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«Fiori senza destino»: ragazzi smarriti – Di Nadia Clementi

Ne abbiamo parlato con l’autrice del libro Francesca Maccani in cui racconta la sua esperienza di insegnante tra Nord e Sud

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Francesca Maccani - Fotografie di Arturo di Vita.
 
In un Paese come il nostro, dove da sempre la divisione tra Nord e Sud ha generato difficoltà, spaccature economiche e sociali, parlare di periferie significa in realtà parlare della maggior parte d’Italia.
Lo dimostrano le tendenze politiche degli ultimi anni, dove nelle piccole città e nei quartieri appena fuori dalle metropoli predominano a tutte le latitudini sentimenti di rabbia e paura nei confronti dei diversi, uniti ad un forte senso di abbandono da parte delle istituzioni, mentre nei grandi centri urbani predominano l’innovazione e una spinta culturale votata all’inclusione.
Ma l’Italia è, per la maggior parte, un Paese fatto di provincialismi, di vite all’ombra di un campanile, di grandi quartieri popolari che come alveari circondano le zone più urbanizzate e racchiudono in se un’umanità variegata ma accomunata, purtroppo, da emarginazione e mancanza di stimoli.
Forse la nostra regione viene colpita meno da questo fenomeno, grazie alla nostra preziosa Autonomia e un territorio che ha reso da sempre vivi e vitali anche i piccoli centri.
 
A fare le spese di questa situazione di diffusa marginalizzazione e isolamento - paradossale visto che riguarda la maggior parte del Paese, - ci sono certamente le nuove generazioni: il recente rapporto del gruppo di lavoro per la Convenzione dell’infanzia e dell’adolescenza segnala infatti che oltre 2 milioni di bambini e ragazzi vivono in povertà relativa e quasi 1/3 sono a rischio di esclusione sociale. E gravi sono i divari regionali: in Sicilia sono il 56%, in Calabria sono il 49%, in Campania il 47%.
All’opposto il Friuli, l’Emilia Romagna e poi il Veneto le cui percentuali scendono sotto il 15%.
Il report prosegue nel dipingere un quadro impietoso anche rispetto alle iniziative culturali e alla possibilità di fruirne da parte di bambini e ragazzi.
Purtroppo è ancora il Sud a registrare record negativi preoccupanti: in Sicilia, Campania e Calabria oltre il 65% dei bambini non ha mai letto neppure un libro, a fronte di meno di 1/3 a Trento, dove, infatti, la possibilità di utilizzare una biblioteca pubblica è ben superiore.
 
Ad accomunare le vite di tutti questi bambini e ragazzi è ovviamente la scuola, che con i suoi maestri e professori di periferia spesso si erge ad unico argine contro il degrado e la dispersione di intere generazione, con scuole di frontiera dove gli insegnanti ogni giorno devono combattere una battaglia spesso persa in partenza, dove le conquiste spesso non sono i voti alti o un brillante esame di maturità, ci si deve accontentare di riuscire a strappare dalla strada i ragazzi e di tenerli tutti insieme tra i banchi per salvarli da un destino ineluttabile.
E una di queste insegnanti di frontiera è Francesca Maccani, classe 1975 nata e cresciuta in Trentino ma che da 10 anni vive in Sicilia.
 
Fa l’insegnante di lettere alle scuole superiori e nel gioco imprevedibile della vita si è trovata ad esercitare questa professione nella sua regione e poi nel profondo Sud dei quartieri popolari di Palermo.
Proprio su questa esperienza si basa il suo romanzo d’esordio dal titolo «Fiori senza destino», che racconta le vicende di dieci ragazzi con la loro vita, i loro sogni e il loro poco destino.
Il quartiere dove vivono è il Cep, Centro Edilizia Popolare, dove promiscuità e malavita regnano sovrane, e dove l’unica legge sembra essere il possesso delle cose e delle persone.
 
In queste spianate di cemento i bambini possono allontanarsi e non fare più ritorno, le ragazzine diventano donne troppo in fretta e i maschi crescono con l’idea che per ottenere ciò che desideri ogni mezzo è lecito.
In un avvicendarsi di speranza e rassegnazione ognuno dei personaggi si racconta, con lucidità, senza filtri.
Scopriamo così che la crudeltà non è una prerogativa degli adulti, ma un peccato originale che si trasmette di padre in figlio in un contiguo gioco dei ruoli, alternando vittime a carnefici.
 
L’abbiamo contattata per farci raccontare la sua esperienza e per capire insieme a lei come riuscire a dare un futuro ai ragazzi «smarriti» che tanti insegnanti come lei hanno incontrato sul proprio cammino.


 
Francesca la tua storia mi ha da subito ricordata quella dell’insegnante del nord mandato nella periferia di Napoli e che poi raccontò i suoi alunni nello straordinario libro «Io speriamo che me la cavo». Tu come ti sei vista e sentita quando ti sei trasferita a Palermo? 
«Trasferirmi a Palermo è stato difficile e molto doloroso. In primis perché non era una ma scelta e poi perché ho dovuto lasciare una vita e ricostruirne una da zero in una città grande, dove non conoscevo praticamente nessuno.
«Per me che sono cresciuta sempre in piccole realtà di paese, il confronto con un grosso centro urbano non è stato semplice.
«Ho dovuto imparare a guidare senza perdermi ogni minuto, a sopportare il rumore dei clacson, adeguarmi alle file interminabili negli uffici e fare nuove amicizie.
«La mentalità era molto diversa dalla mia, credo che la fatica maggiore sia stata quella di tentare di colmare questo gap.»
 
Il tuo libro parla di una periferia per certi versi estrema, fatta di povertà e ignoranza ma soprattutto dove manca la speranza. Come sono i ragazzi che vivono al Centro di Edilizia Popolare (CEP)?
«I ragazzi del Cep, che poi sono i protagonisti del mio romanzo sono 10 personaggi apparentemente diversi fra loro ma accomunati dal fatto di essere tutti compagni di scuola e di vivere a pochi passi l'uno dall'altra.
«Le loro storie sono tutte ispirate a fatti realmente accaduti. Si tratta di ragazzini costretti a crescere troppo in fretta da una serie di circostanze infelici.
«Ci sono ragazze e ragazzi. Hanno sogni molto semplici, ma sostanzialmente devono imparare da subito a badare a se stessi, per questo fin da piccoli hanno una spiccata intelligenza sociale.
«Il loro contesto culturale è fortemente deprivato e spesso sono diffidenti e restii a dare troppa confidenza.»
 
Venendo da una realtà così diversa da quella siciliana quali differenze hai notato rispetto al tuo lavoro di insegnante in Trentino? E quali invece le similitudini tra gli adolescenti del Nord e quelli del Sud?
«Le differenze lavorative sono troppe e troppo evidenti. Però fra i colleghi ho sempre trovato grandissima professionalità e uno spiccato senso del dovere uniti a una solida preparazione. Anche ora che lavoro da diversi anni in una bella scuola del centro devo dire che il livello è molto alto. Il corpo docente scrupoloso e preparato.
«Anche come mamma sono stata molto fortunata. I miei figli hanno dei docenti straordinari che si dedicano alla loro formazione in modo encomiabile.
«La maestra di mio figlio alle elementari faceva attualità e educazione civica ogni giorno in classe, senza contare che il suo programma era davvero ricco. Mia figlia in seconda media già fa i problemi di fisica sulle leve e sui principi della dinamica. Ricordo che io li ho fatti in prima liceo.
«Per quanto riguarda gli adolescenti quello che posso dire è che la differenza non la noto fra nord e sud ma fra cittadini e non.
«I ragazzi di città sono più “avanti”nel bene e nel male purtroppo, quelli dei piccoli centri mi sembrano più protetti e meno smaliziati per certi versi, il che lo trovo un bene.
«Qui a Palermo, nella scuola di mia figlia che è una delle più note scuole pubbliche della Palermo bene, a 12 anni molti ragazzi festeggiano i compleanni il sabato sera in locali alla moda con dj e 100 invitati a festa.
«Noi siamo una famiglia normale e non sempre siamo d'accordo nel mandare nostra figlia a queste feste.»
 

Ingresso del quartiere CEP.
 
L’adolescenza è sempre un momento di fragilità e complessità, oggi forse ancora più di 20 o 30 anni fa; cosa vuol dire avere 15 anni in un quartiere popolare del Sud?
«Credo che avere 15 anni in quartiere popolare che sia della periferia palermitana piuttosto che milanese, oggi come oggi, sia più difficile che mai. I modelli consumistici che i media impongono e l'evidente scarto con i coetanei più benestanti generano frustrazione e senso di inadeguatezza.
««Le possibilità sono evidentemente diverse e i ragazzi ne sono più consapevoli che mai.
Lo spettro delle dipendenze, del guadagno facile non migliorano la situazione.
In un’età in cui le fragilità sono più che mai accentuate, il fatto di vivere in certe periferie rende tutto molto più complicato.
«Il mito del denaro facile, l’idea del possesso delle cose belle, spingono i ragazzi nella direzione della delinquenza e purtroppo della prostituzione.»
 
In che modo la scuola può aiutare questi ragazzi?
«La scuola in certi quartieri è l’unico baluardo educativo assieme alla parrocchia. In certe zone più che mai si dovrebbe potenziare l'istruzione, assicurando il tempo pieno, curandosi di fornire strutture adeguate sia per il doposcuola che per dei momenti ricreativi.
Se penso che la palestra della scuola dove in«segnavo io è occupata da 10 anni da 6 famiglie indigenti e che attualmente è ancora l'unica abitazione di queste persone.
«Come si può pensare di essere presenti come agente educativo sul territorio se i ragazzini non possono fare educazione fisica perché il piano di sotto della scuola è barricato e si sentono pianto di neonati?»
 

Cassonetti davanti all'entrata della scuola.
 
Gli insegnanti in queste situazioni si trovano spesso a dover combattere per portare i ragazzi a scuola oppure a dover gestire situazioni psicologicamente devastanti. La didattica scivola inevitabilmente in secondo piano. Come si gestisce una situazione di questo tipo?
«Si vive alla giornata perché ogni giorno ne capita una e la didattica passa inevitabilmente in secondo piano, o almeno così accadeva quando io lavoravo lì.
«Ora la situazione è molto migliorata grazie al lavoro di alcuni docenti e del nuovo Dirigente Scolastico.
«I corsi che si seguono per diventare docente servono a ben poco in queste scuole.
Il degrado è troppo e le storie dei ragazzi troppo dire per non farsi toccare.»
 
Tu come hai vissuto l’impatto con ragazzi come quelli di Palermo?
«Indubbiamente male. Non ero pronta né professionalmente né psicologicamente a rapportarmi con i miei alunni.
«Sono stata malissimo i primi mesi.
«Era tutto troppo per me.
«Volevo scappare, volevo tornare a casa mia. Ero molto arrabbiata.»
 

Scuola e chiesa CEP.
 
Come mai hai deciso di scrivere un romanzo su questa esperienza?
«Nel 2017 io e Stefania Auci che è una scrittrice straordinaria e che attualmente è prima in classifica narrativa italiana con il suo splendido romanzo sui Florio, abbiamo scritto un saggio sulla scuola.
«Il nostro pamphlet ha vinto il premio Donna del Mediterraneo nel marzo del 2018.
«Conteneva due nostri racconti sulle rispettive esperienze al cep e allo zen e le persone ci chiedevano sempre di raccontare loro le nostre storie, da qui l’idea del romanzo.»
 
Qual è quindi il destino degli adolescenti di periferia oggi? Cosa manca loro per poter sbocciare?
«Manca molto purtroppo. Mancano prima di tutto le possibilità economiche, manca loro un minimo di progettualità a lungo termine. I ragazzi che conoscevo io sono figli e figlie di persone in carcere, di genitori senza lavoro che vivono di espedienti, di madri che spesso fanno la vita.
«Crescono in palazzine popolari dove non ci sono parchi né spazi ricreativi, non ci sono corsi di danza classica o ginnastica ritmica, nuoto e musica, inglese e spagnolo.
«Sembra banale e riduttivo ma purtroppo il contesto non aiuta. Come possono sbocciare Fiori che attorno hanno solo cemento e nessun appoggio né sostegno economico e personale?
«Il denaro costituisce ancora un forte discrimine purtroppo in molte zone e in molte periferie italiane non solo meridionali.»
 
Nadia Clementi - n.clementi@ladigetto.it
Francesca Maccani - francesca.maccani@gmail.com

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