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Il documentario verità «Come uccelli d’argento»

Il docufilm sul tragico bombardamento di Sant’Ilario di Rovereto del 13 settembre 1944

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Era il 13 settembre del 1944 e gli Alleati stavano risalendo la Penisola bombardando ponti e ferrovie per contrastare l’afflusso di rifornimenti all'esercito tedesco attestato sulla Linea Gotica, nei pressi di Rimini.
Su Rovereto, 25 km a sud di Trento, mai fino a quel momento c’erano stati dei bombardamenti e la gente si sentiva al sicuro dopo aver visto passare indenni per tante volte i bombardieri inglesi e americani diretti a bombardare le città della Germania.
Quella mattina, comunque, al suono della solita sirena, donne e bambini della piccola frazione di Sant’Ilario erano scappati di casa per nascondersi in aperta campagna.
La giornata era perfettamente limpida. All'improvviso, da nord arrivò una formazione di B24 americani e uno di loro si staccò, abbassandosi e rilasciando alcune bombe.
Diciotto furono le vittime e mai si conobbe il motivo di quell'azione. Dopo 74 anni, il documentario ne svela ora i retroscena e racconta il dramma dei superstiti.

Come abbiamo ricordato su queste stesse pagine domenica scorsa, l’«International Bomber Command Centre» di Lincoln, in Inghilterra, ha recentemente richiesto di inserire «Come uccelli d’argento» nel proprio archivio digitale a disposizione - con migliaia di altre testimonianze - di chiunque desideri approfondire la particolare tematica della guerra vista da chi bombardava dal cielo e da chi ne era vittima.
Quella che segue è la recensione ( qui tradotta dall’inglese) che sulle pagine online dell’IBCC - emanazione dell’University of Lincoln - anticipa il documentario di Panizza e Maraner.


Norma Cescotti, Valentino Rosi, Ezio Marsilli e Arnaldo Masera. Sono i superstiti e testimoni diretti del bombardamento di Sant'Ilario di Rovereto, protagonisti del docufilm Come uccelli d'argento.  

Il docufilm esplora la difficile eredità del bombardamento di Sant’Ilario (13 settembre 1944), nel quale persero la vita 18 abitanti di una piccola comunità della provincia di Trento. I numeri possono far impallidire in confronto ad altri bombardamenti strategici sul teatro europeo, ma l'obiettivo è piuttosto quello di esplorare l'impatto di un evento drammatico su di una comunità piccola e affiatata che era in gran parte impreparata a farvi fronte, e la sua difficile commemorazione.
 

Una delle repliche del docufilm: a sinistra il giornalista Maurizio Panizza e il regista Federico Maraner.

Ricercato e presentato dal giornalista Maurizio Panizza per la regia di Federico Maraner, il documentario riunisce un'orchestra di più voci con diversi punti di vista sull'evento.
Il commento è minimo, principalmente teso a fornire uno sfondo; il documentario evita gli effetti facili e il tono generale rimane cupo e pensoso in ogni passaggio. Non vengono emessi giudizi palesi nei confronti di chi si trovava al comando di quel bombardiere (scoperto grazie alle ricerche di Panizza), mentre coloro che erano i destinatari della guerra di bombardamento parlano come testimoni oculari, non come giudici: loro ricordano, non accusano.

Richard G. Barrow, comandante pilota del B24 che sganciò le bombe. 22 anni, originario del Texas, riuscirà a finire la guerra, ma morirà a soli 56 anni per cause naturali. Riposa a Portland, Oregon.

La sceneggiatura usa un linguaggio semplice per tutto il tempo senza indulgere in tecnicismi di guerra aerea: le storie di vita dei testimoni vengono presentate in netto rilievo senza retorica.
Piccoli dettagli sono usati per trasmettere un potente senso della realtà, per esempio il travolgente odore di terra ed esplosivi, o il silenzio inquietante dopo che le bombe sono esplose.
Entrambi sono elementi ricorrenti nelle storie dei sopravvissuti ai bombardamenti.
Uno degli aspetti più sorprendenti dell'evento è che l'incidente non fu nemmeno un vero bombardamento, almeno come lo si considera normalmente. L’evento fu del tutto casuale, le bombe caddero su quel punto specifico per puro caso e le vittime furono per lo più contadini che avevano poco o nessun collegamento con lo sforzo bellico.
Sant’Ilario, un luogo isolato lontano dagli obiettivi principali, era considerato un paradiso sicuro, la sua popolazione locale in aumento con un afflusso di sfollati.
 
La distruzione e la morte - ammonisce il documentario - non sono solo ciechi, ma inutili: la sofferenza non ha significato apparente. In questo filone, persino descrivere gli aerei come «uccelli d'argento» ha una logica sottile.
Cattura la sua bellezza e grazia, ma sottolinea anche un potere disumano, puramente meccanico distruttivo.
Trasmette il senso di meraviglia riferito da alcuni testimoni, ma d'altra parte suggerisce una forza travolgente che lascia le persone a terra senza difesa. La natura casuale della sofferenza e della morte è resa esplicita da un passaggio commovente: gli sfollati che hanno avuto conoscenza del pericolo e cercano di avvertire gli altri, vengono uccisi senza pietà; quelli che hanno ignorato il loro consiglio sono stati risparmiati.


Lecce, 13 settembre 1944. Un fotogramma del video originale scovato da Panizza negli archivi americani in cui si vede uno dei piloti indicare la zona del Pont dei Vodi, a Lavis, obiettivo della missione.

Questa dualità irrisolta è enfatizzata da un uso accorto del filmato, specialmente quando la telecamera si sofferma sui dolci pendii delle colline vicine, villaggi assonnati e tranquilli, con una vegetazione lussureggiante.
 
I movimenti della fotocamera suggeriscono sottilmente un senso del tempo, del passaggio e della trasformazione, ma c'è un sottofondo piuttosto inquietante.
La sofferenza è stata adeguatamente elaborata o è ancora presente?
Il passare del tempo ha guarito le ferite o gli eventi sono semplicemente caduti nell'oblio, hanno sostituito i problemi più importanti della quotidianità?
Abbiamo imparato qualcosa da quell'evento?
Tali domande rimangono sullo sfondo quando il documentario descrive la difficile memorizzazione del bombardamento.
Mancando il riconoscimento da parte delle autorità, la gente del posto ha preso possesso del proprio patrimonio erigendo un piccolo memoriale curato da loro stessi.
E questo monumento funebre è ancora lì, riconosciuto come punto focale della comunità locale che non dimentica. 

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