Home | Rubriche | Giovani in azione | Giovani in azione: Marco Comai – Di Astrid Panizza

Giovani in azione: Marco Comai – Di Astrid Panizza

Marco e il suo vino: In giro per il mondo per poi portare l'esperienza a casa

image

Marco, sulla destra, con il fratello Andrea a sinistra.

L'idea che i giovani possano farsi strada da soli sembra quasi un'utopia, in tempi in cui si lotta per un posto di lavoro, dove la disoccupazione giovanile, secondo i dati Istat 2019 raggiunge quasi il 10%, in uno Stato come l'Italia che ha sempre privilegiato il «diritto d'anzianità», se così lo si può definire, le raccomandazioni e via dicendo.
Bisogna reinventarsi, è necessario costruirsi da soli. Sono questi alcuni degli slogan che costituiscono ormai un trend e sono sulla bocca di tutti.
E così ha fatto Marco Comai, che assieme al fratello Andrea ha ampliato l'azienda di famiglia, l'omonimo agriturismo a Riva del Garda, per inserirvi una cantina e creare così il loro vino, Comai appunto, partendo da zero.
 

 
«Ho fatto parecchie esperienze all'estero prima di aprire l'azienda, – ci racconta Marco. – Per 8 anni a casa non ci sono stato molto, inizialmente perchè ho frequentato l'Istituto Agrario di San Michele All'Adige, dove sono rimasto in convitto per sei anni, e durante i quali sono stato in tirocinio dall'Alto Adige alla Toscana, in Germania e anche a Bordeaux.
«Ho poi frequentato il corso universitario triennale di enologia – continua – che mi ha permesso di viaggiare quasi costantemente perché il programma prevede di cambiare sede universitaria ogni anno, da Trento, a Udine e infine Geisenheim.
«Il primo anno a Trento, infatti, ma non ho quasi mai frequentato perché ho lavorato in una cantina in Alto Adige e poi a febbraio, subito dopo gli esami, sono partito per la Nuova Zelanda, dove ho fatto la vendemmia lì, che avviene quando da noi è primavera mentre là è autunno.
«Una volta tornato ho dato gli esami del secondo semestre. Il secondo anno, invece, ho frequentato l'Università a Udine e il terzo ho finito a Geisenheim, in Germania, dove mi sono laureato.»
 

 
Un bagaglio di esperienze non indifferente, per poi trasmettere la conoscenza appresa nel tuo progetto?
«Aprire la cantina ha significato mettere in pratica tutto ciò che avevo sperimentato negli anni. Ho finito l'Università a luglio 2018, ma la prima vendemmia che abbiamo vinificato in proprio io e mio fratello, che anche lui ha studiato a San Michele, è stata nel 2017, appena tornato dalla Germania.
«Il vino non era una nuova idea in famiglia, lo producevano già i miei genitori quando, prima dell'agriturismo vero e proprio c'era un agritur, una trattoria potremmo dire, dagli anni ottanta fino agli anni duemila, quando poi sono stati costruiti gli appartamenti.
«Il vino prodotto era però sfuso, senza bottiglie. Qua in zona non c'è mai stata una grande tradizione viticola che producesse vino di qualità in bottiglia, hanno sempre preferito lo sfuso.»
 

 
Perché hai deciso di cominciare con questa nuova attività?
«Dopo aver visto e studiato tante cose, volevo finalmente valorizzare il mio territorio. Girando per il mondo, avevo infatti capito che si poteva fare qualcosa anche qua.
«Dal 2012 comunque, assieme a mio fratello, abbiamo provato ogni anno a produrre un po'di vino, prima in barrique, poi in botte, per capire se valesse la pena mettersi sul mercato con un prodotto di qualità, perché farlo senza la qualità non aveva senso, sarei andato a quel punto a fare l'enologo in un'altra cantina.
«Nel 2017 abbiamo vinificato per la prima volta in un'altra cantina, mentre nel 2018 siamo entrati nella nostra.
«Nostro padre ci ha lasciato carta bianca, gli spazi e gli attrezzi del mestiere, ma non lavora con noi. E' anche questo il bello, che lui, dopo averci trasmesso le sue conoscenze quando eravamo più piccoli, ora ci permette di sperimentare sulla nostra pelle i risultati. Mio fratello si occupa più del vigneto, mentre io sono specializzato nella parte enologica. Ci siamo divisi i compiti ma lavoriamo sempre insieme.»
 

 
Com'è la vostra produzione?
«Abbiamo cinque ettari, con una produzione, ad oggi, di circa 20000 bottiglie. La nostra idea è di assestarci attorno a questa cifra, o poco più, anche per le prossime annate. Potenzialmente avremmo più uva, ma preferiamo privilegiare quelle migliori, per mantenere un livello di qualità alto.
«La linea base si chiama Busat, bianco rosso e rosato. Si tratta di un'entrata di gamma classica, di uvaggi di più varietà e vigneti. Il nome di questa linea, è nato mentre io, mio fratello e la sua fidanzata, Irene, che lavora con noi occupandosi però dell'agriturismo, eravamo seduti attorno ad un tavolo.
«Stavamo cercando un nome che potesse dare l'idea del nostro territorio e quindi da Busa (il territorio che si estende nell'area tra Riva e Arco, ndr) a Busat il passo è stato breve. L'immagine sull'etichetta, inoltre, è proprio una mappa della Busa, con indicati su ogni bottiglia i vigneti utilizzati per la produzione di quel vino.
«Produciamo anche due selezioni di Chardonnay e Sauvignon e un Rebo in purezza, selezione di un vigneto singolo, mentre usciremo a breve con un taglio bordolese e più avanti con uno spumante, ma per quello passerà ancora del tempo.»
 

Come pensi si evolverà la cantina?
«Essenzialmente vogliamo assestarci su un potenziale massimo di cantina di circa 25.000 bottiglie, da lì poi vogliamo lavorare sulla qualità e concentrarci sul miglioramento.
«Ci sono vini con cui c'è ancora molto da fare, nel senso che pur essendo già di buona qualità, per arrivare al top di gamma bisogna trovare l'espressione giusta del vigneto, del territorio e in alcuni vini c'è bisogno dell'invecchiamento che, avendo cominciato nel 2017 ancora non abbiamo potuto sperimentare al massimo.
«Di tutte le varietà prodotte teniamo qualche centinaio di bottiglie, perché è fondamentale avere una memoria storica, capire cioè come un prodotto uscito oggi potrà essere fra tre anni.
«È fondamentale vedere se abbiamo lavorato bene, se si poteva far di più per poter dar longevità al vino oppure no, perché credo che un vino di alta qualità possa essere tranquillamente bevuto anche dopo sei anni.»
  

Marco, in centro, con la famiglia.

Il fatto di essere enologo indipendente così giovane con una cantina tua non ti spaventa?
«In realtà questa cosa la supero con il confronto. Mi trovo spesso con altri produttori, come per esempio il gruppo dei vignaioli indipendenti, per confrontarci e condividere esperienze e consigli.
«Fa sempre bene ascoltare per migliorarsi e dare il meglio di sé, oltre che assaggiare tutti i vini per capire su cosa sia meglio puntare e su cosa no. Inoltre c'è anche la consulenza degli esperti dell'Istituto di San Michele, che danno un loro parere.
«In questo caso ascolto quello che mi viene detto, però non sempre seguo quello che dicono, perché lo stile magari è un po'antiquato, non è quello che piace fare a me. Essenzialmente, quindi, seguo una linea mia, sono sempre aperto al confronto e al dialogo, ma le decisioni finali le prendo io, assieme a mio fratello.»

Astrid Panizza – a.panizza@ladigetto.it
(Puntate precedenti)

Condividi con: Post on Facebook Facebook Twitter Twitter

Subscribe to comments feed Commenti (0 inviato)

totale: | visualizzati:

Invia il tuo commento comment

Inserisci il codice che vedi sull' immagine:

  • Invia ad un amico Invia ad un amico
  • print Versione stampabile
  • Plain text Versione solo testo

Pensieri, parole, arte

di Daniela Larentis

Parliamone

di Nadia Clementi

Musica e spettacoli

di Sandra Matuella

Psiche e dintorni

di Giuseppe Maiolo

Da una foto una storia

di Maurizio Panizza

Letteratura di genere

di Luciana Grillo

Scenari

di Daniele Bornancin

Dialetto e Tradizione

di Cornelio Galas

Orto e giardino

di Davide Brugna

Giovani in azione

di Astrid Panizza

Gourmet

di Giuseppe Casagrande

Campi da golf

di Francesco de Mozzi

Cartoline

di Bruno Lucchi

L'Autonomia ieri e oggi

di Mauro Marcantoni