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Giovani in azione: Irene Caldana – Di Astrid Panizza

Studentessa di Archeologia a Padova con alle spalle importanti lavori sul campo, ci racconta la sua storia a stretto contatto con l'antichità

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Determinata quanto discreta: due caratteristiche che fanno di Irene Caldana, la nostra intervistata di oggi, una giovane intraprendente con le idee molto chiare.
«È necessario sempre avere un obiettivo da raggiungere – ci confida – ma allo stesso tempo è importante osservare chi ha più esperienza di noi per cogliere quei dettagli che a scuola non ti insegna nessuno, soprattutto in un percorso di studi come il mio.»
Una passione, la sua, che ha fatto sognare non pochi di noi pensando ad esempio al mitico Indiana Jones, l’avventuroso archeologo impersonato da Harrison Ford, protagonista di numerosi film d’azione di Steven Spielberg.
Quello che è certo, nella storia di Irene, è che questa giovane trentina di 23 anni vuole diventare archeologa, e ha già alle spalle lavori internazionali di rilievo in questo campo, soprattutto in terra asiatica.
 

 
«Durante il periodo del liceo ho capito che avevo bisogno di un lavoro che mi mettesse a contatto sia con l’ambiente che con le persone. Rischiare di rimanere dietro una scrivania per otto ore al giorno era un'idea che mi dava il voltastomaco.
«Grazie alla possibilità di poter svolgere un tirocinio archeologico già durante il periodo delle scuole superiori, mi è così capitata la possibilità di inserirmi in un settore culturale che mi aveva sempre interessato.
«Per due estati di fila, ho partecipato a uno stage con il Museo Civico di Rovereto partecipando agli scavi presso il Lago di Loppio, sull'Isola di Sant'Andrea.
«È stato in quel preciso momento che mi sono innamorata di questo mestiere, quasi avessi ricevuto una chiamata divina, se posso dire così.»
 

 
E quindi?
«Beh, finito il Liceo Artistico, non ho avuto bisogno di tanto tempo per decidere di iscrivermi alla triennale in Archeologia presso l'Università degli Studi di Padova, partecipando negli anni successivi a vari lavori sul campo.
«Se oggi devo ancora finire la triennale, posso dire, però, di essermi sempre impegnata nel lavoro di ricerca accrescendo notevolmente il mio bagaglio professionale.
«Certo, ho avuto una gran fortuna, lo devo ammettere. Cavandomela bene con il disegno ho conosciuto un professore in gamba che aveva bisogno di gente giovane e determinata.
«Così, quando mi ha proposto di far parte del suo gruppo e di partire per delle ricerche in Oriente, non ci ho pensato due volte. L'offerta era quella di partecipare ad un progetto di scavi per portare alla luce antichi reperti in Pakistan.
«La mia prima trasferta è stata due anni orsono, poi lo scorso anno sono rientrata e poco tempo fa ho partecipato nuovamente ad una campagna di scavi in Iran. Sono state tutte esperienze pazzesche, che mi hanno lasciata senza parole.
«In pratica, il lavoro che ho svolto in quel periodo comprende l'analisi dei reperti presenti in magazzino e la creazione di un catalogo con disegni e descrizioni dettagliate dei lavori di scavo.»
 

 
Quindi è anche questo il lavoro dell’archeologo? Non sempre impegnato a scavare alla ricerca di nuove scoperte, ma anche dedicato allo studio e alla catalogazione?
«Esatto. L'immagine che si ha dell'archeologo solitamente è proprio quella dello scavo, ma in realtà ci sono stati così tanti cantieri negli anni passati, che moltissimi reperti ora sono lasciati inutilmente in magazzino a marcire.
«In realtà, quindi, è quasi più interessante entrare in questi depositi abbandonati e studiare quello che contengono.
«È bellissimo scavare, sia chiaro, ma si trova nuovo stimolo anche nella catalogazione di oggetti che sono stati quasi dimenticati. In tal senso è come scavare da capo, come fare nuove scoperte.»
 
Quando osservi questi antichi oggetti cosa provi?
«Pensa, quando ero in Iran ho preso in mano un pezzo di ceramica che aveva settemila anni, non settanta o settecento, settemila! Non riuscivo nemmeno a rendermi conto.
«Il primo impatto è come avere in mano una reliquia, come se in quel momento tenessi nelle mie mani l’intero passato dell'umanità.
«Poi però quando devi lavorare su tonnellate di materiali tutti così antichi, cominci a perdere il collegamento trascendentale e diventano degli oggetti matematici, da analizzare dall'inizio alla fine.»
 

 
In questi tuoi soggiorni durati molti mesi, immagino avrai avuto modo anche di conoscere le popolazioni del luogo. Com'è stato il contatto con la società e la cultura orientale? Il fatto di essere donna ha evidenziato qualche problema?
«Ci sono alcuni aneddoti interessanti da ricordare a riguardo della cultura orientale in cui mi sono imbattuta durante questi periodi di lavoro. Ti racconto questa.
«Durante la mia permanenza in Pakistan ero ospite con la missione archeologica italiana in un'antica casa, considerata la base del cantiere di scavi. I materiali raccolti, da studiare e da catalogare, venivano depositati in una specie di magazzino sul retro dell’abitazione.
«In quelle settimane, avevamo scoperto anche delle necropoli e quindi c'erano molte ossa umane raccolte e immagazzinate nella casa.
«Devi sapere che i Pakistani sono molto superstiziosi al riguardo, legati a una cultura islamica antica per cui i fantasmi sono per loro vere e proprie entità che la notte si manifestano e prendono vita.
«Per questo motivo, la sera, dopo le nove, c’era l’assoluto divieto di varcare la porta del magazzino. Secondo loro, infatti, se noi archeologi avessimo disobbedito a quanto dettato dalla loro tradizione, saremmo stati tutti uccisi dagli spiriti dei morti.
«Per quanto riguarda poi essere donna nella cultura del Pakistan, per un’archeologa in particolare è sempre un'avventura che a volte può far sorridere, altre volte meno.
«Il primo impatto, devo dire, è quasi offensivo del tuo essere donna e della tua libertà, nel senso che non puoi assolutamente vestirti come vuoi, non puoi dare la mano agli uomini, devi stare molto attenta a come guardi le persone.»
 

 
«Ciò che ho trovato più imbarazzante è stato il momento in cui, quando ci si spostava in aree di probabile pertinenza archeologica, bisognava chiedere il permesso ai proprietari dei terreni.
«In questi casi, oltre alla richiesta, è costume portare un omaggio al padrone di casa e normalmente ci si ferma a bere il thè. A volte ci sono proprietari terrieri abbastanza aperti ai costumi occidentali per cui lasciano che tutto il gruppo degli studiosi si intrattenga nella stessa sala, ma nella maggior parte delle circostanze gli uomini devono stare con gli uomini e le donne con le donne.
«In questo modo si sono venute a creare scene imbarazzanti perché non c'era connessione linguistica e quindi i minuti sembravano interminabili. Considera che solo in uno dei miei periodi trascorsi all'estero, eravamo due donne su un folto gruppo di uomini, mentre le altre volte sono sempre stata l'unica studiosa femmina.
«Mi è anche capitato di partecipare alla cerimonia di matrimonio tra una ragazzina tredicenne e un trentenne che per età poteva essere suo padre. In quel caso inizialmente mi è sembrato di essere finita nel Medio Evo, poi, invece, ho potuto vedere tantissime donne con vestiti tipici molto colorati, tatuate con henné, le quali erano entusiaste di vedere una donna europea in mezzo a loro. In quel caso sono stata accolta con molta cordialità e tanti sorrisi.
«Quindi, come dicevo, ci sono momenti positivi e negativi. Ovviamente bisogna stare attente a quello che si fa, altrimenti si può incorrere in gravi sanzioni se non ci si attiene alle regole fissate dalla loro cultura e religione.»
 

 
Tornando al tuo lavoro, ti faccio una domanda forse banale: quando si iniziano degli scavi sai già che troverai qualcosa, oppure no?
«La tua non è affatto una domanda banale, anzi. In genere prima si fanno delle prospezioni, delle indagini sistematiche attraverso piccoli buchi dove grazie a macchinari molto sofisticati e costosi si va a indagare il terreno con le onde elettromagnetiche.
«Se l’esito è positivo, si inizia a scavare, altrimenti ci si sposta in un altro sito. In altre parole non si parte con l’impresa se non si è sicuri di trovare qualcosa. Anche perché, è da dire che organizzare un'equipe specializzata di archeologi è molto costoso e proprio per questo non si può lasciare nulla al caso.»
 
Secondo te, quali sono i posti più interessanti dove avviare degli scavi?
«Ti dico la mia opinione personale. Gran parte dei nostri connazionali forse non sarà d'accordo, ma credo che come archeologia italiana ed europea abbiamo trovato e scavato così tanto che ormai è noioso applicarsi ancora alla ricerca di reperti greci o romani.
«Il fatto di buttarsi sull'Oriente è più poetico, meno convenzionale, forse anche un po’ bohémien, nel senso che si entra in contatto con una cultura che ti fa vivere esperienze davvero al di fuori della nostra quotidianità.
«Inoltre, è un mondo ancora all'antica ed è così vasto e con una cultura archeologica ancora giovane che, rispetto all’Occidente, promette ancora grandi scoperte.
«C'è tantissimo da scoprire, quindi penso che sia questo il motivo principale per cui l'Oriente in genere rappresenta il posto più interessante, archeologicamente parlando, e dove vale davvero la pena fare studi sul campo.»
 

 
L'idea quindi di studiare in siti archeologici italiani non ti attira?
«Ovviamente studiando in Italia, a Padova, apprezzo quello che offre anche il nostro Paese. Ho fatto degli scavi sul territorio italiano e sono sempre stati interessanti. C'è da dire, però, che ognuno poi si specializza in un campo e io mi occupo della protostoria, un periodo quindi più antico della storia romana, quello che è venuto prima degli etruschi e dei romani in Italia e in Europa, un ambito molto studiato ma non così conosciuto.
«Questo per dire che mi riempie di soddisfazione sapere che ad oggi ci sono ancora ritrovamenti di tombe o reperti dell'epoca romana, ma non sono novità in senso assoluto, aggiungono semplicemente altro materiale a quello già esistente.
«Sarò originale, ma a me piace partire da zero, perché sono quelle le scoperte che più mi attirano e che mi affascinano.»
 

 
Finita l’università, cosa pensi di fare?
«Al momento mi sto impegnando molto a pubblicare articoli sulla stampa di settore e non solo, ma mi occupo anche di archeologia subacquea e cerco di partecipare il più possibile a nuovi scavi approfittando anche del fatto che ci sono sempre pochi operatori disponibili in questo ambito di ricerca.
«Il mio sogno più grande sarebbe di entrare in Università, poter insegnare e investire le mie economie in scavi nei luoghi che più preferisco. Ovviamente è un sogno, e come tutti i sogni non si sa mai se potrà avverarsi. Tuttavia, devo dire che sono sulla buona strada, la pubblicazione di articoli può aiutare a vincere borse di ricerca o dottorati e quindi già questa è un’ottima base di partenza.
«Ecco, diciamo che se un domani non riuscissi a trovare un lavoro in ambiente archeologico sarei alquanto delusa e dispiaciuta. Ma al momento non c’è motivo di scoraggiarsi. Vado avanti e guardo lontano, cercando di proseguire nel mio viaggio sempre con l’ottimismo e con il sorriso che mi hanno portato fin qui.»

Astrid Panizza – a.panizza@ladigetto.it
(Puntate precedenti)


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