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Ricordarsi di ricordare – Di Maurizio Panizza

La giornata del 1° febbraio in memoria delle vittime civili di ogni guerra

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Il bombardamento della Portela a Trento, 2 settembre 1943.
 
Causa una copiosa nevicata, la cerimonia in ricordo delle vittime civili di tutti i conflitti, prevista per la mattinata di venerdì 1 febbraio alla Campana dei Caduti di Rovereto, non ha potuto avere luogo.
Purtroppo a non raggiungere la collina di Miravalle che domina la città, sono stati i numerosi “protagonisti” (fra questi una classe del Liceo Rosmini) che avrebbero dato il loro contributo nel celebrare la ricorrenza annuale della «Giornata Nazionale delle Vittime Civili di Guerra», istituita per legge nel 2017 proprio il 1° febbraio di ogni anno.
 
Organizzata dal presidente dell’Associazione Vittime Civili di Guerra del Trentino, Giuseppe Ticò, con il patrocinio della Fondazione Campana dei Caduti e del suo reggente prof. Alberto Robol, la cerimonia avrebbe dovuto dare voce alla memoria delle vittime civili di tutte le guerre, sia quelle passate che quelle ancora in corso in molte parti del mondo.
L’elenco di queste ultime sarebbe fin troppo lungo, nonostante se ne parli poco o sempre meno. Tuttavia il lutto, le sofferenze fisiche e psicologiche accomunano tutti i popoli in guerra e da questo punto di vista non c’è, ad esempio, alcuna differenza fra un bambino morto o mutilato in Trentino 70 anni fa e uno di oggi in Siria, in Afghanistan, in Africa, nel Donbass, in Myanmar, in Sri Lanka, in Palestina, in Colombia...
 

Bombardamenti in Siria.

Tutti, allo stesso modo, reclamano pace, giustizia e ricordo, cosa che purtroppo troppo spesso non accade.
E così, celebrare la ricorrenza del 1° febbraio significa in modo simbolico raccontare tante storie di sofferenze e di morte, ma anche avviare una specie di riscatto sociale nei confronti di un fenomeno tragico troppo spesso dimenticato e fin qui di difficile commemorazione.
Chi si occupa di politica e di cultura, ma anche chi ha un ruolo educativo come i genitori e gli insegnanti, ha dunque una grande responsabilità: quella di fare memoria. Il perché sia così importante lo spiegava ancora nel ’700 il filosofo Giambattista Vico con la teoria dei corsi e dei ricorsi.
«Talvolta l’umanità – dice il filosofo – corre il rischio di tornare indietro nel suo percorso di auto-miglioramento a causa di errori di natura sociale e politica come ad esempio la perdita di valore del sapere o la perdita della memoria storica.»
Da qui la guerra e tutto ciò che di negativo la società sa esprimere pur essendoci già passata in precedenza.
 

 
Dunque, l’ignoranza e l’indifferenza sono nemiche della memoria, la quale per sopravvivere al tempo deve essere alimentata in continuazione.
Proprio per questo è stata istituita la Giornata del 1° febbraio, per fare fronte a momenti storici, come quello di oggi, in cui la memoria pare perdere d’importanza, in cui la verità spesso è travisata se non addirittura negata.
Ricordarsi di ricordare, dunque, è un dovere civile che si appella alla corresponsabilità di tutti i cittadini.
«Non possiamo vivere nella trappola di un eterno presente, quasi in una sospensione del tempo, che ignora il passato e oscura l’avvenire, così deformando il rapporto con la realtà.
«La democrazia vive di impegno nel presente, ma si alimenta di memoria e di visione del futuro.»
Sono le parole del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, pronunciate il 31 dicembre 2017 nel suo messaggio di fine anno agli italiani.
 
Maurizio Panizza

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