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Modi de dir 'n trentìm/ 7 – Di Cornelio Galas

Ecco la settima puntata dei modi di dire e frasi fatte della tradizione dialettica trentina

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AVER LE COCOMBRIE – Essere ipocondriaco, fissato su qualcosa, soprattutto sui propri, magari inesistenti, malanni fisici. Anche preoccupazioni decisamente insolite.
 
BASTA CHE L’ARFIA – Basta che respiri. Squallido se riferito al rapporto con una donna…
 
DAR LE ARMANDOLE – Dare le mandorle. Corrompere (non con un semplice sacchetto di mandorle, s’intende).
 
ESSER SENZA DOVA – Si dice di un vino che non ha personalità. Al contrario: «’l gh’à dòva».
 
DROPAR LA LADRA – Non è il caso di coinvolgere una donna in un colpo ladresco. La làdra è in realtà quel tubo di gomma con il quale si può comodamente succhiare o travasare il vino dalle botti o dalle damigiane. Certo, serve anche a rubare. Ad esempio … la benzina dal serbatoio delle vetture, dei motocicli, dei camion…
 
ESER ONT – Non vuol dire unto del Signore. Ma brillo. «Bisónt»: più che ubriaco, da coma etilico.
 
TROVARSE EMBROAI – In grande difficoltà. Non saper che fare per uscire da una situazione intricata. Certo, anche restare vittima di una truffa, di un imbroglio. Ma in questo caso è meglio dire: «Oscia, i m’ha ciavà, diaolporco».
 
FARNE NA BARELA – Non c’entra il pronto soccorso. Si tratta di andare a cacare abbondantemente. La barella si usava – dopo – per trasportare in qualche luogo (ad esempio nei campi) il contenuto del gabinetto (cesso) che di solito era collocato all’esterno dell’abitazione e non era di certo allacciato alla rete fognaria.
 
L’ARTE DEL MICHELAZ. MAGNAR, BEVER E NAR A SPAS: Carpe diem. Che gli altri lavorino che io me la spasso da mane a sera.
 
DA SAN GREGORI PAPA LE RONDOLE LE PASA L’AQUA – A San Gregorio cominciano le migrazioni, sopra il mare, delle rondini. Che ritornano… per far primavera.
 
DA SAN GIUSEP NO SE SCALDA PU ’L LET – A prescindere dalle variabilità in teoria dal 19 marzo (San Giuseppe) non si dovrebbe più riscaldare il letto. Artificialmente s’intende. Se poi c’è la calda passione …
 
SE ‘N MARZ BUTA ERBA, EN APRIL BUTA MERDA – L’auspicio? Che marzo sia poco piovoso.
 
EL BO’ MORO O L’E’ MERDA O L’E’ ORO – Non ci sono vie di mezzo. Difficile la previsione al momento dell’acquisto dell’animale.
 
EL PRA’ FA’ LA VACA E LA VACA FA ‘L PRÀ – Un ciclo naturale. Dall’erba al concime.
 
ZAPA FONT E SOMENA PER SORA – Aratura del terreno profonda, semina a spaglio e in superficie.
 
PAN VIN E ZOCA E PO’ LASA CHE ‘L FIOCA – Pane, vino e un bel caminetto accesso. E lascia pure che fuori nevichi.
 
EN TEMP DE GUERA TANTE BOSIE CHE TERA – Quante bugie, quante cose non vere si sentono e si dicono in tempo di guerra.
 
EN GUERA, EN CAZA E NEI AMORI EN SOL PIAZER GH’A MILI DOLORI – Guerra, caccia e amori: per una gioia mille dolori.
 
NO STA DARTE LA ZAPA SUI PEI – Occhio dove scavi, dove usi la zappa. Non solo ai piedi …
 
FA’ PU BEN CHE TE PODI – Invito ad eseguire un lavoro a regola d’arte. Nel limite del possibile.
 
DATE PAZE VALA’ – La virtù dei forti è la calma. Soprattutto nei momenti decisivi. Vedi anche: “Calma e gess”.
 
UNDICESIMO… NON SBAZILARE – Sbazilàr sta per vacillare. Invito a non prendersela. “Mi no sbazìlo”: non mi preoccupo, faccio sul serio.
 
VOLTELA CHE LA SE BRUSA – Invito a cambiare discorso. O anche ad evitare che la frittata si cuocia troppo da una parte.
 
CON LA FAM FIN AI OCI E CON LE SBROCE FIN AI DINOCI – Allora: in tempi di gran miseria, di gran fame, si bollivano le castagne nell’acqua per mangiarne la polpa. La fame rimaneva costante nonostante le bucce delle castagne svuotate del loro contenuto arrivassero sino alle ginocchia.
 
FAR STRONZI MAGRI – Poco entra e poco di conseguenza esce …
 
BRONTOLAR DE BUDELE – Quando si ha fame canta solo l’intestino.
 
FAR PIETÀ AI SASI – Se anche il mondo minerale s’intenerisce vuol dire che si è messi male.
 
GNANCA BON… – Classica sfida impossibile. Attenzione: leggere bene la parte dedicata ai possibili effetti collaterali.
 
BELE CHE FINI’ EL FILÒ – Buonanotte suonatori. La festa è finita. Adesso siamo a posto …
 
NO LA VA GNANCA A TRARLA – Se una cosa non va non va. Nemmeno a spingerla.
 
AVERGHE DE ’L STROLECH – Strolegàr vuol dire arrovellarsi, lambiccarsi il cervello, fantasticare.
 
METERGHE SU NA PEZA – Porre rimedio a qualcosa che è stato fatto male. Basta che «’l tacon no sia pezo del bùs».
 
RESTAR MALSAORI? – Retrogusto amaro dopo qualcosa che si sperava fosse ben diverso.
 
GAMBE AIUTA E CUL VEI DRÉ – Più veloce della luce, del tempo, dello spazio. Laddove tutti gli elementi fisici, all’unisono, si danno ad una precipitosa fuga. Vedi anche «nàr che nàre».

SPETEME CHE VEGNO – Non è una richiesta di tempo ma l’esatto contrario. Si dice a chi è lento, indeciso nel muoversi, nel darsi da fare. Vedi anche: «Nénte o sténte?».
 
BOCA TASI, CHE TE DARO’ DEL PAN – Invito a non palesare un segreto. In cambio di tangente alimentare.
 
’SA SONTE MI, FIOL DEI ZINGHENI? – Esclamazione, dal retrogusto razzista forse, ma molto usata in passato. Ora tristemente aggiornata per la verità (Vara che no son miga arivà coi barconi). Vedi anche, a proposito di vecchie discriminazioni: «’Sa sonte mi, el fiòl de la serva?»
 
VAGO VIA E S’CIAO – Venni, vidi e salutai. S’ciao ha ancora presente la radice di «servus, schiavo» donde il ciao moderno: vostro umile servitore (una volta) bye bye, adesso.
 
QUESTO L’E’ N’ALTRO SCIAP DE OSEI – Questa è un’altra questione, un altro stormo di problemi che sorvola le nostre teste pensanti. Vedi anche: «No l’è quéla so mare», laddove possono nascere, a prescindere dal Dna, gli identici problemi dettati da «mater certa, pater…».
 
L’È PETI PER LA TÓS – Rimedi effimeri. Volatili. Inadeguati per curare la raucedine, la tosse. NENO – Vuol dire piccino. La sequenza a diminuire: piccinino…, picenìno…, picinèno…, nèno… (anche) nène… nini.

SMONÀ – Stufo, annoiato. Pur riferendosi allo stesso organo sessuale femminile è diverso da «sfigà». Nel senso che qui la sfortuna non c’entra. Semmai l’accidia. L’eccessiva rilassatezza. La pigrizia unita ad una concezione del mondo tutta letto-divano-poltrona-Tv e poco altro.
 
AVER EL MAL ZALT – Sintomi dell’itterizia.
 
AVER EL MAL DE LA PREDA – Non si tratta di dover scappare da un predatore. Vuol dire essere afflitti dalla renella, avere i calcoli (piccole pietre?) alla vescica.
 
AVER EL MALCADÙ – Epilessia. Convulsioni. Frequenti perdite di coscienza e conseguenti cadute.
 
NO LA ARDE E NO LA SBRUSA – Quando uno stato di malessere non si decide ad avere il proprio picco. Tipico di certi raffreddori, di influenze mal curate.
 
TANT CHE FREGARGHE ’L CUL A L’ASEN QUANDO ’L GH’A LA SGHITA – Un rimedio che serve a ben poco. Come lisciare il culo all’asino quando ha la cacarella, appunto.

AVER ZIGAMENT DE RECIE – Fischi negli orecchi. Proprio come se qualcuno gli gridasse (o fischiasse) dentro.

AVER ’N DENT CAROLÀ – Carol non è nome proprio ma, in dialetto trentino, significa tarlo. Di qui le carie…
 
MAGNAR LA FRITOLA – Mangiare la frittella. Ma di solito ci si riferisce a ben altro. In campo sessuale.
 
ESER DE RIVA MA AVER LE GAMBE A ARCO – Non è l’auspicio della fusione tra i due maggiori centri della «Busa». Semmai un modo ironico per dire che le gambe – non in perfetta linea – appartengono allo stesso corpo.

AVER EN STRAZ DE MARÌ – Come dire: altro non c’era in giro quando mi sono sposata. Bisogna accontentarsi. Piuttosto che restare zitella…

ESSER SU ’L CAVAL DE ’L MAT – Follie giovanili. Quando si seguono i propri bolloi …
 
FAR NA RESTA – Avete presente i russi che buttano giù la vodka in un sorso e poi spaccano il bicchierino per terra? Ecco, in trentino far na resta è uguale. Solo che il bicchierino poi non viene rotto, ma riempito più volte ancora.

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