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Storie di donne, letteratura di genere/ 318 – Di Luciana Grillo

Catherine Chidgey: «Il figlio perfetto» – Un romanzo potente che si pone dalla parte dei nazisti per rivelarne infine una infinita crudeltà

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Titolo: Il figlio perfetto
Autrice: Catherine Chidgey
 
Traduttrice: Alessandra Patriarca
Editore: PaginaUno 2019
 
Pagine: 344 p., Brossura
Prezzo di copertina: € 20
 
Questo romanzo intreccia una storia doppia nella Germania nazista: segue la crescita di Sieglinde che vive a Berlino e di Erich che abita a Lipsia, nell’arco di tempo che va dal 1937 al 1997.
Entrambi appartengono a famiglie di provata fede hitleriana e si nutrono quotidianamente dei principi rispettati dai buoni e veri tedeschi.
La famiglia di Sieglinde appartiene alla borghesia berlinese, il papà ha il compito di asportare dai libri le parole proibite, che ritaglia con cura e che la piccola conserva in un barattolo come oggetti preziosi.
 
Ma «era mai tentato di portarsi a casa qualcuna delle parole rimosse? Di infilarsele nella tasca, sparpagliarle sul tavolo da pranzo, di impiantarle in altri libri, magari, o gettarle in aria come coriandoli, come augurio per un prospero futuro?».
Sieglinde con genitori e fratellini ascolta rapita le parole del Fuhrer che arrivano in casa attraverso la radio e con la sua classe va a visitare una fabbrica di biscotti, che il Fuhrer «apprezza moltissimo… e in questo modo i nostri biscotti ci aiutano a sconfiggere gli inglesi, che non hanno mai prodotto biscotti degni di questo nome».
 
Ci sono i bombardamenti («Appena sentiamo la sirena, ci dobbiamo subito svegliare – dice Vati – Dobbiamo saltare giù dal letto, afferrare la maschera e la valigia e correre – correre con calma – al rifugio»), la piccola che dorme con la maschera ai piedi del letto, sogna: «Il tempo tesse il blu con l’oro, il blu con il verde; è primavera e autunno; è mattina e tramonto; è prima ed è ora e accade ancora e ancora all’improvviso».
Sieglinde ama le regole e segue con attenzione il manuale.
Il suo «è integro, è perfetto, ogni pagina; sfogliateli e verificate pure…».
 
La bambina «è proprio come si deve: linda e ordinata, capelli pettinati e intrecciati, faccia pulita a fondo, nessuna traccia di antenati inappropriati».
Giulia, la comandante del piccolo gruppo di ragazzine, «parla loro del Fuhrer, che ha liberato la Germania dal fraudolento trattato firmato nella galleria degli specchi… A volte… dobbiamo accettare cose che non comprendiamo pienamente.
«Non è così importante quello in cui crediamo, ma il fatto che crediamo. Il Fuhrer sa esattamente quello che fa; possiamo seguirlo a occhi chiusi».
 
Eric vive nella campagna presso Lipsia, è figlio unico di Emilie e Cristoph, Papa e Mama. Papa è andato in guerra ed Eric ne attende il ritorno, Eric considerato «il tedesco perfetto… nordico».
La maestra si complimenta con lui e vuole che tutti i compagni ne facciano il ritratto, poi, come tutti i bambini che amano il loro Paese, «escono a raccogliere le erbe… vengono essiccate nel sottotetto senz’aria e ne viene registrato e resocontato il peso, e ogni bambino deve raccoglierne due chili all’anno per aiutare a curare i soldati feriti e per dimostrare di essere bravi bambini che amano il proprio Paese e vogliono vincere la guerra».
 
Emilie custodiva devotamente una testa di bronzo del Fuhrer, «tutte le mattine faceva un’offerta…poggiava lì davanti mele dalla buccia lucente, o nocciole fresche, o piattini di miele» e ad Erich che le chiedeva perché sprecasse del cibo che il Fuhrer non avrebbe mangiato, rispondeva che non era sprecato e che «doveva imparare quando era il momento di smetterla con le domande».
Non domandò nulla, ma pianse Eric, «sdraiato sul divano e con la faccia affondata nei cuscini verdi», quando Mama, la vigilia di Natale, uccise la carpa che per un certo tempo era cresciuta nella vasca dove loro facevano il bagno.
 
Mama diceva che «i ragazzi tedeschi devono essere coraggiosi; che i ragazzi tedeschi devono capire che certe cose sono destinate a morire… quella sera a cena Mama accese le candele e sedette nel posto di Papa. Mise il pesce al centro del tavolo… Mama toglieva la pelle e tagliava il pesce, un trancio per Oma e per Tante Uschi e per Eric e per sé, e gli disse di rendere grazie. Non voleva ringraziare Dio…».
Altri pensieri, ricordi confuse, risposte mai date affollano la mente di Eric: «Gli venne in mente che forse aveva già dieci anni; che il suo compleanno poteva non essere il suo compleanno, così come sua madre non era sua madre…» mentre il desiderio di far parte della Jungvolk, di imparare a lanciare un Panzerfaust, di far esplodere un carro armato, di tagliare una gola, di incontrare il Fuhrer lo coinvolge.
 
Poi, ogni cosa cambia, drammaticamente.
Il caso fa incontrare i due ragazzi quando per la Germania del Fuhrer tutto è ormai perduto e nel cielo sopra Berlino si intrecciano lampi di contraerea, pioggia di detriti e spolette inesplose.
Unico rifugio per i due è un labirinto di macerie, un teatro bombardato. La tragedia si compie, si colora di violenza fin quando per Sieglinde ed Eric la casa di Frau Hummel diventa un rifugio sicuro.
Catherine Chidgey continua, avanza fino alle soglie del terzo millennio, solo alla fine svela chi sia il terzo protagonista, ed Eric capisce che «c’era un altro bambino… un’altra storia dentro la sua che ronza in una scatola, e vuole uscire».
 
Questo è un romanzo potente che si pone dalla parte dei nazisti per rivelarne infine una infinita crudeltà.
 
Luciana Grillo – l.grillo@ladigetto.it
(Recensioni precedenti)

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