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Giovani in azione: Ilaria Senter – Di Astrid Panizza

Dalla Laurea in Comunicazione al romanzo «Forèst» (Sentirsi straniero) passando per l'arte circense – Una vita vissuta con entusiasmo a tutto tondo

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Ilaria Senter ha alle spalle un vissuto molto particolare. Oggi ha 34 anni e la sua casa natale è a Rovereto, nella frazione di Noriglio, che però ha lasciato ancora ai tempi dell'Università spostandosi a Ferrara.
Durante la triennale in Comunicazione ha deciso di spendere un periodo con il progetto Erasmus in Francia, precisamente a Tolosa. Ed è qui, che per i casi della vita si è appassionata dell'arte circense.
Una volta completato il ciclo di studi in Italia, la grande decisione della sua vita: partire per l'Argentina per specializzarsi nello studio del circo.
Una passione, questa, che l'ha portata ad apprendere ancora, stavolta proprio l'arte circense presso la Scuola professionale di arti circensi «Flic» di Torino.
E poi ancora in Francia, nuovamente a Tolosa, ritornata dopo il «colpo di fulmine» di qualche anno prima, quando era lì in Erasmus, luogo che ora è diventato la sua casa.
«Le discipline artistiche studiate durante la triennale di comunicazione, quando pensavo di fare la giornalista, mi hanno invece dato una particolare capacità di linguaggio che mi ha poi permesso di scrivere non solo pezzi di teatro – ci racconta Ilaria, soddisfatta – ma anche testi di narrativa.»


 
Un solido cambiamento di rotta in chiave letterari, capiremo nel corso dell’intervista, lungo una strada che l'ha portata sempre più verso le sue passioni e l'ha aiutata a tenere duro, a non abbandonare mai i suoi sogni.
«Delle me competenze, tutto mi è quindi servito, sia per la teoria, ma soprattutto per la pratica. La mia scrittura la definirei visuale, nel senso che si ispira a delle immagini che ho in mente e cerco di trasporre sulla carta, ma è anche filmica, perché unisce le immagini ai movimenti, in quanto immagino il personaggio che si muove nello spazio non solo virtuale, ma proprio fisico.
«E poi nella mia scrittura c'è anche la musica, è un'arte vivente, che traspare, viene fuori e va al di là della carta scritta.»
 
E dal sogno alla realtà, per Ilaria, il passo è stato breve. E’ di pochi mesi, infatti, l’uscita di «Forèst» (Curcu Genovese Editore), il suo primo romanzo che affronta i temi dell’amore, del coraggio e della solitudine.
È, possiamo dire, una riflessione sull’essere straniero in un altro paese, ma anche sui cambiamenti inevitabili del trascorrere del tempo, capaci di far sentire un po’ chiunque un forestiero.
«Forést» racchiude il tuo stile di scrittura e anche di vita. Qual è il messaggio che vuoi trasmettere?
«Il mio romanzo, che prende il titolo dalla parola del dialetto trentino che significa forestiero, narra del sentirsi stranieri ovunque. È una riflessione sull'essere fuori posto in posti diversi, anche senza viaggiare, perché con il passare del tempo le cose che ci stanno intorno cambiano e non sempre noi riusciamo ad adattarci ad esse con la stessa velocità, con il giusto approccio.
«L'idea è che le proprie radici, nel bene o nel male, difficilmente spariscono nell'età adulta, ci danno le basi, la forza per essere saldi di fronte ai cambiamenti, ma allo stesso tempo ci lasciano delle ombre, dei difetti che nonostante la maturità non riusciamo a toglierci. È parte dell’educazione, della formazione di ognuno, una scia che rimane sempre un po' addosso.
«Forèst è una storia che unisce più generazioni e le mette a confronto, i protagonisti sono tre persone in apparenza anonime, in cui però ognuno identifica qualcosa di se stesso attraverso i dettagli, le sfaccettature delle loro personalità.
«Ho cercato di non banalizzare le descrizioni dei paesaggi, con attenzione alle caratteristiche profondamente nostre, trentine, di montagna. Dai muri a secco, a ciò che si coltiva, alla chiesa, ai rituali tipici della nostra zona, intrecciando così una trama non scontata che con un filo conduttore ci mostra l'essere straniero di ieri e di oggi, condizione che è mutata e che è necessario conoscere per comprendere.»
 
Qual è il motivo per cui hai deciso di scrivere questo libro?
«Alla base della scrittura di un libro credo ci sia sempre, almeno in parte, una necessità personale. Forèst è nato dalla lontananza dai miei luoghi d'origine, dalla mia famiglia e dai miei amici e anche dal mio compagno in quanto, pur vivendo con lui in Francia, viaggio spesso e capita che passi molto tempo lontano.
«L'ispirazione, quindi, mi è venuta da tutto ciò e ho avuto la possibilità di poter descrivere questa sensazione da fuori. Infatti, se ci pensi, dopo aver attraversato i confini ed essere espatriato, puoi guardare il posto in cui vivevi prima con un occhio più oggettivo rispetto a quando eri dentro a quella realtà. E così ho fatto io.
«Forèst, però, non vuole essere un libro per così dire nostalgico, è semplicemente lo specchio di uno stato d'animo, quello che può capitare a tutti nel sentirsi un po' spaesati, paradossalmente anche per coloro che non sono mai partiti. L'emarginazione, quindi, è un tema attuale anche per chi è del posto, non solo per chi arriva da fuori, perché in questi anni, come ti dicevo, tutto cambia così velocemente che ci lascia quasi impreparati.
«Non tutto è comunque romanzato, in parte è tratto dalla storia vera di un mio prozio che, molti anni orsono, ha attraversato a piedi la frontiera per entrare in Francia in cerca di fortuna. Un fatto che oggi, in anni diversi, capita quando anche d'inverno moltissimi immigrati attraversano i confini cercando di raggiungere un futuro migliore.
«Sull’immagine di copertina - come puoi vedere - c'è una pecora nera cerchiata, il che sta ad indicare che i tre protagonisti sono un po' delle pecore nere, ma il perché non voglio anticiparlo: lo lascerò scoprire direttamente ai lettori...»
 

 
Ti piacerebbe mettere in scena il romanzo?
«Mi piacerebbe sì, e molto. Però ci sono dei problemi tecnici. In primis, il libro è stato scritto in italiano e io lavoro in Francia, quindi dovrei tradurlo. Devo anche dire, però, che la Francia è citata in varie situazioni nel libro, quindi sto cercando di fare delle presentazioni con gli italiani che vivono in Francia.
«Ho riflettuto anche sul fare una presentazione come performance teatrale: me lo immagino proprio con attori che in scena costruiscono un muro, simbolo delle frontiere.
«Forést è in parte romanzo di formazione, però ci sono molte chiavi di lettura e ognuno leggendo il libro potrà trovare la sua. Per arrivare alle conclusioni di cui abbiamo accennato, c'è la possibilità di fare una riflessione ancora più profonda che leggendo in maniera superficiale forse è difficile da raggiunge. Al lettore sta la scelta.»
 
Hai già in mente il prossimo libro?
«A dire il vero ho già iniziato a pensarci, adesso sto scrivendo un nuovo spettacolo, e quando mi vengono delle idee, le butto nella scrittura scenografica, che poi è il lavoro che svolgo tutti i giorni.
«Per un altro romanzo non è ancora tempo, anche se in realtà qualcosa di ambientato in Argentina mi piacerebbe scriverlo. Ho delle idee e aspetto solo che esse diventino un bisogno di esprimermi.»
 
E brava Ilaria. In attesa del prossimo romanzo, accontentiamoci per ora di vederla e ascoltarla «dal vivo» nel descrivere di lei e del suo «Forèst». 
L’occasione è per il 13-14-15-16 giugno, nella prestigiosa scenografia del «Trentino Book Festival», l’appuntamento editoriale in programma ogni anno a Caldonazzo, dove la nostra autrice presenterà a un pubblico qualificato questo suo primo libro che già dal titolo pare raccontare molte cose importanti di ieri e di oggi.
 
Astrid Panizza – a.panizza@ladigetto.it
(Puntate precedenti)

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