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Giovani in azione: Giorgia Pizzini – Di Astrid Panizza

Giorgia è non vedente, sente con gli occhi. E in questo suo percorso di vita a ostacoli non è mai stata sola

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Arrivo a Calliano a casa di Giorgia Pizzini e la vedo aprirmi la porta di casa con un largo sorriso.
La vedo io - voglio precisare - ma lei non vede me: fin dalla nascita Giorgia non può vedere, è completamente cieca. Da quel giorno, però, lei sente e si muove con i rumori e con le sensazioni in una danza continua che non si ferma mai. Infatti, avverto che mi osserva attentamente, legge i miei movimenti, sa dove sono e come sono grazie al suono e al timbro della mia voce.
 
Giorgia è una ragazza di diciannove anni, alta e con i capelli castani tendenti al ramato.
«Da piccola li avevo proprio rossi», – dice con un sorriso.
Ci accomodiamo al tavolo della cucina, dove Roberta - la mamma di Giorgia - mi dice di non far caso al disordine e alle cose in mezzo al locale, che sinceramente mi pare ordinato.
Mi permetto di rispondere con una battuta dicendo che semmai è Giorgia che deve fare attenzione a non inciampare.
La mamma ribatte che i possibili ostacoli Giorgia riesce a schivarli senza problemi, basta che presti attenzione a come si muove.
È una mamma che come tutte le mamme del mondo - forse un po' di più - cerca di aiutare la figlia preparandola ai possibili pericoli del mondo esterno.
 
Per farmi capire gli ostacoli quotidiani che può incontrare, Giorgia mi spiega: «Se durante il tragitto casa-biblioteca, distante solo qualche centinaio di metri, trovo ad esempio una bicicletta parcheggiata in mezzo alla mia traiettoria, mi spiazzo.
«Anche in un percorso così conosciuto posso perdere l'orientamento e non è facile ritrovare poi la strada. Ma, se succede, faccio un respiro profondo e vado avanti. Provate voi a vivere al buio, mica è facile.»
Giorgia in questo suo percorso di vita a ostacoli non è mai stata sola. Ha al suo fianco una famiglia che ha aiutato e sostenuto sia lei, che sua sorella Elisa di 21 anni, affetta dalla sindrome di down.
 

Giorgia con sua sorella Elisa.
 
«La mia famiglia – riprende Giorgia – mi ha sempre appoggiato in tutte le mie scelte insegnandomi che nella vita non bisogna mai arrendersi.
«Se hai un obiettivo – dicono i miei genitori – lo puoi sempre raggiungere, magari facendo tanta fatica, ma senza abbandonare la partita anche davanti a situazioni che all’inizio sembrano impossibili.
«Mia sorella, poi, per me è un punto fermo, qualcuno di importante con cui confidarmi e al tempo stesso a cui dare consigli, se ne ha bisogno.
«Noi due andiamo d'accordo, ma a volte capita anche di litigare come succede a tutte le sorelle di questo mondo. Siamo molto unite, ci vogliamo bene e ci siamo sempre l'una per l'altra.»
 
Quali sono le tue passioni?
«La mia passione principale è la musica, il canto soprattutto, infatti faccio parte del Coro Amicizia di Volano. Poi c’è la danza, soprattutto il tango argentino che è un'attività che pratico ormai da qualche anno e a cui non rinuncerei mai.
«Un'altra passione che è parte di me sono le lingue, che studio frequentando il corso di Letterature, Lingue e Traduzione all'Università di Trento.»
 
Non è facile seguire la musica senza riuscire a vedere il maestro, soprattutto quando attacca la canzone. Come riesci, ad esempio, a capire quando si deve iniziare a cantare? E nella danza, invece, come riesci a orientarti nello spazio?
«Nel coro, quando il maestro Tarcisio dà l'attacco, capisco che è il momento di cantare grazie al respiro degli altri coristi, perché c'è un respiro particolare quando si attacca.
«A volte, invece, può succedere che il maestro, prima di farci cantare suoni il pianoforte. In questo caso c’è un segreto che il pubblico non vede: la mia vicina mi dà un colpetto sulla mano un attimo prima di cominciare.
«Per quanto riguarda la danza, invece, non è difficile come potrebbe sembrare, perché il tango è un ballo in cui è l'uomo che guida la coppia, quindi la donna segue semplicemente i movimenti. Per cui, basta lasciarsi trasportare e il gioco è fatto.»
 

 
Da quest'anno hai cominciato l'Università. Come ti organizzi sia dal punto di vista dello studio, sia per raggiungere Trento e orientarti all’interno dell’Università?
«Sono passata da una situazione in cui alle superiori c'era un insegnante facilitatore che mi dava supporto, a una realtà completamente diversa in cui mi sono trovata di punto in bianco a gestirmi da sola e a dovermi arrangiare.
«Ho avuto la fortuna, però, di trovare nel mio corso alcune compagne delle superiori che mi conoscevano già. Persone fantastiche che mi aiutano, mi accompagnano da un'aula all'altra, a volte mi spiegano con pazienza anche il percorso da fare e da imparare.
«Per lo studio, invece, prendo gli appunti con un normale computer sul quale però ho installato un programma di sintesi vocale che mi legge tutto quello che c'è sullo schermo e quello che scrivo. Ho inoltre una specie di tastiera braille la quale mi mostra tramite i tasti ciò che ho scritto sul pc.»
 
Ti sei mai sentita discriminata?
«No, discriminata no. A volte mi sono sentita esclusa, questo sì, alle superiori soprattutto e in alcune materie, come ad esempio l’educazione fisica perché certi sport non li potevo fare.
«Oppure ad arte, dove chiaramente non potevo osservare le immagini, ma dovevo basarmi solo sulle descrizioni e su parametri completamente diversi rispetto a quelli dei miei compagni.
«Devo dire, però, che anche quando si sono presentate queste situazioni di difficoltà si è sempre trovata una soluzione adatta a me.»
 
Sei anche un'attrice, co-protagonista del film «Il colore dell'erba» prodotto nel 2016 (qui il trailer: https://www.youtube.com/watch?v=83csTTCdb4M). Nel film tu e la tua amica Giona, anche lei non vedente, affrontate il problema della mobilità autonoma. Come sei cambiata da quando è uscito il film e come affronti ora il mondo?
«Adesso penso che sia più facile per me uscire di casa, perché sono cresciuta, ho maturato esperienze e ora ragiono in maniera diversa. Riesco a muovermi autonomamente nei posti che conosco. Invece in quelli che mi sono estranei preferisco non rischiare di farli da sola.
«È chiaro che ci sono sempre un po' di timori a muoversi da soli, ma quelli ci saranno sempre. Non è mai facile perché ci possono sempre essere elementi destabilizzanti che non puoi conoscere. L'importante è gestire gli ostacoli utilizzando la testa e poi la paura se ne va.
«Bisogna ragionare con calma sulle cose e non prenderle mai alla leggera. Ecco, nel film si vede in questo caso la Giorgia che ero allora, che agiva senza ragionare.
«Dicevo Su andiamo, facciamo, cosa c'è di più facile?. Invece non è affatto così. Certamente l'entusiasmo ci vuole, ma è necessario ragionare prima di prendere una decisione, sia in questi casi, come più in generale in tutto ciò che riguarda la vita. Per me il film ha rappresentato un punto di svolta, sono cresciuta molto dopo quell'esperienza, mi ha dato tanto.»
 

 
Sempre rimanendo in tema, il film si intitola «Il colore dell'erba», come te li immagini i colori?
«In realtà i colori non me li immagino, non riesco proprio, è difficile da spiegare, non li ho mai visti. I colori li conosco per associazione, se posso dire così. Essendo cieca dalla nascita chiaramente non posso avere un riscontro di com'è realmente un colore. Mi hanno detto che l'erba è verde, ma per me non vuol dire niente.
«Quelli che chiamo colori sono semmai le sensazioni che provo, per esempio una superficie liscia o una superficie ruvida rappresentano colori diversi per me. Poi per immaginarmi i colori come li vedete voi, beh quella è un’impresa superiore alle mie possibilità.»
 
Siamo alla fine dell’intervista, Giorgia deve partire da casa per andare a prendere l’autobus. Prima di salutarci, però, mi lascia un ultimo pensiero.
«Volevo dirti che se adesso sono così lo devo a tante persone, in primis alla mia famiglia, ma anche a tante donne e uomini che mi circondano facendomi capire che per loro la disabilità non conta nulla, ma conta la persona.
«Mi ricorderò sempre, quando facevo judo qualche anno fa, una delle prime cose che il mio maestro mi disse: A me non me ne frega niente se tu non ci vedi. Tu vieni qua e fai judo come tutti gli altri. Ok?.
«Questa concezione che mi ha dato lui ma anche molte altre persone, mi ha aiutato ad arrivare come sono, senza niente di più o niente di meno rispetto agli altri, ma sicura di me stessa e con una voglia di fare che non finisce mai! Non posso volere altro.»

Astrid Panizza – a.panizza@ladigetto.it
(Puntate precedenti)


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