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In Francia sulla Via Podense, 2ª puntata – Di Elena Casagrande

Sugli affascinanti altopiani della Margeride e dell’Aubrac il meteo è da sempre tremendamente mutevole

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La Chiesa di Saugues.
(Puntata precedente)
 
Si parte presto da Saugues, dopo un Nesquik al bar del paese. Un’enorme statua in legno ci indica il cammino per La Clauze, con la sua torre ottagonale, scampata alla guerra dei cent’anni. Camminiamo in un paesaggio bucolico sino alla Ferme (fattoria) di Le Fallet, dove beviamo una tazza di latte appena munto, saporitissimo.
Il fattore, orgoglioso, ci mostra il locale in cui affina i formaggi. Comperiamo il tomino le Pèlerin e ci rimettiamo in cammino, costeggiando l’altopiano sino alla salita per Le Sauvage, dove ci aspetta un antico rifugio.
Sul sentiero ci affianca una ragazza. Chiacchierando ci racconta che oggi sua nonna è morta.
«Non c’è miglior posto per ricordarla, che qui in cammino» – dice.
Mi vengono i brividi per tanta saggezza. Domani tornerà a casa.
 

La torre ottagonale di La Clauze.
 
 Le Sauvage da più di 900 anni è un «faro» sulla Via Podiensis  
Dopo un tratto tra boschi di conifere e prati, finalmente, ecco davanti a noi la mole del Domaine (tenuta, feudo) du Sauvage.
Costruito nel mezzo di questa montagna isolata, tra il 1150 ed il 1210, quale «faro» per i viandanti e pellegrini, possiede ancora l’aria severa e potente di una cattedrale tra terra e cielo.
Donato nel 1217 ai canonici della Cattedrale di Le Puy, consentì alla sede vescovile podense di estendere il suo controllo, per quasi 600 anni, fuori diocesi, fino alle terre del Gévaudan, sulla Via Reale da Le Puy a Toulouse.
Oggi come allora quest’imponente struttura in granito grigio della Margeride, ad un’unica navata e dai possenti contrafforti, accoglie chi si trova a passare di qua.
Dal 1971 è di proprietà pubblica ed è dedita all’agricoltura di montagna.


Le Domaine du Sauvage.
 
 Il madrileño Juan Carlos sta rifacendo per la 2ª volta questo cammino  
Noi ci godiamo la pace di questi luoghi, saziandoci del suono del vento sui pascoli e gustandoci un sorbetto al ribes della casa. Chiacchieriamo con Juan Carlos nel cortile interno.
È il secondo anno che torna sulla Via Podense ed è molto contento. Sta leggendo Huckleberry Finn di Marc Twain.
Per me, seguace dell’ultralight, è davvero un eroe a portarsi nello zaino il peso di un libro: ma ha sicuramente ragione lui.
Ceniamo tutti assieme, nella sala centrale, su lunghi tavoli di legno. Qui va di insalata mista, bollito di carne con rape, patate, carote e funghi. E, per concludere, formaggi del posto.
 

La Cappella di San Rocco a L’Hospitalet.
 
 Entriamo nel Lozère dal Col de l’Hospitalet con la nebbia  
Dopo la colazione con ottime confetture al rabarbaro, alle castagne e ai frutti rossi, accompagnate da
baguette e ricottine del Domaine, riprendiamo la marcia per Aumont-Aubrac.
C’è una fitta nebbia e quando ci giriamo per «salutare» per l’ultima volta Le Sauvage, fatichiamo a scorgerlo. Comincio a capire lo smarrimento dei pellegrini medievali colti dal maltempo in questi monti.
Dopo il Col de l’Hospitalet incontriamo gli scout, che hanno dormito vicino alla Cappella e alla fonte di San Rocco, erette a memoria dell’antico hospital templare del 1198, costruito dai nobili del vicino paesino di Chanaleilles, cavalieri dell’Ordine di S. Giovanni e crociati in Terra Santa.
Purtroppo non è rimasto nulla dell’ospedale, ma le sue pietre sono state utilizzate per l’attuale chiesetta.
Da qui si entra nel Dipartimento del Lozère e si comincia a scendere, in un fitto bosco.


La Chiesa di Saint-Alban-sur-Limagnole.
 
 Qui è impossibile uscire dal sentiero G.R. 65 
Appena vedo che il telefono ha campo faccio prenotare a Teo una stanza a «Le Sentiers Fleuris» di Aumont-Aubrac, così, giusto per ambientarsi con la lingua.
Nel frattempo arriviamo a St-Alban-sur-Limagnole. I negozietti sono aperti, i locali stanno facendo la spesa e le fioriere traboccano di corolle colorate.
Facciamo una pausa, con una quiche (torta salata) ai porri e poi di nuovo in marcia.
Il cammino si snoda tra prati recintati dal filo spinato. Anche la croce de l’Azuel è ingabbiata modello Gaza.
Ciò significa che non puoi uscire dal sentiero, nemmeno per una pausa pipì. Evidentemente tengono molto alla proprietà privata!
 

La Croix de l’Azuel.
 
 Marie mi consiglia di acquistare la guida Michelin per questo cammino  
Il paesaggio è comunque affascinante e ci accompagna sino ad Aumont-Aubrac. La gîte è nella piazza centrale, dove troneggia una statua della Bestia di Gévaudan. I proprietari ci accolgono con gentilezza.
Tutto è nuovo, materassi compresi! Dopo la doccia timbriamo la credenziale in Chiesa, dove c’è una funzione. Lì vicino troviamo, sulla facciata di una casa, la pietra misteriosa citata dalla mia guida.
All’edicola, dietro consiglio di Marie, compero anche la guida Michelin: poche pagine, cartine precisissime ed indicazioni utili. Due guide sono meglio di una!
 

La Bête di Aumont-Aubrac.
 
 Si cena insieme e poi si canta e si balla con questi pazzi francesi  
Alla gîte la cena è comunitaria. Il proprietario esce con un’enorme toma fresca (di 3 giorni) e poi comincia a spiegarci cos’è e come si cucina l’aligot: un purè di patate filante, al formaggio.
È semplicemente strepitoso! A fine cena lo chef ci invita a esibirci e a dare spettacolo.
Teo, di solito riflessivo, comincia a ridere di gusto e mi lancia nella mischia!
«Elena sa cantare! Dai, comincia tu!», – dice.
«Ma dai!», – sussurro.
«E-le-naaa! E-le-naaa!», tutti urlano a gran voce! Per cui non mi resta che buttarmi.
Intono l’inno dei pellegrini, che è in francese e… davanti a dei francesi! È il noto «Deus adjuva nos», nato a Conques, proprio su questo cammino e cerco di mettercela tutta.
È poi la volta di Marie e Jean Christian, che ballano. Una turista canta l’inno de la Réunion. Alla fine tocca a un giovane pellegrino (2 metri per 100 kg), molto timido.
Ci mostra alcune mosse di kung fu e... quasi rompe un vaso di fiori. La proprietaria sbianca, ma, con un’agile mossa, riesce a evitare il peggio.
Da oggi lui, per me, è «Kung Fu Panda»!


La specialità filante dell’Aligot.
 
 Nello zaino ho una cappa di fortuna: leggera, ma inadatta a un diluvio  
L’indomani pioviggina. Per cui partiamo tardi. Cerchiamo da dormire a Nasbinals, ma ci dicono che è tutto pieno.
Non ci resta che accorciare e prenotiamo a Rieutort. Appena entrati nel bosco comincia a piovere violentemente. Indossiamo le cappe, ma arriviamo zuppi a Quatre Chemins, scortati da una fila di anatre, fradice come noi.
Al baretto di Regine, fermo agli anni ’50, tutti fumano e c’è un’afa pazzesca.
Vedo il Senatore, incontrato a Le Sauvage Il suo Bonjour madame! è sempre molto ossequioso.
Si riparte: acqua e ancora acqua. Poco prima di Finieyrols, come un miraggio, ci appare una casetta tra i pascoli.
Deve essere il rifugio. «Le Gentianes – OUVERT» (Le Genziane- APERTO), recita un cartello nel nulla. Deviamo per andarci.
 

Nei pressi di Finieyrols.
 
 E io che mi immaginavo l’Aubrac giallo come nelle foto della guida Rother  
Quando arriviamo ci sono molti stracci a terra e cappe bagnate dappertutto. Sembra siano passati gli unni.
Ci viene incontro un anziano che, camminando a fatica, ci fa accomodare in soggiorno. Sono a disagio, perché ho paura di sporcare.
Lui mi invita ad entrare. Courage (coraggio), mi dice «accomodatevi al tavolo!» Chiediamo, per favore, se la moglie - che ho intravvisto - può farci due tazze di cioccolata calda.
Poco dopo lui arriva con una brocca di latte e un’enorme ciotola piena di cacao. Possiamo bere tutta la cioccolata che vogliamo!
È semplice: questi due si meritano il Paradiso. Non so se io mi sarei comportata così, a casa mia, tra le mie «cose».
Questa coppia mi lascia nel cuore dei grandi insegnamenti: la dimostrazione dell’aiuto offerto a degli sconosciuti e la forza di fare del bene, nonostante l’età e le difficoltà. Ci chiedono 4 euro. Incredibile in terra di Francia.
 
Il ponticello sul Bès a Montgros.
 
 La conclusione di una lunga giornata nella pace della sera  
A Rieutort, diciamo alla signora del rifugio Ange Gardien che preferiamo continuare, dato che sembra abbia smesso di piovere. Lei dice che non c’è nessun problema. Arriviamo a Montgros, alla Maison de Rosalie. ci lavora anche una cameriera sarda, trasferitasi per amore, che capisce subito, dal nostro accento, che siamo italiani.
«Non c’è niente qui, solo mucche!» – ci dice nostalgica.
Sì… ma che carine queste mucche dell’Aubrac! A cena, dove arrivano in auto i turisti dei dintorni, ci propongono «le petit salé aux lentilles vertes du Puy» (la pancetta stufata con salsicce e lenticchie verdi di Puy), i formaggi del Cantal e la torta ai mirtilli.
Siamo soddisfatti delle pietanze, ma mai come del tramonto che ci godiamo, dopo cena, sulla terrazza accanto alla nostra stanza.
Ora l’Aubrac è davvero magico.

Elena Casagrande

(La terza puntata della Via Podense sarà pubblicata mercoledì 29 giugno)
 
La Maison de Rosalie.

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Ceci 24/06/2022
Grazie, allora ci guarderemo il film!85
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Elena 23/06/2022
Tra il 1764 e il 1767 queste montagne, nell'antica regione francese del Gévaudan, furono teatro di orribili uccisioni (le vittime pare furono 113, specie tra giovani pastori, pastorelle e contadini),dovute agli attacchi di una grossa bestia feroce, che dilaniava e divorava le sue vittime. Persino il re Luigi XV mandò i suoi archibugieri per cercare di ucciderla. Vi sono testimonianze scritte nei registri parrocchiali e nei rapporti di cronaca locali. I superstiti hanno raccontato di un grosso animale, ricoperto di peli, metà lupo e metà felino. Ne vennero uccisi 3...negli anni. Quello impagliato e portato al Re è andato perduto. Per questo non si possono fare analisi genetiche a dimostrazione di un incrocio tra animali o quant'altro.Il mistero rimane. Il film Il patto dei lupi è ispirato a questa vicenda, ora ricordata anche da un "cammino" in queste terre.
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Ceci 23/06/2022
Ma la storia della bestia com'è?
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Ivano 23/06/2022
Interessante e ben dettagliato sia dal punto di vista geografico che storico. Coinvolgente per le emozioni riportate.
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