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Giovani in azione: Rafael Acuña Agnelli – Di Astrid Panizza

Un discendente trentino notaio in Chaco: essere argentini e sentirsi italiani

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È Rafael Acuña Agnelli, di lontane origini trentine, il giovane trentatreenne che oggi ci racconta di come vive la sua italianità in Argentina.
«Qui il clima è un po’ estremo, fa sempre molto caldo in estate. In inverno però è più mite, non certo come lì da voi in Trentino.»
Lo osservo dal monitor del computer mentre mi parla in un simpatico e personalissimo «slang», un misto d’italiano e di spagnolo.
Rafael è uno dei ragazzi che sono riuscita a contattare per la mia rubrica settimanale «Giovani in azione» de L’Adigetto.it grazie all’aiuto dell’Associazione «Trentini nel Mondo», un’associazione nata nel 1957 con finalità di solidarietà sociale e come strumento di aggregazione e assistenza per i migranti trentini e i loro discendenti.
Sono loro che mi hanno fornito numerosi contatti con persone di origine trentina, nate e cresciute in altre parti del mondo, ma che conservano ancora dentro di loro forti radici italiane, trentine in particolare.
 

 
«Ho 33 anni, – inizia Rafael. – Sono notaio di professione e pur avendo un lavoro impegnativo sto studiando sociologia e facendo l’Assessore al lavoro di Sáenz Peña, una grande città di 76 mila abitanti nella Provincia del Chaco.
«È un incarico importante perché mi occupo soprattutto di giovani e tramite il mio ufficio li aiuto a trovare lavoro in un momento economicamente difficile per l’Argentina.
«Oggi cercare lavoro sembra veramente un’impresa. Per questo, assieme alla giunta, porto avanti un programma che permette di dare più possibilità di occupazione ai giovani.
«Inoltre, assieme allo Stato, organizziamo corsi mirati affinché chi ha studiato in un certo settore possa specializzarsi sempre di più, così come in ambito professionale organizziamo percorsi di avviamento per coloro che invece vogliono introdursi per la prima volta nel mondo del lavoro.
«Anche se c’è la crisi cerchiamo di fare tutto il possibile per dare opportunità di occupazione ai giovani. Poi, queste occasioni di lavoro devono essere i ragazzi in grado di raccoglierle al volo, su questo non c’è alcun dubbio.»
 

 
Beh, anche qui in Italia c’è crisi nel mondo del lavoro, soprattutto per quanto riguarda il settore giovanile. A proposito, sei mai venuto in Italia? E quali sono le tue origini?
«Come no! Ci sono stato finora ben cinque volte, per vari motivi. Da quando avevo 18 anni mi sono attivato per entrare in vari circoli italiani e cercare di diffondere qui in Argentina la cultura italiana per non perderla definitivamente. Ho origini italiane, come si nota dal cognome, da metà cognome a dire il vero, per questo sento forte dentro di me il bisogno di mantenere il contatto con il vostro Paese, semplicemente perché mi sento anch’io italiano.
«I miei bisnonni erano italiani, quelli materni, in particolare, venivano dal Trentino quando si chiamava ancora Sud Tirolo ed era una provincia dell’Impero Austro-ungarico.
«Il mio bisnonno è partito attorno al 1900 da Castel Tesino, un piccolo paese posto fra la Valsugana e la Catena del Lagorai, ma da quanto ne so io non credo sia venuto via perché lì si morisse di fame.
«Sia chiaro, non ho documenti al riguardo, è solo una mia supposizione. Credo, comunque, che sia giusto dare valore al coraggio e allo spirito di quegli emigranti che fecero una scelta così sofferta nell’andare a cercare lavoro da un’altra parte del mondo per migliorare la propria vita e quella dei propri familiari.
«Qui in Argentina tutti gli emigranti sono stati fondamentali per lo sviluppo economico, ma anche per fare del Paese una comunità coesa e rispettosa di tutte le proprie storie di origine. Nonostante questo inserimento in una terra per loro completamente nuova, si può dire che tutti, anche a distanza di più di un secolo, hanno mantenuto un attaccamento molto forte alla loro cultura. Così è accaduto anche per i cittadini di origine italiana che attualmente sono il 70% della popolazione argentina, detta in numeri, circa 26 milioni.
«Credo che per portare il valore della cultura anche alle generazioni successive è importante viverla e trasmetterla al meglio, ogni giorno, non soltanto di tanto in tanto o solamente una volta all’anno. Io porto l’italianità e la mia trentinità all’interno del mio lavoro, nella mia vita, nelle mie relazioni, sempre.»
 

 
Ci sono delle tradizioni trentine che avete mantenuto nella vostra famiglia? Quali sono? E l’italiano lo parlate ancora fra di voi?
«Sicuramente sono tante, ma per me non sono tradizioni particolari o inusuali, sono parte della mia vita di tutti i giorni. La cosa più importante che mi è stata tramandata è la cultura del lavoro, della famiglia e dell’orgoglio delle proprie origini.
«Poi, per quanto riguarda la famiglia, i ritrovi allargati tra parenti sono una tradizione che ancora resiste nel tempo. Anche la lingua, il dialetto dei nostri bisnonni non è stata del tutto dimenticata. Durante quei ritrovi familiari, secondo le antiche tradizioni si fa la polenta nel paiolo, cosa che anch’io faccio spesso in inverno, mai in estate perché qui fa troppo caldo.»
 

 
Come dicevi, in Argentina come ci sono tanti discendenti di italiani, ma ci sono anche persone di culture diverse. Come vivete questo mescolamento di etnie? Andate d’accordo gli uni con gli altri, o ci sono a volte dei conflitti?
«È una domanda importante. In Argentina ci sono così tante culture che non le conti sulle dita di una mano e nemmeno su due. Ma ci sono però delle usanze, dei modi di fare che ci accomunano. Ti faccio un esempio semplice per farti capire.
«In Argentina è regola non scritta che tutti bevano il mate che è una sorta di infuso di erbe aromatiche da bere in acqua bollente. Se cammini per strada vedi molte persone che portano con sé una thermos che contiene proprio l’acqua bollente per fare il mate. Si porta dappertutto, sull’autobus, sul luogo di lavoro o a casa, indifferentemente. Persino Papa Francesco quando è tornato qui ha voluto gustare pubblicamente il mate. Questa bevanda è originaria dei popoli antichi che vivevano in Argentina prima ancora della colonizzazione, ma ora è una tradizione consolidata per chi vive in Argentina, da tutti apprezzata e condivisa.»
 

 
«Quindi possiamo dire che nonostante lo sviluppo della nazione sia avvenuto grazie a popoli provenienti da tutto il mondo - italiani, spagnoli, tedeschi, polacchi, turchi, ecc. - tutti alla fine formiamo un mix di cultura che si chiama essere argentino, una sorta di unicum che prevede però il sentirsi anche portatori delle proprie antiche origini.
«Inoltre se è da dire che la lingua unificante argentina è lo spagnolo, qui non parliamo lo stesso spagnolo che si parla in Spagna. Per questo chi conosce lo spagnolo sa immediatamente riconoscere anche l’argentino in cui vi sono numerose inflessioni che provengono dalle lingue di tutto il mondo parlate nel Paese.
«Mi chiedevi poco fa se ci sono dei conflitti etnici fra popolazioni di origine diversa. Ti rispondo assolutamente di no perché ognuna di queste popolazioni apporta un contributo originale alla cultura comune che non solo viene da sempre tollerato, ma apprezzato e fatto proprio.
«Non è questo un fenomeno che fa notizia semplicemente perché è un mescolamento consolidato di culture, etnie e religioni che dura da centinaia di anni.
«Qui in Argentina lo riteniamo un valore assoluto. Più culture che creano l’identità di un popolo sono cose da andare orgogliosi, soprattutto se si considera che alla base di tutto ciò c’è un forte sentimento di solidarietà.»
 
Astrid Panizza – a.panizza@ladigetto.it
(Puntate precedenti)
 
Si ringrazia l'associazione Trentini nel Mondo per il contatto con Rafael Acuña Agnelli.


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