevato da casa dalla polizia e portato a Trento, in Questura.
Il sorvegliato speciale Tovazzi, evidentemente, poteva dare fastidio anche solo con la sua presenza e questo il regime non poteva tollerarlo.
 
Romano si sposerà nel 1930 con Giuditta Castelli e avrà quattro figli, due dei quali moriranno in tenera età.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, sarà consigliere comunale a Volano per il Partito Comunista, così come lo sarà molti anni dopo anche il figlio Beppino, pure lui consigliere e assessore nelle file del Pci.
Uomo integerrimo, orgoglioso e modesto al medesimo tempo, rimase sempre rigoroso con se stesso e coerente con le sue idee politiche anche se fu presto dimenticato pure da coloro che oggi, 25 aprile, dovrebbero mantenerne vivo il ricordo.
 
Fu anche un padre allegro, affettuoso e dolcissimo. Soprattutto fu un uomo generoso e libero come pochi: lo fu nelle idee, negli atteggiamenti, pure nel linguaggio.
Ma pagò duramente questo suo essere fuori dagli schemi in un’epoca in cui non era ancora permesso neppure sognare un mondo nuovo di uguaglianza e di giustizia, nel quale andare insieme «a conquistar la rossa primavera, dove sorge il sol dell’avvenir».
Pur rimasto sempre a Volano, suo paese natale, nacque austriaco nel 1899 e morì italiano, nel 1967, all’età di 68 anni.

Maurizio Panizza.

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