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Geno Baroni, un trentino alla Casa Bianca – Di Maurizio Panizza

Il testo di un'intervista esclusiva rilasciata nel 1971 da Mons. Baroni sui problemi di convivenza fra gruppi etnici diversi negli Stati Uniti d'America

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Geno Baroni con Jimmy Carter.
 
Nella storia degli Stati Uniti d’America, quella fu la prima e forse l’ultima volta che un prete venne chiamato alla Casa Bianca a ricoprire una fra le più alte cariche federali. Era il 1977 e l’uomo di cui parliamo si chiamava Geno Charles (Gino Carlo) Baroni, mentre il ruolo prestigioso, affidatogli direttamente dal Presidente Jimmy Carter, appena eletto, era quello di Sottosegretario all’Edilizia e allo Sviluppo Urbano.
È da dire che di questo importante personaggio si è scritto forse più da morto che da vivo, molto di più negli Usa che non in Italia e quasi per niente in Trentino dove ancora oggi, nonostante tutto, rimane uno sconosciuto.

Acosta (Pennsylvania). La famiglia Baroni nel 1932. 
Il bimbo in braccio a papà è Geno.

Sì, perché mons. Geno Baroni, nato nel 1930, era figlio di trentini emigrati in Pennsylvania alcuni anni prima. La madre, infatti, si chiamava Giuseppina Tranquillini ed era nativa di Arco, mentre il padre, Guido, veniva da Tenno - sopra Riva del Garda - e si era trasferito negli Usa per lavorare nelle miniere di carbone del Sommerset.
Un giorno, a Washington, all’apice della sua carriera, mons. Baroni orgoglioso delle sue radici, confidò a un giornalista: «La mia famiglia di origini italiane aveva l'abitudine di mangiare funghi, lumache, trippa e cervello.
«A casa nostra, in Pennsylvania, allevavamo conigli e catturavamo scoiattoli.
«Il coniglio era la mia carne preferita. La mangiavamo non tanto perché fosse buona, ma perché allora era la sola carne che i poveri potevano permettersi.»

Nella capitale, il giovane prete era arrivato molti anni prima per motivi di studio, ma poi, spinto come i missionari dall’ansia di vivere il Vangelo fra la gente, aveva lasciato tutto per trovare ospitalità nella parrocchia di un quartiere nero fra i più poveri della capitale. Qui ben presto si era fatto conoscere e ben volere.
«Lui è diverso dagli altri preti, lui è uno di noi» – dicevano nel ghetto.
Infatti in pochi anni la sua azione oltrepassò i confini del quartiere e raggiunse livelli inimmaginabili per uno come lui, uomo semplice, lontano da privilegi e da ambizioni personali, umile e sempre dimesso anche nel vestire.

Mons. Geno Baroni.

Il merito di tanta popolarità derivava da un approccio e da un metodo - per certi versi rivoluzionario - che Baroni aveva testato direttamente sul campo e che lo portava spesso a dire «Bisogna lasciare che i neri, e in genere ogni minoranza, vengano messi in condizione di dare prova di sé dimostrando di meritare l’uguaglianza che giustamente reclamano.»
Così, secondo questo principio di mutuo-aiuto teso all’autosufficienza, il prete italo-americano condivise i bisogni di questa gente, si batté per il lavoro, frequentò riunioni sindacali, fondò cooperative di consumo e casse rurali, infine si occupò del problema della casa.
Una miriade di impegni che diede sempre più credibilità alla sua azione che partiva dalla presa d’atto che purtroppo l’agire pubblico non sempre può raggiungere in tempi rapidi ogni singolo bisogno.
Da qui la costituzione di organismi di volontariato in ogni ambito dell’emarginazione, dai disoccupati alle ragazze madri, dai senza tetto agli handicappati e ai tossicodipendenti.
 

Una marcia per i diritti degli afro-americani.
 
Già nel 1963 aveva partecipato a Washington alla famosa manifestazione del Movimento per i diritti civili degli afro-americani, guidata da Martin Luther King.
Poi, nuovamente, nel 1965, Baroni sarebbe stato a Selma, in Alabama, primo prete cattolico a marciare accanto al leader nero, insignito pochi mesi prima del premio Nobel per la pace.
Così, pur non cercando la celebrità, monsignor Geno Baroni diventò celebre suo malgrado, non solo fra i diseredati e i senza tetto dei quartieri neri, ma pure fra le minoranze oppresse messicane, italiane, portoricane e cubane. 
Nel 1967 fonda la «Campagna per la Rivalutazione dei centri urbani e per l’Edilizia abitativa a basso costo».
Nel 1968 la Conferenza dei Vescovi degli Stati Uniti lo designa come responsabile di un analogo organismo cattolico.

Martin Luther king.

 I riconoscimenti pubblici ormai non si contano più. Purtroppo il 4 aprile di quello stesso anno, l’amico Martin Luther King viene assassinato a Memphis. Sull’onda dello sdegno popolare, grazie ad una presa di coscienza alla quale aveva contribuito lui direttamente, alcuni giorni dopo Geno Baroni riesce incredibilmente a far approvare dal Governo federale di Washington una legge per l’edilizia abitativa in favore dei gruppi etnici minoritari e meno abbienti. È il suo primo grande successo, ma non è ancora sufficiente.
 
Poco disposto ad accondiscendere al potere, qualche anno più tardi durante un discorso, dichiarerà pubblicamente: «È una vergogna! In questo momento si stanno realizzando pochi alloggi popolari, meno della metà di quelli di cui abbiamo bisogno. Sappiamo quante case ci servono, perché quindi non le costruiamo? Perché non riconvertire Mack Truck e Boeing Aircraft nel costruire case, anziché carri armati e aerei da guerra?».
Geno era fatto così. Neppure nei confronti dei tanti cristiani perbenisti era meno sferzante.
Affermava, infatti: «Nessuno può assolutamente dirsi cristiano se disprezza e opprime gli altri a causa della loro razza, religione o cultura.»
 

Mons. Baroni giura davanti al giudice della Corte Federale e al Vicepresidente Walter Mondale. 
A fianco i genitori di Geno.

 
Un prete scomodo, dunque, che praticava la religione della carità con la stessa attenzione con cui guardava alla religione dei diritti. Un precursore dei tempi che sin da subito metterà in imbarazzo gli ambienti più conservatori della Chiesa statunitense.
Qualcuno lo taccerà di marxismo, ma lui, incurante, guarderà avanti senza raccogliere le provocazioni: scuotere il torpore della Chiesa e della società, lui lo considerava uno degli aspetti peculiari della sua missione.
Così, anno dopo anno, l’autorevolezza di Baroni raggiunse anche le alte sfere della politica. Infatti, il Partito Democratico alle prese con i gravi problemi nelle periferie urbane, chiamò proprio lui ad affrontare la spinosa questione delle rivolte nei quartieri metropolitani degradati: finalmente il «metodo Baroni» era stato riconosciuto anche dalla politica di governo.
Era il 1977 e fu il presidente Jimmy Carter a nominarlo Sottosegretario per l’Edilizia Abitativa e lo Sviluppo Urbano, inserendolo con ruolo decisionale pure in quattro Conferenze governative: Diritti Civili, Gioventù, Fame e Nutrizione, Rivalutazione dei quartieri urbani.
 

Alexander Langer.
 
Il «popolo-partito» concepito da Baroni, contribuì così alla nascita dei primi movimenti comunitari in Usa e allo sviluppo di una politica conseguente a tal punto che forse non è affatto un caso la sorprendente somiglianza delle sue tesi con quelle che troviamo contenute nel discorso di Barack Obama tenuto a Filadelfia durante la campagna elettorale del 2008. Per Baroni - allo stesso modo che per Obama - i valori di uguaglianza e di giustizia si combinano con l'impegno delle persone e con il riconoscimento della grande diversità delle culture e della complessità della società americana.
Una visione progressista che è  una chiara alternativa ad una politica razziale di polarizzazione che tutt’oggi utilizza il male contro il bene, il potere contro i valori morali, la paura contro la verità. 
«Costruttore di ponti», lo avevano chiamato, come anni dopo accadrà in Italia e in Europa anche per il compianto e altrettanto dimenticato Alexander Langer, deputato al Parlamento Europeo.

Bob e John Kennedy.

 Ci fa piacere oggi pensare che Langer - all’epoca giovane studente impegnato nei movimenti pacifisti - forse abbia tratto anche lui una qualche ispirazione dall’opera di questo piccolo prete italo-americano, cittadino del mondo. Già, perché Geno Baroni non si fermerà mai nel progettare e realizzare «ponti sociali».
Lo farà con grande energia in America - nel ruolo di Viceministro che gli era stato affidato - ma lo farà come messaggero di convivenza anche nei confronti di altri popoli oppressi, come in Brasile, in Asia e in Sud Africa.
Era un uomo che sapeva parlare con tutti, utilizzando parole semplici, poche di numero ma sempre piene di saggezza e di sentimento.
Fu amico degli abitanti dei sobborghi degradati come lo fu dei  Kennedy negli anni Sessanta; amico di Martin Luther King come del vescovo sudafricano Desmond Tutu, leader delle battaglie contro il razzismo e l’apartheid. Amici o compagni di lotte civili a cui sapeva riconoscere i meriti, ma ai quali non negava neppure critiche severe, se necessario.
 

Tenno, 1966. Don Geno con il cugino Aldo Baroni.

Anche in Trentino, dove venne parecchie volte dagli anni ’60 in poi, la sua parola era molto apprezzata anche se era pronunciata in un italiano un po’ approssimativo e con il forte accento trentino di una volta, quello dei suoi genitori ai quali Geno era molto legato.

Volle tornare nella terra dalla quale loro erano partiti quarant’anni prima, certamente per incontrare i numerosi parenti, ma anche per approfondire qui il tema del movimento cooperativo che gli stava molto a cuore.
Grazie a questa conoscenza, nel 1978 lui fonderà a Washington la prima banca cooperativa degli Stati Uniti, la «National Consumer Cooperative Bank», di cui verrà eletto presidente.
In principio i soci saranno solo alcune decine, poi, in poco tempo, raggiungeranno il numero di oltre 7.000.
Da quella felice scoperta dei valori della cooperazione, inizierà per lui un insegnamento che non smetterà mai di diffondere fra il «suo» popolo e nel quale, se guardiamo alla nostra terra, troviamo molte analogie con la storia del movimento cooperativo del Trentino e con quanto realizzato dai fondatori, don Guetti e don Panizza, a cavallo fra ’800 e ’900.

Mons. Baroni alcuni anni prima della morte.

Purtroppo, appena concluso il suo mandato governativo, quando aveva superato da poco la soglia dei cinquant’anni, per Geno Baroni si presentò all’improvviso un’altra prova, ben più difficile di tutte quelle precedenti. Stavolta si trattava proprio di lui, non di qualcuno che aveva bisogno del suo aiuto come era sempre accaduto in passato.
Il nome era risuonato duro e crudele in un ambulatorio medico di Washington e questa prova di vita ora si chiamava «mesotelioma», una forma di tumore rara e molto aggressiva.
Da lì in avanti, seguiranno due anni tristi di continui ricoveri in ospedale con terapie e interventi chirurgici, ma ciò non piegherà in Baroni né la fede in Dio, né quella negli uomini.
Poco prima di morire, a degli amici del ghetto che erano andati a portargli un saluto lui rivolse questa estrema, commovente esortazione.
«Siate uniti, formate leghe e coalizioni, cercate di fare da soli, di essere autosufficienti. Date il meglio di voi stessi, seguendo gli ideali più alti e i valori autentici della vita.»
Geno Baroni concluderà la sua ultima battaglia il 27 agosto del 1984, presso l’ospedale Providence di Washington, all’età di soli 53 anni.

 Fonti 
Archivio «New York Times»
Archivio «Washington Post»
«Il prete del ghetto e della strada» a cura di B. Bolognani e P. Magagnotti, Edizioni Bernardo Clesio, Trento, 1985.
Un grazie ai cugini di mons. Geno Baroni, Aldo Cadili e Aldo Baroni, per le preziose testimonianze.
 
 Maurizio Panizza
© Il Cronista della Storia
maurizio@panizza.tn.it

 INTERVISTA A MONS. GENO BARONI 
 
Newark (New Jersey) 1971. Il tema è quello del ruolo della Chiesa cattolica nei problemi di convivenza fra gruppi etnici diversi degli Stati Uniti d’America.
(interpretazione sintetica)
 
Mons. Geno Baroni, al microfono della ORTF - la tv pubblica francese - si chiede chi siano coloro che oggi in America sono dalla parte dei neri, visto che nelle metropoli  essi sono spesso una maggioranza emarginata. Chi condivide i gravi problemi razziali, economici e culturali dei quartieri poveri? Chi sa comprendere la nuova rivoluzione nera?
Risponde lo stesso Baroni: «È la classe operaia bianca, quella cattolica, quella europea di prima o seconda generazione. Io vengo da questo ambiente. Mio padre era emigrante italiano e  minatore in Pennsylvania. A scuola mi hanno insegnato lo spirito americano. Ma cos’è in realtà quello che viene chiamato spirito americano?»
 
Mons. Baroni continua insinuando un dubbio inquietante sulla natura di quel concetto: «Ci dicevano che ogni figlio di emigrante sarebbe potuto diventare ricco, avvocato o medico. Potrete diventare ricchi, dicevano, ed allora diventerete anche americani attraverso il successo economico e il denaro.»
 
E conclude con una considerazione che interroga direttamente il futuro degli Stati Uniti su come poter convivere pacificamente in una società talmente complessa.
«Dunque si pone un vero problema: chi è un americano? Sono gli hippies, i giovani, gli studenti rivoluzionari, i neri, i portoricani, oppure gli indiani? Tutti si chiedono chi sia il vero americano.
«Ecco cosa mi avevano insegnato: per prima cosa cerca di sentirti tu stesso americano e per esserlo veramente metti da parte i tuoi avi e la tua storia in favore della comunità.
«Questa è oggi la sfida che la Chiesa ha davanti, indicare cioè la via per il dialogo e la convivenza.»
 
 Cliccando l'immagine che segue si avvia l'intervista in lingua originale.
 
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