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Andrea Paternoster, poeta del miele – Di Giuseppe Casagrande

Apicoltore appassionato aveva nobilitato l'arte del «nomadismo» spostando le arnie dal Trentino alla Sicilia, dal Polesine al Cilento, dal Friuli alla Sardegna

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Era il poeta del miele, cultore delle cose belle e buone del made in Italy, apicoltore appassionato che aveva nobilitato l'arte del cosiddetto «nomadismo».
Ogni anno spostava le sue arnie (oltre 1.500)  nei luoghi più vocati per la produzione di mieli monofloreali: dal Trentino alla Sicilia, dal Friuli al Cilento, dalla Lombardia alla Maremma, dal Polesine alla Sardegna.
 
Nel 2007 gli avevo dedicato un ampio reportage, corredato dalle immagini del foreporter Renato Vettorato, sulla rivista mitteleuropea bilingue (italiano e tedesco) Papageno. Titolo: «Tutti i colori del miele interpretati da Andrea Paternoster».
Mieli valorizzati da molti ristoratori stellati e non solo in Italia. Tra i primi Peter Brunel che al Ristorante Chiesa di Trento gli aveva dedicato un menu monotematico.

Protagonisti i mieli di Castel Thun: il rarissimo miele di corbezzolo, l'altrettanto raro e prezioso miele di rododendro, il miele di tarassaco, il miele di lavanda, il miele di rosmarino.
 

 
E ancora: il miele di girasole, di tiglio, di eucalipto, di sulla, di castagno, di carrubo, solo per citarne alcuni.
Una sinfonia di colori, profumi e sapori che si sposavano in una sorta di matrimonio d'amorosi sensi con i formaggi, le carni, il pesce, le erbe spontanee e molte altre preparazioni gastronomiche.
Già al primo incontro a Castel Thun i mieli di Andrea Paternoster mi avevano affascinato.
Cosiccome mi avevano entusiasmato le gemme di pino mugo immerse in un delicatissimo miele di acacia.
 
Il motto, la filosofia di Andrea, era racchiuso in due parole: tempismo nel seguire lo sviluppo delle fioriture e sensibilità nella selezione dei mieli, premessa fondamentale per ottenere quella «quintessenza» di mieli monofloreali che sottolineavano la purezza di quel miracolo della natura che filosofi, poeti e scrittori dell'antichità definirono «dono del cielo» (Aristotele), «alimento divino» (Apicio), «rugiada celeste» (Virgilio).
 
Caro Andrea, ora ti immagino lassù a volteggiare, spensierato, tra le api celesti del paradiso. Buona passeggiata.

Giuseppe Casagrande – g.casagrande@ladigetto.it

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