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Giovani in azione: Luca Filippi – Di Astrid Panizza

Da Rovereto a Roma con una valigia piena di sogni: «Volevo a tutti i costi diventare attore professionista» – E ce l'ha fatta

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Sognare di diventare attore, a quanti è mai capitato?
Le parole di una nota canzone recitano che «Uno su mille ce la fa».
Ecco dunque il nostro «uno su mille», il protagonista di questa settimana, un ragazzo umile che parte da Rovereto con una valigia piena di sogni, per arrivare a Roma, la città eterna, ricettacolo di grandi talenti.
Il suo nome è Luca Filippi e ha 28 anni. La sua è una storia che racchiude in sé gli elementi comuni a tante vite: impegno, sacrificio e costanza. Lui però ha scelto di inseguire il suo sogno senza smettere di crederci mai.
 
«Alle superiori, quando frequentavo l'IPC-Don Milani, ho deciso di partecipare ad un musical scolastico.
«È stato lì che ho scoperto per la prima volta quanto mi piacesse recitare ed essere al centro della scena.
«Sono sempre stato un ragazzo timido, seduto all'ultimo banco in silenzio, ma da quel momento in poi ho deciso di prendermi la scena.»
 

 
L'inizio quindi di un lungo percorso...
«Esatto, un percorso lungo e non senza ostacoli. Finite le superiori ho cercato su internet varie scuole di recitazione nella capitale e la prima che è comparsa è stata Fondamenta, che allora non aveva aperto da molto tempo.
«Si tratta di una scuola privata, a Roma ce ne sono tante altre più importanti e famose, ma sai io mi innamorai di questa professione proprio lì.
«È stato un colpo di fulmine. Sono approdato a Roma, nel 2011 e il primo anno è stato quello che ritengo più felice di tutti, perché proprio allora ho scelto di voler essere attore di professione ad ogni costo.»
 
Cosa ti ha reso consapevole di questa passione?
«È stato naturale capirlo in quanto la materia recitazione era quella che mi piaceva di più tra tutte e non vedevo l'ora di cominciare le lezioni. Rimanevo assorto ad ascoltare, quasi in ammirazione, al punto che sentivo quella materia proprio mia.
«Dentro di me continuavo a ripetermi Voglio che questo sia il lavoro della mia vita - senza se e senza ma.
«Dopo Fondamenta ho frequentato anche la scuola pubblica d'arte cinematografica Gian Maria Volonté, concentrandomi solo sulla recitazione cinematografica, mentre quella precedente era incentrata più sul teatro.
«Il casting è stato molto difficile perché prendevano solo 8 ragazzi e 8 ragazze, ma anche questa volta sono entrato.»
 
Più andavi avanti quindi, più acquisivi esperienza
«Esattamente. Finita anche la seconda formazione alla Volonté, mi sono comunque sempre tenuto in allenamento con un acting coach, anche ora per due volte in settimana. Vedo che il mio bagaglio d'attore si sta riempiendo sempre più, ma d'altronde non si smette mai di imparare.»
 

 
Come hai poi messo in pratica tutto ciò che hai appreso?
«Pensa che il primo anno non avevo idea di come funzionasse il lavoro vero e proprio, ero proprio lo stereotipo di ragazzo venuto dalle montagne e ignaro di tutto. In pratica funziona così: contatti un agente mandando candidatura con foto, curriculum e un video in cui reciti un monologo. Lui poi se decide di prenderti ti candida per vari provini.
«Ho cominciato con i provini nel 2012 e il primo lavoro che ho preso è stato nel 2015, ti lascio immaginare lo sconforto iniziale quando non mi prendevano... me la sono vissuta parecchio male, mi caricavo d'ansia e ne uscivo che stavo peggio di quando ero arrivato.
«Fare provini significa essere continuamente sotto giudizio ed è automatico che il tuo lavoro sia tuo oppure no. Bisogna avere la pelle dura perché la competizione è altissima e devi fare tesoro dei giudizi che ti vengono detti.»
 
Poi però sono arrivate le soddisfazioni
«Per fortuna! Per il primo lavoro ho fatto quattro provini per lo stesso ruolo e ancora non sapevo se mi avessero preso oppure no. Era il 2015 e quello è stato alla fine il mio primo film, dal titolo In fondo al bosco, prodotto da Sky con la regia di Stefano Lodovichi.
«È stata una felicità indescrivibile sapere di avercela fatta, come per un calciatore fare un goal al novantesimo minuto durante la finale dei mondiali. Ogni volta che capita è sempre così, ma quello rappresenta ogni volta il punto di partenza verso la fase successiva.»
 
...La fase quindi dello studio del copione! Come lo vivi quel periodo?
«È strano. A studiare il copione faccio tutto da solo. Il mio acting coach mi segue e preparo i ruoli che poi andrò a fare, però a parte le due volte a settimana con lui, non c'è altra preparazione o prove con il cast.
«Arrivo sul set che devo avere già a memoria la mia parte. Purtroppo nel cinema e nella televisione non ci sono i tempi per fare tutto il lavoro assieme. Il regista quindi dà delle indicazioni, ma il 90% lo fanno gli attori in solitaria.»
 

 
Dopo il ciak del regista, non ti senti in pericolo di sbagliare? 
«Ma certo, anzi normalmente dopo essere preso per un ruolo mi carico d'ansia pensando di non essere quello giusto, all'altezza di quello che si aspetta il regista da me. Cerco di scacciarla dicendomi che nonostante la mia paura io faccio il mio lavoro, resto concentrato e sto al ruolo, altrimenti è un attimo che la paura ti fotta, perché ci sono sempre mille dubbi, magari dei vuoti o dei giorni che semplicemente gira male.
«In quei momenti mi ripeto che sono io quello che è stato preso per quel ruolo, se non sono la persona giusta allora chi dovrebbe esserlo? Faccio un respiro profondo e proseguo.»
 
L'essere preso potrebbe sembrare un punto d'arrivo, ma in realtà è tutto un punto di partenza.
«Il punto d'arrivo in realtà non c'è mai. Anche quando mi rivedo al cinema vedo solo problemi, mi dico Madò, ma sta scena potevo farla meglio, mentre gli amici seduti accanto a me continuano a ripetermi che devo stare zitto e che va benissimo così.
«Il lavoro dell'attore è l'80% dover mettere da parte la propria ansia, però la soddisfazione di riuscire a portare a termine un lavoro ripaga tutti i momenti negativi.»
 
Parlando del tuo ultimo film, Hammamet, hai fatto un salto importante, recitando con attori del calibro di Pierfrancesco Favino, come è stato recitare in un film di questo calibro?
«Al pensiero di recitare con Favino ho subito pensato: Ma come faccio?, e conta che l'80% delle mie scene sono con lui, quindi già mi ero immaginato che anche solo alla prima battuta sbagliata lui mi avrebbe urlato contro e avrebbe avuto anche ragione.
«In verità ho conosciuto un professionista raro, è stato disponibile e generosissimo e mi sono accorto di quanto lui sia fragile. L'attore bravo, infatti, è un attore umile, che capisce che è impossibile essere sicuri al cento per cento del proprio lavoro.
«Ho dovuto stringere però dei patti altissimi con me stesso, comportandomi al pari degli altri, altrimenti sarei entrato sul set letteralmente venerando Favino o Gianni Amelio, il regista, ma non avrei fatto il mio lavoro. Ho quindi alzato la mia asticella per essere al loro stesso livello, questa è la parte più difficile, ho messo da parte me stesso per lasciare completo spazio alla scena e al personaggio che interpretavo.»
 

 
A film ultimato e già nelle sale da inizio gennaio, come ti sembra di essere andato, ora che puoi ragionare a mente fredda?
«Ti dirò, Gianni Amelio non fa le prime, quindi io ho visto Hammamet al cinema. La prima volta sono andato da solo, mi sono messo dietro a tutti, nell'ultima fila ed è stato uno shock. Non mi sono piaciuto per niente, pensavo ad ogni scena che sarebbe stato meglio che non l'avessero montata e mi sono sentito veramente deluso.
«Poi, la sera stessa sono ritornato con degli amici e nel rivedermi in maniera obiettiva nelle parti che prima mi pareva di aver fatto schifo, mi è sembrato invece che la mia performance non fosse poi così male. Ho fatto un po' pace con me stesso, ma in generale rivedermi non mi piace mai.»
 
Sei tanto autocritico nei tuoi confronti?
«Sì è vero, ma succede a tanti attori di esserlo. Il film l'ho fatto ormai nove mesi fa, quindi rivedendomi dopo così tanto tempo, ora mi sento un altro attore, un'atra persona, è come se mi dicessi cavolo se rifacessi quella scena adesso la farei mille volte meglio.
«Invece pensa, quando ero sul set, alla fine di ogni giornata ero contentissimo, per tutte le scene che giravamo mi sentivo soddisfatto del mio lavoro. Quindi alla fine come si recita è semplicemente un atto spontaneo, dipende proprio dall'attore che sei in quel momento.»
 
Ad ogni film a cui partecipi devi mettere una maschera, fare un personaggio, come esce però il Luca che è in te?
«Il fatto di essere coperto da una maschera, di interpretare un ruolo, è proprio la scusante per poter far uscire il lato di me che le altre persone non possono cogliere, ma che penseranno sia il ruolo.
«L'attore deve per forza attingere al suo vissuto, alla sua memoria emotiva, dalla sua storia. Recitare significa anche scavare nelle proprie viscere per tirare fuori tutte le emozioni da mettere a servizio del personaggio.
«Non è assolutamente una psicanalisi, ma è completamente inerente al lavoro. Dopo il ciak-Azione mi spendo più che mai, e con lo stop ritorno ad essere Luca Filippi con i suoi problemi, come se durante le riprese uscissi da me stesso e pensassi ad altro, allo stesso tempo tirando fuori emozioni mie.
«Pensa che Favino in un'intervista ha detto che la maschera che fisicamente indossava sul set e gli costava cinque ore di preparazione prima delle riprese, gli consentiva di esprimere meglio le sue emozioni personali, rispetto a recitare senza una maschera fisica.»
 
Cos'hai in programma adesso?
«Ho già girato una serie TV che andrà in onda tra circa un anno su Rai Due con la regia di Daniele Vicari, dal titolo L'alligatore.
«In questo film sono un tossico e interpreto per la prima volta la mia morte in scena.»

Astrid Panizza – a.panizza@ladigetto.it
(Puntate precedenti)


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