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Giovani in azione: Anna Bottesi – Di Astrid Panizza

Dallo studio dell’arte all’antropologia: come una studentessa trentina cambia la vita dedicandosi a una tribù brasiliana

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«Ho studiato beni culturali ma sentivo che l'arte non era esattamente ciò che avrebbe segnato la mia vita.»
Comincia così a raccontarsi Anna Bottesi, studentessa venticinquenne di Trento che non vive più nel capoluogo ormai dal 2012.
«Sia chiaro, l’arte in generale mi piace molto, è una disciplina interessante e bella nel vero senso della parola, ma tratta argomenti non solo estetici, quanto filosofici, tagliando fuori dalla sua comprensione molte persone che non conoscono questo suo linguaggio.
«Questa cosa mi infastidiva un po’ perché sentivo il bisogno di comunicare con tutti. Non provavo, quindi, abbastanza entusiasmo per fare della storia dell’arte qualcosa che durasse per tutta la mia vita.»
 
Lasciata perdere l’arte, che strada hai quindi deciso di intraprendere?
«No, non è che l’arte l’abbia abbandonata del tutto. Ho solo messo a fuoco un’altra scienza sociale, cioè l’antropologia, lo studio degli aspetti umani.
«Nel 2012 ho avuto la fortuna di avvicinarmi a questa disciplina grazie a un tirocinio presso il Museo di Antropologia a Firenze, città dove studiavo. Lì ho conosciuto alcune persone che mi hanno introdotto in questo mondo.
«Devo dirti la verità: ho sempre avuto un grandissimo interesse per le diversità culturali, ma in realtà non credevo potesse diventare una vera e propria strada da seguire.»
 
E poi?
«Beh, da cosa nasce cosa e mi è così capitato di conoscere una delle curatrici del museo che aveva fatto una ricerca su di una collezione arrivata nel 1997 dal Brasile, appartenente a una popolazione indigena chiamata Yanomami. Un gruppo etnico situato nelle foreste pluviali a nord del Brasile che sta subendo le conseguenze dei numerosi cambiamenti provocati dall’uomo bianco negli ultimi decenni, come ad esempio malattie, inquinamento dell’acqua, deforestazione.
«La collezione contiene oggetti di uso quotidiano e rituale di questo gruppo amazzonico. Da quel primo contatto sono rimasta letteralmente affascinata. Il progetto che stava alla base della ricerca era basato sull’antropologia collaborativa, una metodologia di studio in cui il ricercatore lavora insieme alla comunità nella vita del villaggio al fine di far emergere il punto di vista del soggetto analizzato e non solo quello del ricercatore come accade di solito.»
 
È stato così che è nata la tua passione per l’antropologia?
«Esattamente. L’idea di condividere un luogo e un’organizzazione sociale, di mettere in comune le giornate, di apprendere usi e costumi non sui libri, ma direttamente lì, sul posto, mi ha colpito fin da subito. Mi è sembrata vincente, infatti, l’idea di far emergere il pensiero di chi davvero crea, anziché imporre una visione occidentale dando solo il punto di vista del ricercatore.
«Per fartela breve, alla fine sono partita riuscendo a raggiungere il territorio da cui proveniva quella collezione. Ho lavorato lì da marzo a giugno del 2016, con un ragazzo del luogo facendo ricerca sui materiali delle popolazioni locali. Più precisamente sono stata a Boa Vista, città vicina alle comunità situate nell’area del Medio Rio Catrimani.
«La missione religiosa presente in quel territorio si chiama Missione Catrimani, fondata nel 1965 dai Missionari della Consolata. Sono quindi stata a stretto contatto anche con i missionari che tuttora vivono con la comunità del luogo.»
 
Viste le novità politiche avvenute recentemente in Brasile, mi viene da chiederti se ci sono state ripercussioni su questo popolo dopo l’elezione a Presidente di Jair Bolsonaro, esponente della destra di governo.
«Sì, ci sono stati dei cambiamenti e purtroppo sono tutti con segno negativo. E’ da dire che le popolazioni indigene non sono viste di buon occhio da una certa parte politica perché, soprattutto negli ultimi anni, sono state loro riconosciute porzioni di territorio sulla base di legittimi parametri storici. Per questo molto spesso si sente dire che gli indigeni sono pochi ma posseggono molta terra.
«Se questo è vero è anche reale però che il loro legame con il passato è molto forte e togliere loro questo territorio rappresenterebbe un furto alla memoria oltre che agli antichi diritti territoriali.
«È solo l’autogestione di quella terra, infatti, che fa mantenere ancora intatta la loro cultura e i loro rapporti spirituali con essa.
«Quello che Bolsonaro sta cercando di fare è togliere la gestione dei territori agli indigeni e in parte, purtroppo, ci sta riuscendo. Non so come si evolverà la situazione, ma non promette nulla di buono. Speriamo qualcosa cambi nei propositi del Governo.»
 
Ci racconti com’è stata la tua esperienza in Brasile?
«È stato un periodo davvero emozionante, pieno di stimoli e di sorprese. E non mi sono fermata solo a quel viaggio in Brasile. Infatti, dopo quel primo contatto, sono tornata nuovamente nel 2018, da giugno a settembre. Le etnie con cui ho lavorato questa seconda volta, sono state i Tabajara e Tapuio-Itamaraty della comunità Nazaré, nel Nord Est del Brasile, Stato di Piauì. So che sono nomi complicati, infatti all’inizio è stato difficile anche per me impararli e ricordarli tutti
«Sembra strano ma non tutti gli indigeni sono come uno se li immagina o come si vedono in tv. Molti di loro hanno perso parte delle loro radici e i loro costumi ornamentali anche se portano dentro di sé un’identità ancora forte che li porta a rivendicare lo status di popolazione indigena e i diritti garantiti dalla Costituzione Brasiliana.
«In tal senso entra in gioco anche lo studio del Museo, per far sì che questi popoli siano riconosciuti come indigeni e venga loro concesso il mantenimento delle loro terre ancestrali. delle comunità loro stessi hanno creato dei piccoli musei che custodiscono oggetti attraverso i quali raccontare che cosa significhi essere indigeni oggi, nel XXI secolo.
«La seconda volta che ho raggiunto il Brasile è stato proprio per fare ricerca in uno di questi luoghi della memoria e oltre alla ricerca, per due mesi ho lavorato assieme a 20 ragazzi della comunità proprio per gestirlo nel vero senso della parola e saper trasmettere al meglio la loro cultura ai visitatori.»
 
Progetti futuri?
«Il mio desiderio è di continuare su questa strada. Per adesso, per quanto lungo possa apparire questo percorso, sento forte il bisogno di seguirlo, o quantomeno di provarci ancora.
«Credo che basti fare un passo dopo l’altro e il sogno che sembrava prima lontano si avvicina sempre di più. Magari, fino a quando arriva il momento che il sogno te lo vedi per davvero lì davanti, così vicino che basta ancora un ultimo piccolo passo per realizzarlo.»
 
Astrid Panizza – a.panizza@ladigetto.it
(Puntate precedenti)

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