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Novello di Teroldego 2021: prosit – Di Giuseppe Casagrande

In attesa del Beaujolais Noveau (deblocage 18 novembre) brindiamo con il vitigno principe della Piana Rotaliana le cui caratteristiche ricordano il Gamay della Borgogna

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Fresco, giovane, fruttato, accattivante e dal tenore alcolico contenuto. Da qualche giorno nelle enoteche e nei supermercati della Penisola sono apparse le prime bottiglie di Novello della vendemmia 2021.
Un vino che precede di qualche giorno la ricorrenza di San Martino (11 novembre), ricorrenza antica, cara ai contadini, che chiude la stagione dei raccolti e consente di fare il bilancio di un anno di lavoro.
Un vino simpatico, il Novello, di pronta e facile beva, che agli inizi degli anni Settanta del secolo scorso, sulla scia del boom dei Beaoujolais Noveau della Borgogna, in poco tempo ammaliò anche i wine lover italiani.
Al punto che nel Duemila le poche migliaia di bottiglie di fine anni Novanta prodotte soprattutto in Trentino, Veneto e Toscana superarono quota 25 milioni.
Oggi quella cifra è scesa drasticamente (per quest'anno si parla di 3 milioni di bottiglie).
 
Non così in Francia anche perché il Beaujolais Noveau non consente scappatoie sia per quanto riguarda le uve utilizzate, il Gamay della Borgogna meridionale, sia per il metodo di produzione: la macerazione carbonica integrale.
Un metodo di vinificazione messo a punto dal ricercatore francese Flanzy e che si basa sulla fermentazione intracellulare degli acini interi.
Una tecnica che consente di ottenere dei vini rossi particolarmente colorati, fruttati e con un basso contenuto in tannini.
I novelli sono vini pronti da bere dopo poche settimane, ma essendo privi di struttura, per il loro invecchiamento non possono essere proposti sul mercato per molti mesi come purtroppo in molti casi è avvenuto in Italia.
 

 
Ci sarà un motivo per cui in Francia vengono tolti dal mercato il 31 dicembre.
Ed è bene ricordare che la data di uscita del Beaujolais Noveau non è fissata a fine ottobre come in Italia (il 30 ottobre per la precisione).
In Francia il giorno del deblocage è stabilito per legge: il terzo giovedì del mese di novembre.
Quest'anno cade il 18, data attesa a Parigi e nelle altre città transalpine con il fatidico conto alla rovescia: meno cinque, meno quattro, meno tre, meno due, meno uno con l'esclamazione finale: «Il Beaujolais noveau est arrivé». E a quel punto è festa grande.
 
Trent’anni fa o giù di lì fui tra i pochi giornalisti a promuovere il Novello (nessuno sapeva che diavolo fosse, molti lo confondevano con il mosto, altri con il «vin novo», altri ancora con il «torbolino» da abbinare alle castagne).
E fui tra i primi a ribadire che era proprio il Teroldego il vitigno ideale, quanto mai vocato per produrre il Novello di casa nostra, anche per le caratteristiche che lo avvicinano al Gamay della Borgogna.
Ecco i Teroldego boys della Piana Rotaliana: De Vescovi Ulzbach, De Vigili, Dorigati, Donati, Endrizzi, Foradori, Gaierhof, Martinelli e Zeni.
 

 
In Italia i primi a vinificare il Novello furono i toscani, seguiti dai veneti e dai trentini, mentre la prima Doc specifica fu attribuita nel 1987 al Bardolino classico grazie ad una felice intuizione del conte Giuseppe degli Albertini, allora presidente del Consorzio del Bardolino, e alla lungimiranza dell'enologo Giulio Liut che giocarono la carta dell'enogastronomia accostando a questo vino i sapori dell'autunno.
Oggi sulle sponde del Lago di Garda Valentino Lonardi dell'Azienda agricola Costadoro è uno degli ultimi vignaioli della Doc Bardolino classico a mantenere viva la tradizione con un numero limitato di bottiglie che incontrano comunque l'apprezzamento dei consumatori, italiani e stranieri, bavaresi in particolare.
 
In Italia, ahimè, il guaio è che, cavalcando la moda degli anni Novanta con relativo business, molti hanno cominciato a produrre Novello con i vitigni più disparati della Penisola (dalle Alpi a Pantelleria), mentre il Beaujolais Noveau è figlio di un territorio dove si coltiva un solo vitigno: il Gamay ottenuto con la tecnica della macerazione carbonica al 100%.
Cosa bellamente ignorata in molte regioni italiane. Da qui la disaffezione di molti wine lover e il crollo del mercato. Resistono poche cantine, quelle serie.
La prima cantina che propose in Italia il Novello fu nel 1975 la casa vinicola toscana dei marchesi Antinori con l'etichetta «San Giocondo», artefice il mitico enologo Giacomo Tachis, padre di tutti i grandi vini italiani (Sassicaia, Tignanello, Solaia, San Leonardo, Turriga, Pelago, Mille e una Notte di Donnafugata solo per citarne alcuni) seguito da Angelo Gaja con il «Vinot».
 

 
In Trentino la prima azienda a sperimentare la tecnica della macerazione carbonica fu la Cantina Rotaliana di Mezzolombardo, artefice l'enologo Luciano Lunelli, patriarca dell'enologia trentina, che già negli anni Sessanta intuì, assieme a Vigilio Grigolli, le potenzialità del Teroldego per la produzione del Novello.
Nel 1979 la prima uscita ufficiale.
Per molti anni il Trentino con due milioni e mezzo di bottiglie fu leader assoluto in Italia conquistando buone fette di mercato grazie soprattutto alle cantine sociali: Càvit (con Fiori d'Inverno e Terrazze della Luna), Mezzacorona, Cantina Rotaliana, La Vis, Concilio Vini, Cantina di Aldeno, Roverè della Luna.
 
Ma un plauso va esteso anche ad alcuni coraggiosi vignaioli, Roberto Zeni e Marco Donati su tutti, senza dimenticare Endrizzi e Luigi Togn, nume tutelare della casa vinicola Gaierhof, che hanno saputo valorizzare ed esaltare le caratteristiche del Novello di Teroldego: vino dal colore rubino e dagli intensi profumi fruttati.
Un vino fresco, beverino, piacevolissimo che regala emozioni fin dal primo sorso e che si sposa magnificamente con molti piatti autunnali.
In alto i calici. Prosit.

Giuseppe Casagrande – g.casagrande@ladigetto.it

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