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Ha chiuso a Trento la Galleria Fogolino – Di Daniela Larentis

Adriano Fracalossi rievoca gli anni d’oro della galleria nata per iniziativa del padre Mariano, il noto pittore trentino scomparso 16 anni fa – L’intervista

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È con dispiacere che abbiamo appreso la notizia della chiusura della Galleria Fogolino, uno spazio culturale ma anche relazionale e identitario prezioso per la città di Trento, collocato nel cuore delle vie cittadine.
Una Galleria che ha alle spalle oltre 50 anni di attività – ci racconta Adriano Fracalossi, titolare della galleria, pittore, incisore, nonché presidente del Gruppo Artisti Trentini La Cerchia – creata nel 1966 per iniziativa del padre, il noto pittore Mariano Fracalossi, in una sala a piano terra di palazzo Sardagna con il soffitto affrescato dal Fogolino, nata inizialmente come centro culturale legato all’Ucai (Unione Cattolica Artisti italiani).
Un rapporto, quello con l’Ucai, continuato nel tempo a cui si è affiancato, a partire da metà degli anni Ottanta, quello con La Cerchia, sottolinea lo stesso Adriano Fracalossi, ricordandoci che negli anni Settanta suo padre, insieme ad una ventina di appassionati, aveva dato vita al Gruppo Studio Arti Visuali, da lui diretta fino agli anni Duemila.
 

Mariano Fracalossi, Arlecchino stanco.
 
Abbiamo fissato un appuntamento con lui in galleria per intervistarlo. Nell’entrare, veniamo investiti da una sensazione di profonda tristezza: affisse alle pareti e appoggiate a terra sono adagiate delle opere davvero straordinarie, è inevitabile pensare che la conclusione dell’attività espositiva non potrà che essere un impoverimento per l’intera comunità, sia per i locali amanti dell’arte che per gli innumerevoli turisti che ogni anno, in ogni stagione, animano la nostra splendida città.
L’abbassarsi della saracinesca richiama con forza il tema della perdita della memoria storica, porta alla luce l’esigenza di trovare uno spazio che possa ospitare le opere degli artisti del Novecento trentino, molti di loro non sono sufficientemente conosciuti e valorizzati, almeno non quanto meriterebbero, proprio per questo realtà come la Galleria Fogolino rivestono un ruolo importante.
Infatti, una galleria d’arte non è un semplice ponte tra chi vuole vendere le proprie opere e chi vuole comprarle, è prima di tutto luogo di scambio culturale, conoscere la cultura del proprio territorio è necessario e l’arte ha molto da insegnare.
 

Mariano Fracalossi, Finestra.
 
Prima di passare all’intervista, non possiamo non ricordare la figura di Mariano Fracalossi, un pittore del Novecento trentino a cui, peraltro, cinque anni fa è stata dedicata una splendida mostra a Palazzo Trentini dal titolo «Un’avventura nel mondo dell’arte», curata da Elisabetta Doniselli. Indugiamo innanzi all’opera «Arlecchino stanco», ancora appesa al muro, e tentiamo di darne una lettura del tutto personale.
Quel teatrino, così come l’arlecchino sdraiato, raffigurato nella parte inferiore dell’opera, sembra rinviare alla metafora teatrale con cui descrive la realtà sociale il celebre sociologo del Novecento Erving Goffman, ai molteplici ruoli che concorrono a formare l’identità dell’attore sociale impegnato a «salvare la faccia», un’identità mutevole, mai stabile.
C’è nella composizione dell’opera, tuttavia, un elemento dissonante che desta la nostra curiosità ed è proprio la postura dell’arlecchino, il quale è adagiato in un atteggiamento che a noi pare rinunciatario, forse non gli interessa più «salvare la situazione».
Con il proposito di chiedere ad Adriano Fracalossi di raccontarci qualche aneddoto legato a quest’opera, iniziamo a porgergli alcune domande.
 

Mariano Fracalossi, Paesaggio in blu  con aereo.
 
La Galleria conta al suo attivo più di 50 anni di attività. Può raccontarci come è nata?
«È nata nel 1966 come centro culturale legato all’Ucai, a palazzo Sardagna in una sala a piano terra di con il soffitto affrescato dal Fogolino.
«Hanno esposto in occasione della prima mostra oltre a mio padre, Mariano Fracalossi, Marco Bertoldi, Carlo Bonacina, Bruno Colorio, Luigi Degasperi, Martino Demetz, Gino Novello, Luigi Senesi, Cesarina Seppi, Remo Wolf.
«Un rapporto, quello con l’Ucai, proseguito nel tempo, a cui si è affiancato negli anni Settanta quello con il Gruppo Studio Arti Visuali e a metà degli anni Ottanta quello con il Gruppo artisti trentini La Cerchia.»
 
Qual è stato secondo lei l’obiettivo principale della Galleria? Può citare qualche mostra significativa?
«L’obiettivo principale è stato quello di animare il dibattito culturale della città, cercando di documentare la realtà artistica trentina in un continuo confronto con proposte provenienti da altri contesti.
«Cito mostre realizzate nel tempo come quelle dedicate a G,B. Piranesi, del messicano Rufino Tamayo, a Goya e gli impressionisti, alla grafica giapponese (Hiroshige e Hokusai), all’espressionismo tedesco, alla grafica spagnola (tra gli altri Picasso, Mirò, Ortega, Tapies) e ungherese, al cileno Jaime Cruz o, più recentemente, alla Maniera Nera (con opere, tra gli altri, di Ivo Mosele, Alberto Rocco, Erling Valtyrson, Jukka Vantinnen), ma anche alla grafica incisa di scuola veneta, con Luigi Marcon, Livio Ceschin e Matteo Massagrande, e torinese con Francesco Franco e Vincenzo Gatti.
«La Galleria ha sempre avuto una particolare attenzione per la calcografia, testimoniata anche da una produzione propria di cartelle di grafica e dall’attività, dal 1979 ai primi anni 90, della Stamperia d’Arte Fogolino Grafica. Posso citare le mostre dedicate, tra gli altri, a Benvenuto Disertori, Carlo Cainelli, Giuseppe Anders, Remo Wolf, ma anche agli altoatesini Karl Plattner e Markus Vallazza.
«Naturalmente è sempre stato dato ampio spazio sia alla pittura che alla scultura (cito fra gli altri Martino Demetz, Livio Conta, Osvaldo Bruschetti, Cirillo Grott e Florian Grott), alla ceramica (con una particolare attenzione all’artigianato artistico con le opere di Luciano Landi e Riccardo Biavati) e, più di recente, alla fotografia (Luciano Olzer).
«Alcune esposizioni sono state accompagnate da monografie con testi critici, tra le quali voglio ricordare quella dedicata alla figura di Silvio Branzi (scritti, testimonianze, lettere) a cura di Gabriella Belli e le tre dedicate a Giorgio Wenter Marini curate da Bruno Passamani.»
 

Mariano Fracalossi, Storie del campanile 1, ca. 1977.
 
Potrebbe condividere un pensiero in merito all’opera intitolata «Arlecchino stanco»? Quando è stata realizzata?
«Il motivo è rintracciabile in altre opere; quest’opera in particolare è del 1970 ed è un montaggio, è composta da due parti distinte che dialogano: la parte alta raffigura il teatrino di legno con cui giocavo da bambino mentre mio padre dipingeva, un teatrino antico che avevo ridipinto e che era collocato nel suo studio; a me ricorda la mia infanzia, lo studio di mio padre di via Galilei, il tempo condiviso.»
 
Come era Mariano Fracalossi caratterialmente? Può raccontarci un aneddoto legato alla personalità di suo padre?
«Rispondendo sinteticamente alla sua domanda potrei riferire un aneddoto divertente. A casa era una persona riservata, tranquilla. Un giorno, avrò avuto 13-14 anni, mi portò a una cena con alcuni suoi amici pittori, ricordo che passò il tempo a scherzare, ridere, fare battute, mostrando un lato del suo carattere che non avevo mai conosciuto e che mi sorprese positivamente.
«Aneddoto a parte, mio padre è sempre stato rispettoso delle mie scelte, una persona tranquilla che aveva un profondo rispetto per tutti, non cercava mai di cambiare le persone, ha sempre rispettato molto, anche quando insegnava, la libertà espressiva degli altri, cercando di valorizzare la singolarità di ognuno, l’interpretazione personale di ciascuno.»
 
Quando ha iniziato a lavorare fianco a fianco a suo padre?
«Io verso la fine degli anni Settanta mi sono avvicinato al lavoro di mio padre, la Galleria ha sempre avuto un’impostazione attenta alla grafica. Mio padre era un incisore, per cui aveva necessità di stampare le sue acqueforti, mi propose di stamparle.
«Nel 1979 venne aperta la Fogolino Grafica, dedicata alla calcografia come ho accennato prima. Io sono entrato nell’ambiente della Galleria in quel contesto e in quegli anni.»
 

Mariano Fracalossi, Gli equilibristi. 1963.
 
Ci sono delle persone che hanno aiutato suo padre in Galleria, oltre a lei naturalmente?
«All’inizio c’era Loredana Banal, poi Marialuisa che è stata qui per molti anni. I vecchi clienti se le ricordano. Il loro lavoro è stato prezioso.»
 
Le ragioni della chiusura saranno molteplici, senza scendere nel particolare sarebbe interessante capire come sia avvenuto il cambiamento che ha portato a maturare una scelta così definitiva…
«Posso dire che le cose si sono complicate nel tempo in maniera graduale ma inesorabile, le ragioni sono molteplici, è cambiata la committenza, c’è stato un cambiamento dell’atteggiamento del pubblico verso l’arte, è diminuita sostanzialmente la richiesta.
«La proposta della Galleria è sempre stata eterogenea, rivolta a pubblici diversi, qui si poteva trovare la veduta di Trento come ammirare l’opera di Piranesi.
«Questo rivolgersi a tutti, non solo a un pubblico elitario, è stato il suo punto di forza ma anche il suo punto debole, a un certo punto la classe media ha cambiato il rapporto che aveva con l’arte…»
 
Un’ultima domanda riguardo a un desiderio da esprimere: c’è qualcosa che le piacerebbe venisse realizzato?
«Mi piacerebbe che venisse individuato uno spazio, un edificio fra quelli disponibili a Trento, potrebbero essere le Albere o il palazzo dell’ex Questura o altri ancora, detto per esemplificare, da dedicare ai protagonisti più significativi della storia dell’Arte trentina, dalla fine dell’Ottocento, più o meno, agli anni Sessanta-Settanta, rappresenterebbe sicuramente una grande risorsa per tutto il territorio.
«Ci vorrebbe uno spazio per una collezione permanente, a testimonianza della memoria culturale della città, a cui potrebbero essere affiancate mostre temporanee, dando vita a interessanti confronti con altre realtà.»
 
Daniela Larentis – d.larentis@ladigetto.it

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